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Acqua pubblica: Modica Presente alla manifestazione di Roma

Come annunciato in conferenza stampa il Comune di Modica, nella persona del Sindaco e con il gonfalone portato da alcuni studenti modicani, era presente a Roma sabato 20 marzo alla manifestazione contro la privatizzazione dell’acqua che ha visto la presenza di oltre 150 mila persone di tutti gli schieramenti politici.

 Ripubblicizzare il servizio di gestione dell’acqua è l’obiettivo della protesta, sorretta da un disegno di legge nazionale ed uno regionale siciliano, espressioni della volontà popolare in senso stretto, che si manifesta in modo diretto.

In Sicilia sono stati 135 i comuni e la provincia regionale di Messina che hanno aderito con delibere alla proposta di legge regionale, fra essi, per la provincia di Ragusa, Modica e Vittoria, anche se gli altri comuni aderiscono al Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ma senza nessuna formale delibera in consiglio.

Una protesta contro la legge 166/2009 che obbliga gli enti locali a privatizzare il servizio idrico, cosa che comporterebbe carenza negli investimenti, aumento delle tariffe (come è avvenuto nella misura del 300% in provincia di Agrigento), problemi nel servizio e nel rapporto con i cittadini.

Spiega Nino Cerruto: “Il comune denominatore è che la privatizzazione, che doveva essere sinonimo di efficienza nella gestione del servizio idrico, investimenti per la realizzazione delle infrastrutture della rete idrica, non ha portato nulla di tutto questo, comportando solo un accentuato aumento delle tariffe”.

Già nel 2006 è stata presentata, votata ed approvata dal Forum una proposta di legge dal titolo “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, mentre nel 2007 è stata avviata una campagna nazionale per la raccolta di firme contro la privatizzazione che ha visto la partecipazione di 400.000 cittadini.

Alla proposta regionale hanno aderito i capi gruppo dell’Assemblea Regionale Siciliana che hanno dato il loro assenso, significativo il fatto che non si sono guardati i partiti politici, ma solamente la finalità, ossia l’acqua che, come si legge nell’art. 2 della proposta di legge di iniziativa popolare, “è un bene naturale e un diritto umano universale. La disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile sono garantiti in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della persona.

L’acqua è un bene finito, indispensabile all’esistenza di tutti gli esseri viventi. Tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche e non mercificabili e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrogeologici”.

È, inoltre, importante sottolineare che anche alla manifestazione di Roma hanno partecipato cittadini e rappresentanti di qualsiasi fazione politica, come ad esempio il sindaco di Noto, appartenente al Pdl, dunque una battaglia che unisce, che non guarda ai colori politici, ma ai bisogni di tutti.

Tratti essenziali della proposta di legge sono: la costituzione di consorzi per la gestione del servizio idrico, una fiscalità generale al fine di coinvolgere lo Stato per gli investimenti strutturali, non puntando solamente sulle tariffe, la gestione esclusiva da parte di istituti di diritto pubblico, la garanzia di 50 litri di acqua al giorno gratuito a persona per le zone disagiate, la previsione di un consumo massimo (se si superano i 200 litri a persona si considera consumo commerciale e quindi scattano altre tariffe).

Si prevede dunque la forma della concessione, con un regime transitorio che annuncia la decadenza delle forme di gestione privata entro un anno e la loro trasformazione in enti di diritto pubblico senza preoccupazione di perdita di posti di lavoro perché “i dipendenti delle società private o miste, affidatarie dei servizi idrici integrati possono passare alle dipendenze degli Enti di diritto pubblico affidatari dei servizi previa concertazione sindacale”.

 

Una lotta dura che continua stancabile: è stata, infatti, annunciata un’altra campagna di raccolta di firme che partirà il prossimo 15 aprile, al fine di promuovere un referendum popolare e mettere così i cittadini nella condizione di poter esprimere al meglio ed in maniera non mediata la propria sovranità.

Angela Allegria
Aprile 2010
In Il clandestino con permesso di soggiorno

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U Tistu, ricordi, immagini di un tempo e un luogo che riempie il cuore

Pietro Ciccarelli racconta la sua terra e la sua vita in “U Tistu”, raccolta di poesie in vernacolo Mussomelese, aprendo una finestra sugli usi, i costumi del suo paese natale, ma soprattutto offrendo al lettore immagini limpide rivissute con la mente di uomo maturo che, nel ricordare ogni minimo particolare, torna bambino. È, infatti, la gaiezza, l’allegria, il dolce suono dei ricordi a muovere i versi di Ciccarelli, una sorta di meditazione, di presentazione corale di tutto ciò che è caro al suo cuore.

Il volumetto si compone di due parti: la prima dedicata ai quadretti paesani, caratterizzata dalla descrizione degli elementi principali che connotano Mussomeli e, latu sensu, l’intera Sicilia, la seconda parte intitolata “Confessioni”, è un focus sull’autore, sul giovane Pietro che, ora bambino ora adolescente, si accosta alla vita, sogna il proprio futuro, ripensa al passato.

Ma andiamo per ordine.

La raccolta inizia con “A Bedda Matri”, poesia rivolta alla Madonna, una sorta di benedizione, non un’invocazione in senso stretto, piuttosto la descrizione della processione, della devozione per la Vergine portata a spalla per le vie del paese da giovani fedeli i quali, per grazia ricevuta, sopportano la fatica del peso e della lunga strada con stupore di chi non è del posto. “Chistu è u vuliri da Bedda Matri” risponde il poeta, sottolineando ancora una volta l’affetto e la fiducia per la Vergine capace di intercedere per la sorte degli uomini.

Si continua con “Sugnu cuntentu”, la gioia dei ricordi che affiorano alla mente, mai cancellati, anzi custoditi gelosamente nel cuore, memorie semplici, rimembranze di una vita genuina, spontanea, piena di valori e tradizioni ormai andate perdute, come “A ‘Ntinna”, l’albero della cuccagna, vissuto come il divertimento della festa “ra Madonna da Catina” con la consapevolezza che la vita è diversa, è dura, fatta di fatica e sudore che, al contrario dei guadagni facili che oggi vengono promessi, ripaga sempre.

Un velo di tristezza si coglie nelle parole dell’autore allorquando afferma “Ci pruvavanu tutti, un sulu vinciva ed era festa pi tutti”, mentre, subito dopo la contrapposizione “Ora” rende palese come i tempi sono cambiati, come l’individualismo ha preso il sopravvento, come di alberi della cuccagna ce ne sono tanti, ma la vera ricchezza è un’altra, è ne “vrazza e nu suduri”.

Nei versi di Ciccarelli c’è la musicalità dei canti intonati per le loro donne dai carrettieri che tornano dal lavoro, come quelle di mastru Tatò o Turiddu in contrapposizione a quella di zu Caloriu che sembra invece un lamento perchè, rimasto solo, canta alla moglie defunta, c’è la parola “Midemma” capace di rievocare ciò che è stato, ciò che è assopito nel cuore, ma che torna subito alla mente per ripercorrere quei giorni con gli occhi lucidi.

Nella seconda parte della raccolta, invece, i temi, per quanto simili ai primi, coinvolgono in prima persona la vita dell’autore da quando era bambino e tutti dicevano alla madre che era “buonu”, “bravo”, “spirtu”, “biddu”, all’esperienza con la morte vista attraverso “u pirtusu”, la fatica quotidiana per prendere l’acqua al pozzo (bellissima la descrizione degli strumenti usati, “langedda, catu, corda, u mutu, suli e muscuna, cupirchiu di firru e catinazzu”, che crea una immagine nitida nella mente del lettore).

E ancora le prime esperienze amorose in “A picciridda addrivata”, l’ideale del dongiovanni, u fimminaru, come Mariu che deve sposare una donna che non ama e che lo tradisce, in antitesi con l’autore che “sugnava castelli in aria e a regina da casa e mi maritavu ranni e a meglia du monnu”, l’amore che il poeta rinnova alla moglie, il desiderio di voler tornar bambino per “aviri u cori ‘nuccenti” per chiedere il meglio per sé, ma soprattutto per il figlio, per vederlo “addivintari u patruni du munnu”.

“U masculu”, “U sceccu”, “U palluni”, “I patruna” per i quali i poveri sgobbavano, per vedersi rubare metà del lavoro, l’avvento comunista e la speranza del cambiamento, il triste, amaro finale “Certu, i patruna di na vota un ci su chiù. N’aviamu unu sulu e voli cumannari pi tutti”, il ricordo del padre che tornava a tarda sera e, prima di andare a letto, nonostante la stanchezza, andava a baciare il figlio dormiente: tutti temi che conducono alla “palora”, elemento principe, origine di ogni cosa, bene essenziale, piacere dell’animo e ad un desiderio, una domanda, quasi una preghiera al Creatore “U Signurizzu, ca fa sempre cosi giusti. Picchì un ‘nvnto i stissi palori pi tuttu u Munn?”.

L’antica felicità, fatta di cose semplici, è a volte velata da una vena di malinconia, dallo sconforto, dalla tristezza, da una sorta di pessimismo che impedisce all’uomo di cambiare il proprio destino, eppure non lo trattiene dal sognare, dall’ impegnarsi per realizzare se stesso, dal rendere l’autore l’uomo che è diventato.

Angela Allegria
Marzo 2010
In www.bibliografiamussomelese.org

Prima candelina per Katane

 

Festeggia il suo primo compleanno “Katane”, la rivista catanese che si occupa di cultura, territorio, arte, tradizioni, enogastronomia, scienze naturali e geologia, sport, fornendo ai lettori una visione tutta nuova della cultura della città etnea.

Nata da un’idea dell’Associazione culturale “Petra Lavika” il cui presidente, Salvatore Narcisi, documentarista e regista, curatore per passione diverse opere sulla Sicilia, Katane è diretta dal giornalista Salvo Longo, laureato in Scienze Politiche, collaboratore del “Giornale di Sicilia” e responsabile della pagina di Catania di “2 righe”. Attorno a loro una serie di collaboratori siciliani che, come l’editore ed il direttore, credono nella propria terra e si impegnano a farla riscoprire al lettore in tutte le sue sfaccettature.

L’informazione giunge al lettore in modo genuino, inserita all’interno delle immagini che sono le vere protagoniste del periodico.

La cura dei particolari, nella scelta dei luoghi da proporre e delle immagini, danno a Katane il carattere di una rivista di spessore.

Tra i temi trattati in questo primo anno: la festa di Sant’Agata, l’Etna, i mercati storici, i giardini della città, palazzi artisticamente interessanti, il monastero dei Benedettini, via Crociferi, la Palya, Catania nel cinema e non solo.

Qual è il bilancio dopo appena un anno di attività? “Il bilancio è senza dubbio positivo – spiega Salvo Longo – siamo molto soddisfatti per quanto abbiamo realizzato. La rivista si sta radicando sempre più e da più parti arrivano elogi e consensi.

Per il futuro proponiamo di farci conoscere da sempre più gente e di dedicare più spazio al resto della Sicilia, magari aumentando le pagine della rivista e la sua diffusione. Ci piacerebbe che Katane diventasse un punto di riferimento per la promozione e la valorizzazione della nostra terra”.

Non resta che fare un in bocca al lupo ai  colleghi di Katane ed augurare al giornale di crescere sempre di più!

Angela Allegria
18 gennaio 2010
In www.italianotizie.it

L’artista Giuseppe Malandrino e la sensibilità psicologica

Protagonista attivo del XX secolo, autore della propria esistenza vissuta in maniera intensa, sognatore che ha saputo trasformare in realtà i propri progetti artistici, Giuseppe Malandrino (Modica 1910- Roma 1979) vive l’arte nel suo significato autentico come ricerca del bello, aderenza al reale, sperimentazione continua verso nuove forme di espressione.

La morbidezza dei panneggi, la linearità di forme geometriche, la sinuosità delle linee dei reticolati, la profonda percezione psicologica dei soggetti ritratti, l’attenzione allo sguardo e alle abitudini dei protagonisti, la precisione nel disegno e la profonda conoscenza dei chiaroscuri nelle incisioni fanno di Giuseppe Malandrino un artista a tutto tondo, capace di rappresentare la vera essenza della vita.

La voglia di conoscere, di rendersi utile, di cambiare le piccole cose auspicando il mutamento di eventi anche mondiali come la seconda guerra mondiale, hanno portato Malandrino a viaggiare per il mondo nella ricerca interiore di ciò che la vita ci riserba, con la consapevolezza di migliorarsi sempre, di mettersi in discussione costantemente.

Lasciato il borgo natio dove sin da piccolo aveva sentito e seguito il demone dell’Arte, si trasferisce a Roma dove frequenta lo studio di Giacomo Balla, il più anziano firmatario del Manifesto tecnico della pittura futurista, il quale lo fa esordire nella I Grande Esposizione d’arte futuristica che Filippo Tommaso Marinetti ha fatto allestire a piazza Adriana.

È solo l’inizio: arrivano poi Buenos Aires, Caracas, Parigi, i Paesi del nord, luoghi nei quali la luce colpisce l’occhio dell’artista che la rappresenta sulla tela con tutta la sua intensità.

Ritrattista, paesaggista, artista a tutto tondo, Malandrino si interessò nel suo soggiorno giovanile romano anche alla fotografia, al cinema lavorando a Cinecittà e creando le Gigantografie, alla realizzazione di trompe d’oeil in Argentina nei primi anni Sessanta, all’esecuzione di una serie di sette litografie per il governo Isdraeliano nel 1970.

L’effetto cromatico delle sue opere, la compostezza del disegno che diviene a tratti classicista, a tratti impressionista, l’indagine psicologica nei ritratti, la ricerca del vero al di là di ogni semplicistica apparenza, l’autocritica, il desiderio profondo di tornare nella sua Modica, fra i suoi affetti, con la consapevolezza della necessità del distacco, tutto ciò fa di Giuseppe Malandrino un autore composito, un artista eterogeneo, capace ancora oggi di stupire.

Angela Allegria
Gennaio 2010, n. 5
In www.edizionibohemien.com

Graziella Campagna, ragazza siciliana uccisa dalla mafia

Quando hai diciassette anni non ci pensi alla morte, la vivi come un evento lontano, che non ti appartiene, qualcosa di oscuro che accomuna le persone anziane, ma tu non sei fra queste e per questo non te ne curi.

Quando dopo una battaglia giudiziaria durata ventidue anni si giunge a scoprire la verità, trovando i responsabili che vengono assicurati alla giustizia, condannati a scontare la giusta pena per le proprie azioni non pensi che solamente un anno dopo uno di essi, condannato all’ergastolo, possa uscire dall’istituto penitenziario che lo ospita per incompatibilità.

Sembra ci si trovi innanzi ad una situazione da incubo difficilmente riconducibile alla realtà, eppure questa è la storia di Graziella Campagna, un giovane siciliana di Saponara, in provincia di Messina. Graziella, appena diciassettenne, fu fatta salire su un’auto, assassinata con cinque colpi di lupara sparati in faccia a distanza ravvicinata che la colpirono al braccio con cui si riparava il viso, al viso, allo stomaco, alla spalla e finita con un colpo di grazia il 12 dicembre1985 che le trapassò il cranio e si conficcò nel fango. Due giorni più tardi fu ritrovato il suo corpo a Forte Campone, sui monti Peloritani, al confine tra Villafranca e Messina.

Cosa aveva visto Graziella, la quale lavorava presso una lavanderia del suo paese, per cui doveva morire? Graziella è stata uccisa perché, il 9 dicembre, aveva trovato nella tasca una camicia un documento dal quale si capiva che l’ingegner Cannata, assiduo frequentatore della lavanderia “La regina”, in realtà aveva un’altra identità. Si trattava di Gerlando Alberti junior, il quale, insieme a Giovanni Sutera, presentato come geometra Lombardo, era ricercato per associazione di tipo mafioso e per traffico di stupefacenti.

Quella scoperta fatta da Graziella, sorella di un carabiniere, poteva mettere in pericolo la latitanza dei due boss che non solo si erano rifugiati in quel territorio per nascondersi, ma anche per investire i proventi provenienti dalla loro attività illegale.

Dopo quasi venti anni di processi nel 2004 le condanne: Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera, all’ergastolo, in quanto esecutori materiali del delitto, in concorso tra loro, con l’aggravante di aver agito in regime di premeditazione e durante lo stato di latitanza, Agata Cannistrà e Franca Federico, rispettivamente collega e titolare della lavanderia presso cui Graziella lavorava condannate entrambe a due anni per favoreggiamento e per aver deviato le indagini.

La sentenza di primo grado confermata dalla Corte di Assise di Appello di Messina in data 18 dicembre 2008.

Il 15 dicembre di quest’anno, a distanza di solo un anno, il tribunale di sorveglianza di Bologna concede ad Alberti la misura alternativa alla detenzione consistente negli arresti domiciliari perché lo stesso, in base al cumulo giuridico, ha già scontato 22 anni di reclusione (per altri reati) e lo stato di salute del soggetto non è compatibile con il carcere.

Indignata non solo la famiglia di Graziella, che ha lottato per anni per avere giustizia, non credendo neppure per un attimo che si trattasse della classica “fuitina”, come si era detto per deviare le indagini, ma tutta la collettività.

L’unica cosa che fa sperare è il ricorso proposto alla Cassazione da parte del Procuratore Generale Marcello Branca il quale ha lamentato che la decisione sia stata presa sulla base della documentazione medica fornita dalla difesa, senza chiedere una perizia specifica sull’Alberti.

Angela Allegria
Gennaio 2010
In Il Clandestino con permesso di soggiorno

Al via la nuova stagione di prosa al Teatro Garibaldi

 

Presentata sabato 2 gennaio presso il Foyer del Teatro la nuova stagione di prosa della Fondazione Teatro Garibaldi, “esempio, spinta di ciò che la città vuole e deve essere, il posto dove l’identità di una comunità si rispecchia ed è” come lo descrive Antonio Sichera, consulente culturale del Sindaco.

Venti spettacoli concepiti come un unico progetto, eppure divisi in quattro segmenti artistici:

• Il teatro per il teatro, il quale parte con “L’incidente” di Luigi Lunari, grande traduttore di Goldoni e vedrà fra i protagonisti Tuccio Musumeci e Marcello Perracchio, in programma il prossimo 27 gennaio, per poi continuare con “Senza Hitler” con Andrea Tidona e Carla Cassola, “Le mille bolle blu” di Salvatore Rizzo, “Uscita di emergenza” con le regia di Giancarlo Sammartano, “Grisù, Giuseppe e Maria” di Gianni Clementi e “Niente sesso, siamo inglesi” di Anthony Marriot e Alistair Foot;

• Il teatro per la musica, con un repertorio inconsueto, lasciando quello classico alle associazioni, vede la presenza fra gli altri di Salvatore Bonafede, Roberto Gatto, Fabrizio Bosso, Pietro Leveratto il 1 febbraio, per poi proseguire con “Michael Jackosn Jazz Tribute” il 14, il pezzo forte ossia Eddie Gomez Trio e Kurt Rosewinkell Trio, unica data in Italia;

• Il teatro per la crescita, “nato per coinvolgere le scuole e costruire un dibattito volto ai giovani per fornire loro oltre allo spettacolo ed al divertimento, spunti di riflessione sui problemi sociali quali ad esempio il racket o l’immigrazione” come spiega Giorgio Pace, consulente teatrale del Sindaco, che ha predisposto la stagione insieme con l’altro direttore artistico, Andrea Tidona;

• Il teatro per l’identità, voluto per coinvolgere gli artisti locali, le associazioni che operano sul territorio, e farli riunire nella loro vera casa, il Teatro. I nomi sono tanti: Saro Spadola con “Ccu’i nguanti gialli” di Luigi Pirandello, Alessandro Sparacino con “Aspettando Godot”, Tiziana Spadaro con “Non sposto un segno al mio cuore” di Nausica Zocco, e i giovani ma talentuosi Alessandro Romano con “Vicino a un grande giardino” e Riccardo Tona con “Taxi a due piazze”.

Il Sindaco ha parlato del teatro cittadino come “cantiere culturale” in una stagione di transizione fra il prima, ovvero la gestione comunale, ed il dopo, ossia la fondazione della quale è ancora possibile fare parte per realizzare “la linea politico-culturale della gestione del teatro che non viene dato solo ad alcuni, ma in cui la gente possa vedere personaggi di prestigio, ma che possa avere anche una valenza educativa”.

Per le date ed i costi si può visitare il sito della fondazione teatro Garibaldi, dove è possibile inoltre rinnovare l’abbonamento (dal 4 al 12 gennaio), o farne uno nuovo (dal 13 al 26 gennaio).

Angela Allegria

3 gennaio 2010
In www.30giorninews.com

Francesco Baglieri ed il suo stile versatile

Artista dal tocco rapido ed intenso, lineare od obliquo, Francesco Baglieri sa rendere la natura nell’istante in cui la luce colpisce  paesaggi o nature morte, immortalando sulla tela la luce.
Vero oggetto della sua pittura non sono paesaggi o nature morte, questi hanno funzione di supporto, protagonista è la luce, quell’immanenza impercettibile che dà colore alle cose.
Nei paesaggi le acquee riflettono le tonalità del cielo, ma non sono quelle: esse riecheggiano di roccia, di vegetazione, di natura.
Le rocce policrome sono raffigurate in un istante irripetibile, carattere questo che accomuna la pittura del Baglieri agli impressionisti francesi.
Il mare di Cirica sembra quasi congiungersi col cielo se non fosse per un lembo di costa, lontana, quasi impercettibile, che separa il mondo aereo da quello marino.
Luci ed ombre si intervallano in una sincronia perfetta, raffigurazione vera di ciò che la natura può creare.
Ma non è solo questa la pittura di Baglieri, il quale presenta uno stile versatile, capace di passare da una forma d’arte “impressionista” per la quale fa uso delle spatole che si muovono veloci sulla tela, all’uso del pennello sottile e preciso.
Nature morte tanto realistiche da sembrare vere, mettono in luce ciliegie luccicanti, acini tondeggianti e limpidi, angurie appetitose. Si tratta di una altra forma di pittura, più comune, che Baglieri usa solo per i suoi studi, ma a cui da aspetto con tocchi precisi e un disegno che definisce ogni singolo oggetto.
La sua tavolozza si riempie di colori sempre nuovi, chiari o scuri, ma sempre capaci di rendere la luminosità, il luccichio dei suoi soggetti. Nei suoi dipinti la presenza umana è rappresentata, da una casetta, piccola, rustica, semplice, che l’artista inserisce nel contesto senza porla in particolare rilievo quasi a voler mettere sulla tela una natura incontaminata, paesaggi autentici, sentiti lontano dall’uomo.
Angela Allegria
Ottobre 2009
In www.edizionibohemien.com

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