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Napolino e l’ispirazione dalla realtà

La sua pittura dai tenui colori dà un tocco di luce alla quotidianità e spinge lo spettatore all’ analisi suggestiva dei luoghi, dei personaggi, dei momenti che colorano la vita dell’autore

La sua pittura è risultato dell’osservazione della realtà, di una vita vissuta fino infondo, non eccessiva, non spinta fino all’estremo, bensì assaporata dolcemente, lentamente, quasi in punta di piedi.
La sua infatti è una vita di un tranquillo borghese di provincia.
Nasce a Modica il 13 maggio del 1914 da genitori che gestivano una merceria con annessa una profumeria sul Corso Umberto I.
Lì Napolino, da bravo figliuolo, li aiuta nella loro attività, forse pensando in cuor suo che un giorno avrebbe potuto continuarne l’attività.
Ma presto si sente attratto dalla pittura. Continua gli studi iniziati a Modica e subito dopo si trasferisce a Siracusa dove frequenta l’istituto d’arte conseguendo il diploma.
Frequenta lo studio del pittore Don Orazio Spadaro: qui approfondisce ed affina lo stile della sua pittura.
Nel 1940 viene chiamato ad insegnare disegno presso la Scuola Media “E.Ciaceri” di Modica.
Partecipa ad alcune mostre tenutesi nella sua Modica, ottenendo sempre successo di critica.
Muore nel 1968 all’Ospedale Maggiore di Modica in seguito ad un fatale incidente.  
Nelle sue opere Napolino trasfonde uno spirito bucolico ed osservatore. Descrive il quotidiano trasformandolo in una rappresentazione semplice ed articolata, dai vivi colori e dallo stile composto.
La sua pittura dai tenui colori da un tocco di luce alla quotidianità e spinge lo spettatore alla analisi suggestiva dei luoghi, dei personaggi, dei momenti che colorano la vita dell’autore.
Il suo studio, gli interni, Modica con le sue case, con i suoi panorami fra antico e moderno, fra arte popolare e progresso; la campagna di Pozzo Cassero con i suoi animali (cavalli e pecore), ma anche con la sua vegetazione vissuta; il mare (Sampieri e Cava D’Aliga) con i suoi colori freddi e suggestivi, ma è soprattutto nei ritratti che Napolino riesce ad esprimere il suo realismo e il suo rapporto umano con i soggetti rappresentati. Sono infatti i ritratti dei figli e delle allieve che mostrano in modo inequivoco l’esprimersi di un senso di rispetto e di amore per coloro che saranno i posteri, coloro che si avviano alle esperienze della vita, ed egli ne imprigiona sulla tela la naturalezza dei gesti, la spontaneità delle posture.
Napolino vuole catturare e porgere all’interlocutore uno scorcio della realtà, scorcio che appartiene tuttavia alla sua mente e al suo cuore perché è da essi rielaborato.
 Angela Allegria
Aprile 2010, n. 6
In Edizioni Bohèmien
www.nuoveedizionibohemien.it

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I reati informatici: nuove questioni per legislatore e giurisprudenza

Si è svolta sabato 20 marzo presso la Domus Sancti Petri la conferenza dal titolo “I reati informatici: aspetti di diritto penale, sostanziale e processuale”, organizzata dalle Camere Penali di Ragusa e Modica in collaborazione con la Scuola di Deontologia, tecnica e formazione continua dell’avvocato penalista “Avv. Giorgio Cassarino”.

L’incontro ha visto la discussione fra studiosi del problema dei reati informatici, da quelli legati all’accesso dei documenti alla pedopornografia.

Dalla convenzione di Budapest, nata dalla presa di coscienza che trattandosi di reati transfrontalieri occorresse una forma di cooperazione fra gli Stati, illustrata dal giovane avvocato Salvatore Giurdanella del foro di Modica, si è passato all’analisi della legge 48 del 2008 con la quale la suddetta convenzione è stata ratificata dall’Italia.

Si tratta di una ratifica tardiva da parte dell’Italia, se si pensa che la convenzione di Budapest è stata messa alla firma il 23 novembre 2001, ma basta pensare che il Nostro Paese possedeva già una legge sulla pedopornografia, la legge 547/2007 sui Cyber Crimini e la legge sui dati personali, che è facile capire come ritardo ha influito solamente sulla cooperazione con gli altri stati, non su eventuali lacune di diritto interno.

L’avv. Terno, alla luce degli atti parlamentari, ha posto in luce i caratteri di incongruenza della legge 48/2008 che ha il pregio di prevedere la possibilità di intervenire per la conservazione dei dati informatici, ma che in tema di competenza territoriale con riferimento ai reati in questione lascia un po’ perplessi. Infatti, lo stesso spiega come “la competenza durante le indagini spetta alla procura distrettuale, mentre in fase dibattimentale spetta al gip del luogo dove è stato commesso il reato, giudice che non è esperto e soprattutto, non ha svolto le indagini. Per rimediare a questo è stato inserito l’art. 51 comma 3 quinquies del codice di procedura penale che prevede la competenza sono attribuite all’ufficio del pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente per i reati informatici e quelli pedopornografici, ma si dimentica ad esempio del danneggiamento aggravato di dati informatici”.

Perché tutte queste dimenticanze? Perché la legge viene approvata in tutta fretta il 19 febbraio 2008 in regime di prorogatio del Parlamento. E di qui si apre la questione se il Parlamento avrebbe potuto approvare anche la legge di ratifica oppure no.

Di difesa tecnica si è occupato l’avv. Daniele Minotti del foro di Genova, il quale ha sottolineato le difficoltà pratiche delle investigazioni difensive, nonostante la previsione della legge 397/2000, mentre il dott. Antonio Nicastro, sostituto procuratore presso la Procura di Siracusa, ha fatto leva sulla funzione essenziale e predominante delle indagini preliminari e sulla necessità della conservazione della genuinità della prova alla luce della Convenzione di Budapest.

Brillante la relazione del maresciallo Domenico Di Somma che si è occupato delle dinamiche della pedofilia online definendola  come un reato “silenzioso (primo punto di forza è il silenzio dei minori), sconosciuto (è difficile trovare informazioni di prima mano), sconfinato (si ha un crimine globale, mentre i servizi di contrasto sono locali), strutturato (ci sono vere organizzazioni criminali strutturate quali pedo-business, pedo-free, mentre di contro si svolge una lotta disarticolata, povera di mezzi e di risorse, ma soprattutto bisognosa di maggiori strategie di contrasto), sfrontato (formalmente illegale, ma di fatto libera)”.

Essenziale la collaborazione dei Paesi per le indagini, mentre, lo stesso Di Somma, pone il campanello dall’arme sul come nella pratica la legge italiana che impone l’oscuramento dei siti pedopornografici a cura del Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia su internet è facilmente aggirabile tramite i dns open.

Un reato che offende i diritti naturali del bambino, che prefigura una violenza sessuale realmente accaduta, punto di partenza delle indagini e che vede nella povertà e nelle diversità sociali terreno fertile.

La violenza costituisce il reato fondamentale e per questo “Lo slogan “Non lasciare i bimbi soli davanti al computer” – conclude lo stesso – è uno specchietto per le allodole per chi non conosce il fenomeno e per creare uno spostamento di prospettiva da parte di chi lo conosce bene. Ne propongo un altro “Aiutateci a liberare i bambini all’interno dei vostri computer”.

Angela Allegria
Aprile 2010
In Il clandestino con permesso di soggiorno

Acqua pubblica: Modica Presente alla manifestazione di Roma

Come annunciato in conferenza stampa il Comune di Modica, nella persona del Sindaco e con il gonfalone portato da alcuni studenti modicani, era presente a Roma sabato 20 marzo alla manifestazione contro la privatizzazione dell’acqua che ha visto la presenza di oltre 150 mila persone di tutti gli schieramenti politici.

 Ripubblicizzare il servizio di gestione dell’acqua è l’obiettivo della protesta, sorretta da un disegno di legge nazionale ed uno regionale siciliano, espressioni della volontà popolare in senso stretto, che si manifesta in modo diretto.

In Sicilia sono stati 135 i comuni e la provincia regionale di Messina che hanno aderito con delibere alla proposta di legge regionale, fra essi, per la provincia di Ragusa, Modica e Vittoria, anche se gli altri comuni aderiscono al Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ma senza nessuna formale delibera in consiglio.

Una protesta contro la legge 166/2009 che obbliga gli enti locali a privatizzare il servizio idrico, cosa che comporterebbe carenza negli investimenti, aumento delle tariffe (come è avvenuto nella misura del 300% in provincia di Agrigento), problemi nel servizio e nel rapporto con i cittadini.

Spiega Nino Cerruto: “Il comune denominatore è che la privatizzazione, che doveva essere sinonimo di efficienza nella gestione del servizio idrico, investimenti per la realizzazione delle infrastrutture della rete idrica, non ha portato nulla di tutto questo, comportando solo un accentuato aumento delle tariffe”.

Già nel 2006 è stata presentata, votata ed approvata dal Forum una proposta di legge dal titolo “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, mentre nel 2007 è stata avviata una campagna nazionale per la raccolta di firme contro la privatizzazione che ha visto la partecipazione di 400.000 cittadini.

Alla proposta regionale hanno aderito i capi gruppo dell’Assemblea Regionale Siciliana che hanno dato il loro assenso, significativo il fatto che non si sono guardati i partiti politici, ma solamente la finalità, ossia l’acqua che, come si legge nell’art. 2 della proposta di legge di iniziativa popolare, “è un bene naturale e un diritto umano universale. La disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile sono garantiti in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della persona.

L’acqua è un bene finito, indispensabile all’esistenza di tutti gli esseri viventi. Tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche e non mercificabili e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrogeologici”.

È, inoltre, importante sottolineare che anche alla manifestazione di Roma hanno partecipato cittadini e rappresentanti di qualsiasi fazione politica, come ad esempio il sindaco di Noto, appartenente al Pdl, dunque una battaglia che unisce, che non guarda ai colori politici, ma ai bisogni di tutti.

Tratti essenziali della proposta di legge sono: la costituzione di consorzi per la gestione del servizio idrico, una fiscalità generale al fine di coinvolgere lo Stato per gli investimenti strutturali, non puntando solamente sulle tariffe, la gestione esclusiva da parte di istituti di diritto pubblico, la garanzia di 50 litri di acqua al giorno gratuito a persona per le zone disagiate, la previsione di un consumo massimo (se si superano i 200 litri a persona si considera consumo commerciale e quindi scattano altre tariffe).

Si prevede dunque la forma della concessione, con un regime transitorio che annuncia la decadenza delle forme di gestione privata entro un anno e la loro trasformazione in enti di diritto pubblico senza preoccupazione di perdita di posti di lavoro perché “i dipendenti delle società private o miste, affidatarie dei servizi idrici integrati possono passare alle dipendenze degli Enti di diritto pubblico affidatari dei servizi previa concertazione sindacale”.

 

Una lotta dura che continua stancabile: è stata, infatti, annunciata un’altra campagna di raccolta di firme che partirà il prossimo 15 aprile, al fine di promuovere un referendum popolare e mettere così i cittadini nella condizione di poter esprimere al meglio ed in maniera non mediata la propria sovranità.

Angela Allegria
Aprile 2010
In Il clandestino con permesso di soggiorno

Gli invisibili

Si conclude a Modica, nella casa circondariale di Piano del Gesù, il viaggio in quella parte di umanità condannata a guardare la vita attraverso le sbarre

La casa circondariale di Modica sorge nella parte alta della città in piazza Santa Maria del Gesù, all’interno del convento dei minori osservanti, fatto costruire da Anna Cabrera e Federico Henriquez per suggellare il matrimonio e l’unione delle due casate, e confiscato alla chiesa dopo l’unità d’Italia. Dal 1865 la chiesa e l’attivo convento, sede dello Studium Almum Seraphicum Motucense Generale Gymnasium Publicum comunemente detta Scuola Superiore Amplissimum Studium Philosofiae, vengono adibiti a carcere.

La chiesa, in stile gotico chiaramontano, ed il chiostro non appartengono più all’amministrazione carceraria, mentre è avviata una fase di recupero degli stessi per la fruizione al pubblico che da anni ormai è impossibilitata ad accedere alla struttura. A tal fine è previsto lo spostamento dell’ingresso della casa circondariale.

Da anni si parla della costruzione di un nuovo carcere. “L’area è stata individuata in contrada Catanzarello, su un terreno che appartiene per la metà al Comune e per l’altra metà all’ente agronomo Grimaldi” spiega l’assessore all’urbanistica Elio Schifo.

Ma ad oggi non è stato mai finanziato.

La casa circondariale è diretta dal direttore Giovanna Maltese e contiene fra 52 e 53 detenuti effettivi, in lieve sovrannumero rispetto ai 45 tollerati.

Si tratta di detenuti comuni con pena fino a 5 anni, oltre agli imputati.

I definitivi sono stati condannati per reati lievi, spaccio di droga, rapina, furto, mentre fra gli imputati si possono contare anche imputazioni di omicidio, associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestri di persona.

Quale è l’iter che compie il soggetto detenuto quando entra in carcere?

Per rispondere a questa domanda ci siamo avvalsi delle parole del direttore che spiega: “Il soggetto appena entra in carcere viene immatricolato, cioè viene identificato, vengono prese le impronte digitali, istruita la cartella personale.

Dopo avviene la visita medica volta a stabilire se il detenuto ha delle patologie particolari, se ha malattie contagiose. Essa comprende anche la visita psicologica che fa il medico di turno per stabilire se il soggetto è compatibile con il regime del carcere. Se è incompatibile si allerta il tribunale di sorveglianza affinché questo disponga delle misure alternative al carcere, se, invece, si ritiene che il soggetto non sia in grado di sopportare lo stato detentivo, ma non c’è una vera e propria incompatibilità viene attivato il regime di grande sorveglianza. Questo consiste in frequenti colloqui del detenuto con gli operatori sanitari, con gli educatori per le attività di sostegno, maggiori controlli ad opera del personale della polizia penitenziaria al fine di evitare che il detenuto possa tentare il suicidio se non riesce a superare l’impatto con la struttura penitenziaria.

Il soggetto viene quindi monitorato fino ad arrivare alla consulenza esterna, se c’è bisogno, con il psichiatra o il dipartimento di salute  mentale o un centro di osservazione.

In seguito il soggetto viene allocato nella cella detentiva, gli viene consegnato il corredo per la cella ed i prodotti per l’igiene personale.

Poi inizia la vita di ogni giorno”.

“Il trattamento è individualizzato in questo tipo di istituto proprio perché, conoscendo tutti i detenuti e le cause che li hanno portati a delinquere, si procede a fare un trattamento adatto proprio a quella persona” sottolinea la Dott.ssa Maltese.

“Il trattamento – continua – si fa con i gesti quotidiani, con la cura, con l’attenzione, con il dialogo poi c’è la attività trattamentale che viene organizzata per tutti i detenuti che comprende la scuola di alfabetizzazione, una sorte di scuola elementare che viene frequentata dai detenuti anche se sono già in possesso della licenza di scuola media. Si svolge nell’arco di quattro ore al giorno e non comprende solamente attività strettamente scolastica, ma abbraccia anche approcci di sensibilizzazione alla legalità, giornata della salute che si è svolta lo scorso anno.

Ai detenuti piace molto l’attività manuale e per questo si è previsto un corso di decoupage i cui oggetti sono stati prima esposti in una mostra e poi venduti all’esterno (il ricavato è stato donato ai bambini del Congo)”.

Elemento principe del trattamento è il lavoro che è garantito, salvo i casi di incompatibilità, come precisa il legislatore.

Il lavoro non è afflittivo, è remunerato ed è obbligatorio nel senso che lo è per i condannati e gli internati in colonie agricole e case di lavoro. Col mutamento della pena che non è più afflittiva ma tende alla rieducazione il lavoro è stato inserito all’interno del trattamento tanto da assumerne una posizione privilegiata.

Esistono tre tipologie di lavoro:

  • Lavoro all’interno dell’istituto penitenziario
  • Lavoro all’esterno dell’istituto
  • Lavoro del semilibero

Presso la casa circondariale di Modica viene attuato solo il lavoro all’interno dell’istituto che si concretizza in “attività domestiche quali lavoro in cucina, pulizie, lo scrivano che è colui che si occupa delle domandine. È poco rispetto alla totalità dei detenuti. Per porre un rimedio a questa situazione di fatti sono previste delle graduatorie stilate da una commissione prevista dall’art. 20 dell’ordinamento penitenziario, di cui fa parte il direttore, l’educatore, personale della polizia penitenziaria, un rappresentante dell’ufficio dell’impiego oltre alla presenza delle rappresentanze sindacali” come spiega il comandante della polizia penitenziaria, Giorgio Tona.

“Il lavoro all’esterno – spiega il direttore –  non è stato qui realizzato perché manca proprio il lavoro all’esterno, inoltre non abbiamo la sezione semilibertà e quindi sarebbe difficile tenere queste persone che di giorno vanno fuori e di notte tornano in carcere perché si potrebbe creare una sorta di collegamento fra detenuti interni ed esterni che è pregiudizievole per la sicurezza”.

Non ci sono casi di semiliberi all’interno dell’istituto.

Altri elementi del trattamento sono la religione, le attività culturali, ricreative, sportive. A tal proposito durante la c.d. ora d’aria gli ospiti giocano a palla a volo, a calcio balilla, a ping pong, praticano allenamento ginnico.

L’ufficio educatori è presente all’interno della struttura e diretto da Antonio Ricca che parla del rapporto che si istaura con il detenuto: “Dovrebbe trattarsi di un rapporto basato sulla fiducia reciproca. A volte non è così perché l’educatore viene visto come una figura appartenente all’Amministrazione che li tiene reclusi. Si cerca di istaurare un rapporto quanto più collaborativo possibile”.

Nel 2008 è stato pubblicato un volumetto di poesie dal titolo “Un sogno da realizzare” di Vilson Zhuka, un giovane di venti anni il quale ha cominciato a scrivere dei versi e delle riflessioni sulla realtà carceraria compiendo un vero e proprio percorso di autocritica, parole che, con l’aiuto dell’insegnante, Grazia Vasco, sono diventate un opuscolo.

La polizia penitenziaria ha il compito di vigilare sui detenuti ma non solo, con il costante contatto che hanno con gli ospiti, la attività degli agenti è anche finalizzata al recupero e alla rieducazione dei condannati.

“Con la riforma del ’90 – sottolinea il vice commissario Tona – è stata inserita come operatore del trattamento. Noi collaboriamo con gli educatori, con gli assistenti sociali, con la direzione per non essere più i vecchi agenti di custodia, ma ci rendiamo parte attiva del trattamento dialogando con i detenuti, relazionandoci con essi, partecipando a tutte le attività che essi svolgono, oltre a mantenere la sicurezza all’interno dell’istituto.

Esiste molto più dialogo rispetto a prima, eravamo molto più relegati. Il corpo di polizia penitenziaria aveva proprio bisogno di una riforma. I tempi erano cambiati: il nostro compito non era più solo quello di aprire e chiudere i cancelli, ma un servizio che forniamo ai detenuti.

La riforma è stata vissuta bene da parte della polizia penitenziaria perché ci sono stati dei benefici che prima non ci erano riconosciuti come ad esempio lo straordinario che prima era pagato con la gratifica dello straordinario, mille lire lorde, con la riforma è stato equiparato agli altri lavori. Abbiamo avuto il contratto di lavoro, quello delle forze di polizia, gli agenti scapoli avevamo l’obbligo di pernottare in caserma e la disponibilità in servizio, il che comportava il rientro massimo in caserma a mezzanotte perché c’era la conta”.

Esperienze

Salvo è scrivano, si occupa della parte “burocratica”: “Mi occupo delle domandine, delle richieste di trasferimento, delle domande per il calcolo dei giorni per la liberazione anticipata. Il lavoro dura circa quattro ore al giorno. Dopo pranziamo in stanza dove siamo quattro, sistemati in letti a castello. Dall’una alle tre c’è l’ora d’aria dove spesso giochiamo a calcetto, che preferiamo. Dopo le tre torniamo in stanza. Alle quattro torno a lavorare, diciamo che sono più libero”.

Rispetto al carcere di piazza Lanza a Catania, dove ha trascorso due mesi, Salvo definisce quello di Modica “un carcere più tranquillo, più umano”.

Se gli chiediamo che rapporto intercorre fra lui e i membri della polizia penitenziaria ci tiene a precisare: “I membri della polizia penitenziaria sono delle persone che capiscono gli sbagli che abbiamo commesso. Certo, se poi noi facciamo gli storti, è normale che hana scriviri, devono scrivere”.

Riccardo preferisce suddividersi la giornata: “La mattina mi alzo, mi lavo, guardo la tv, ascolto un po’ di musica, poi vado a scuola. Si cerca di fare una vita simile a quella reale. È sempre diverso perché siamo chiusi, abbiamo molte privazioni, ma tutto sommato questo è un carcere tranquillo, più piccolo, tipo famiglia”.

Riccardo frequenta la scuola: “A scuola studiamo in libertà. C’è la maestra che ci aiuta, che corregge i compiti”.

A proposito di compiti è lo stesso che ci spiega che in cella “ognuno ha i suoi compiti: c’è chi cucina, chi pulisce, ci aiutiamo fra di noi, cerchiamo di essere tipo una famiglia. Tutti abbiamo fatto degli errori e cerchiamo di finire e pagare nel migliore dei modi. Nell’ora d’aria scendiamo in cortile per passeggiare, ma in questo periodo scendo poco perché c’è freddo, quindi preferisco rimanere in stanza ad ascoltare musica o scrivere ai miei familiari. In estate è come in inverno, c’è chi prende il sole, chi fa palestra, chi scherza, ognuno ha il suo mondo”.

Ed i colloqui? “Andiamo al colloquio, ci sistemiamo, portiamo qualche spuntino, qualche brioche per consumarla con i propri  cari, cercando un minimo di intimità in quell’ora che passa anche troppo presto!”

Said è tunisino, venuto in Italia per “avere un’altra vita. Per me non è facile, ma voglio integrarmi, sono venuto qui per avere un lavoro, una famiglia, dei bambini”.

È musulmano, soggiorna in una cella a cinque posti, una stanza multietnica nella quale sono presenti oltre a lui un ungherese, un italiano, un cinese e un egiziano.

“Preghiamo insieme con gli altri musulmani, gli altri rispettano la nostra religione come noi rispettiamo la loro” sottolinea.

Said lavora in cucina e ci spiega la differenziazione di cibo fra i cristiani ed i musulmani che sono autorizzati a mangiare altro, ad esempio il pesce, in sostituzione della carne di maiale.

Per lui la distanza da casa, dalla famiglia è dura soprattutto nelle feste, a questo si pone rimedio con le telefonate e le lettere.

 

Salvo e Riccardo hanno evidenziato come la realtà modicana sia diversa dalle altre, più tranquilla, quasi un’isola felice rispetto al panorama carcerario in genere.

Del carcere di Piazza Lanza in Catania, citato da Salvo, ci parla il comandante Tona il quale la definisce come “un banco di prova per chi deve fare questo lavoro nel senso che ti capita di tutto, dal suicidio all’autolesionismo continuo, dalla rissa ai pestaggi, dal mafioso al detenuto comune a quello recluso per reati sessuali, hai un panorama completo. È stata la mia più bella esperienza: per fare questo lavoro devi amarlo, devi andare in carcere perché sai di poter dare qualcosa”.

Il direttore, invece, ha svolto servizio all’Ucciardone: “Lì – ci spiega – si trattava di una attività prettamente burocratica, non sono arrivata in 2 anni di servizio a conoscere tutto il personale di polizia penitenziaria né tanto meno tutti i detenuti che seguivo che saranno stati all’epoca circa 500.

Le gratificazioni maggiori le sto avendo nel piccolo istituto, anche se nel grande istituto dal punto di vista professionale c’è uno stimolo maggiore perché si ha a che fare con il 41 bis, con i capi mafia, però dal punto di vista personale lavorare in una piccola realtà è più gratificante”. 

Angela Allegria
Aprile 2010
In Prima Pagina

Foto di Angela Allegria

L’artista Giuseppe Malandrino e la sensibilità psicologica

Protagonista attivo del XX secolo, autore della propria esistenza vissuta in maniera intensa, sognatore che ha saputo trasformare in realtà i propri progetti artistici, Giuseppe Malandrino (Modica 1910- Roma 1979) vive l’arte nel suo significato autentico come ricerca del bello, aderenza al reale, sperimentazione continua verso nuove forme di espressione.

La morbidezza dei panneggi, la linearità di forme geometriche, la sinuosità delle linee dei reticolati, la profonda percezione psicologica dei soggetti ritratti, l’attenzione allo sguardo e alle abitudini dei protagonisti, la precisione nel disegno e la profonda conoscenza dei chiaroscuri nelle incisioni fanno di Giuseppe Malandrino un artista a tutto tondo, capace di rappresentare la vera essenza della vita.

La voglia di conoscere, di rendersi utile, di cambiare le piccole cose auspicando il mutamento di eventi anche mondiali come la seconda guerra mondiale, hanno portato Malandrino a viaggiare per il mondo nella ricerca interiore di ciò che la vita ci riserba, con la consapevolezza di migliorarsi sempre, di mettersi in discussione costantemente.

Lasciato il borgo natio dove sin da piccolo aveva sentito e seguito il demone dell’Arte, si trasferisce a Roma dove frequenta lo studio di Giacomo Balla, il più anziano firmatario del Manifesto tecnico della pittura futurista, il quale lo fa esordire nella I Grande Esposizione d’arte futuristica che Filippo Tommaso Marinetti ha fatto allestire a piazza Adriana.

È solo l’inizio: arrivano poi Buenos Aires, Caracas, Parigi, i Paesi del nord, luoghi nei quali la luce colpisce l’occhio dell’artista che la rappresenta sulla tela con tutta la sua intensità.

Ritrattista, paesaggista, artista a tutto tondo, Malandrino si interessò nel suo soggiorno giovanile romano anche alla fotografia, al cinema lavorando a Cinecittà e creando le Gigantografie, alla realizzazione di trompe d’oeil in Argentina nei primi anni Sessanta, all’esecuzione di una serie di sette litografie per il governo Isdraeliano nel 1970.

L’effetto cromatico delle sue opere, la compostezza del disegno che diviene a tratti classicista, a tratti impressionista, l’indagine psicologica nei ritratti, la ricerca del vero al di là di ogni semplicistica apparenza, l’autocritica, il desiderio profondo di tornare nella sua Modica, fra i suoi affetti, con la consapevolezza della necessità del distacco, tutto ciò fa di Giuseppe Malandrino un autore composito, un artista eterogeneo, capace ancora oggi di stupire.

Angela Allegria
Gennaio 2010, n. 5
In www.edizionibohemien.com

Al via la nuova stagione di prosa al Teatro Garibaldi

 

Presentata sabato 2 gennaio presso il Foyer del Teatro la nuova stagione di prosa della Fondazione Teatro Garibaldi, “esempio, spinta di ciò che la città vuole e deve essere, il posto dove l’identità di una comunità si rispecchia ed è” come lo descrive Antonio Sichera, consulente culturale del Sindaco.

Venti spettacoli concepiti come un unico progetto, eppure divisi in quattro segmenti artistici:

• Il teatro per il teatro, il quale parte con “L’incidente” di Luigi Lunari, grande traduttore di Goldoni e vedrà fra i protagonisti Tuccio Musumeci e Marcello Perracchio, in programma il prossimo 27 gennaio, per poi continuare con “Senza Hitler” con Andrea Tidona e Carla Cassola, “Le mille bolle blu” di Salvatore Rizzo, “Uscita di emergenza” con le regia di Giancarlo Sammartano, “Grisù, Giuseppe e Maria” di Gianni Clementi e “Niente sesso, siamo inglesi” di Anthony Marriot e Alistair Foot;

• Il teatro per la musica, con un repertorio inconsueto, lasciando quello classico alle associazioni, vede la presenza fra gli altri di Salvatore Bonafede, Roberto Gatto, Fabrizio Bosso, Pietro Leveratto il 1 febbraio, per poi proseguire con “Michael Jackosn Jazz Tribute” il 14, il pezzo forte ossia Eddie Gomez Trio e Kurt Rosewinkell Trio, unica data in Italia;

• Il teatro per la crescita, “nato per coinvolgere le scuole e costruire un dibattito volto ai giovani per fornire loro oltre allo spettacolo ed al divertimento, spunti di riflessione sui problemi sociali quali ad esempio il racket o l’immigrazione” come spiega Giorgio Pace, consulente teatrale del Sindaco, che ha predisposto la stagione insieme con l’altro direttore artistico, Andrea Tidona;

• Il teatro per l’identità, voluto per coinvolgere gli artisti locali, le associazioni che operano sul territorio, e farli riunire nella loro vera casa, il Teatro. I nomi sono tanti: Saro Spadola con “Ccu’i nguanti gialli” di Luigi Pirandello, Alessandro Sparacino con “Aspettando Godot”, Tiziana Spadaro con “Non sposto un segno al mio cuore” di Nausica Zocco, e i giovani ma talentuosi Alessandro Romano con “Vicino a un grande giardino” e Riccardo Tona con “Taxi a due piazze”.

Il Sindaco ha parlato del teatro cittadino come “cantiere culturale” in una stagione di transizione fra il prima, ovvero la gestione comunale, ed il dopo, ossia la fondazione della quale è ancora possibile fare parte per realizzare “la linea politico-culturale della gestione del teatro che non viene dato solo ad alcuni, ma in cui la gente possa vedere personaggi di prestigio, ma che possa avere anche una valenza educativa”.

Per le date ed i costi si può visitare il sito della fondazione teatro Garibaldi, dove è possibile inoltre rinnovare l’abbonamento (dal 4 al 12 gennaio), o farne uno nuovo (dal 13 al 26 gennaio).

Angela Allegria

3 gennaio 2010
In www.30giorninews.com

Tutta la dolcezza della solidarietà

Tempo di Natale, tempo di cioccolato, meglio se si tratta di cioccolata modicana  che comprende ormai diversi aromi, differenti gusti, variazioni della ricetta base azteca fatta di cacao, zucchero e spezie il tutto lavorato a freddo. Il risultato è davanti agli occhi di tutti, si potrebbe dire dentro le bocche di tutti coloro che vogliono assaporare, periodo di festa o no, la fine tavoletta modicana.

Dopo la scoperta che in altre parti della Sicilia (a Bronte e ad Agrigento) si producono barrette di cioccolata modicana e le polemiche sollevate, arriva la decisione del sindaco Antonello Buscema in concerto con i produttori locali di dirigersi verso un marchio che accomuni l’eccellenza.

“Il marchio – spiega il Sindaco – deve tutelare dalle aggressioni esterna, ma soprattutto dalle aggressioni interne perché non tutto il cioccolato di Modica è d’eccellenza. Questo implica la necessità di sottoporsi a quelle regole che, se rispettate, porteranno alla produzione di un prodotto d’eccellenza. Questa è la grande scommessa che l’Amministrazione comunale e i produttori devono fare insieme”.

Intanto nella serata di lunedì 14 dicembre si è svolto presso il Tendone natalizio sito in piazza Matteotti un vero e proprio percorso conoscitivo in senso lato dello squisito prodotto della tradizione modicana portata avanti a partire dalla ricetta originale azteca, zuccherata dagli spagnoli e conservata nei conventi della città della Contea.

L’occasione per una riflessione sul cioccolato è stata fornita dalla presentazione del libro “Cioccolato di Modica” di Emanuela Ferro, la quale propone nella prima parte una analisi del rapporto fra cioccolato e territorio, in particolare nel contesto barocco, mentre nella seconda parte si lascia spazio alla cucina, alle ricette rivisitate o create appositamente da venti chef stellati.

Durante la presentazione, alla quale erano presenti il sindaco di Modica, Antonello Buscema, l’assessore allo sviluppo economico Nino Frasca Caccia, il presidente della Cooperativa Quetzal, Piero Iemmolo, il direttore commerciale della stessa Simone Sabaini, Antonio Paolini della guida dei ristoranti pubblicata dall’Espresso, si è data la possibilità di conoscere non solo da cosa è nato il libro, ma anche gli sforzi compiuti dalla Quetzal per unire i produttori di cioccolato modicano a quelli del sud del mondo, nel quale si trovano coloro che coltivano e producono le materie prime d’eccellenza con le loro storie umane.

Spiega Sabaini: “Una materia prima, il cacao, e un prodotto, il cioccolato, possono anche essere un esempio felice di scambi equi e solidali come quelli su cui ha scommesso la cooperativa Quetzal che a Modica produce tavolette dove il cacao ecuadoriano, lo zucchero delle Filippine, del Costa Rica e dell’Ecuador, le spezie cingalesi e la vaniglia del Madagascar incontrano la manna delle Madonie, le fave cottoie, i pistacchi di Bronte e ancora arance, mandorle, capperi ed erbe aromatiche”.

“Una sintesi di storie: quella dei produttori di materie prime del sud del mondo, quella dei dolcieri modicani che sulla base della vecchia ricetta azteca producono un vero e proprio prodotto d’eccellenza” sottolinea Piero Iemmolo.

Nel libro gli chef propongono gli accostamenti fra dolce e salato perché, vero è che il cioccolato fa pensare al dolce, ma è anche vero che il suo impegno nei piatti di carne o di pesce non guasta affatto, anzi stuzzica le papille gustative stimolandole a ricercare l’essenza vera della cucina.

Di abbinamenti si è parlato prima e dopo la presentazione, cominciando con un laboratorio di gusto a cura di Teo Musso, colui che nel 1997 sperimentò per primo la birra artigianale, la Baladin.

Musso propone cinque birre diverse affiancate a cinque varietà di cioccolato modicano. Un accostamento insolito, inconsueto, un incontro nel quale il gusto e l’olfatto sono fortemente solleticati nella percezione.

Si è partiti con una birra bianca, la Isaac, dalle emozioni raffinate e dal profumo d’arancia che è stata accostata con il cioccolato al mandarino. “Sembra – come ha fatto notare lo stesso Musso – di assaggiare un mandarino ricoperto di cioccolato”.

Sono seguite poi la Nora, una birra egizia dallo spirito intrigante in un gioco olfattivo con il cioccolato allo zenzero, l’Elisir, birra secca, che esalta maggiormente il peperoncino della cioccolata abbinata, la Noel, medaglia d’oro al mondiale della birra di Strasburgo, assaporata con il cioccolato amaro allo zucchero di canna, ed infine un vero e proprio passito ossidato di birra, “una sorta di Marsala” di birra proposto in compagnia del cioccolato al bergamotto.

La serata si è conclusa presso il ristorante Binario Quattro, all’ombra della locomotiva ferrosa adagiata sul carbone nero, sotto la luce di una candela bianca inserita fra pigne, alloro ed agrifoglio, un luogo nel quale quattro chef stellati hanno proposto alcune ricette presenti nel volume presentato poco prima.

Gli chef i quali, dopo gli stuzzichini a base di gorgonzola, lardo dei Nebrodi, castagne e cioccolato, creazioni del padrone di casa Luciano Failla, si sono alternati in cucina sono stati:

Peppe Barone della “Fattoria delle torri” di Modica, il quale ha presentato una caponata con gambero di Marzamemi e cioccolato modicano accompagnato dalla birra Wayan, elegante e pungente;

Vincenzo Candiano della “Locanda don Serafino” di Ragusa, che ha proposto ravioli con ripieno di gamberi di Marzamemi e noci di Avola con crema di gamberi e cioccolata modicana ed accompagnati da un nido di cicorino. Un piatto delicato esaltato dalla Super Baladin, birra senza spezie, concepita in modo tradizionale;

Pietro D’Agostino de “La capinera” di Taormina, il quale ha curato il secondo a base di guanciale vitellina modicana cotto in vino rosso e decorato con cioccolato modicano allo zafferano, abbinato alla birra Noel;

Accursio Craparo del “La gazza ladra” di Modica, al quale è stato affidato il dolce, un tondeggiante tortino di melanzana, cioccolato modicano, pinoli tostati e pomodorini caramellati, il cui sapore corposo è stato accompagnato dalla Xyauyù, il passito di birra.

Si è concluso in questa maniera gustosa un pomeriggio iniziato all’insegna del cioccolato modicano e della birra, due gusti apparentemente contrastanti, ma il cui abbinamento esalta il palato conducendo chi assapora verso nuove frontiere del gusto tutte da scoprire.

Angela Allegria
Gennaio 2010
In Prima Pagina

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