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Non solo indifferenza. Intervista a Laura Malandrino

 

Immigrazione e giornalismo, sofferenza ed informazione, clandestinità e senso etico: questi i rapporti che vengono in mente quando un giornalista deve guardare con occhi obiettivi la realtà, raccontando i fatti, i personaggi, i luoghi, ma anche le storie, le piccole storie che fanno la grande storia.
E spesso sono le piccole storie quelle che rendono la realtà, che raffigurano lo stato delle cose fornendo un altro punto di vista, soprattutto se si parla di immigrazione.
I viaggi dei migranti, le sofferenze, i soprusi, le ingiustizie e poi l’arrivo in terra straniera, il contatto con persone di diversa cultura, l’indifferenza, ma spesso anche la solidarietà.
Mentre il soccorso che, imposto dalle convenzioni del diritto marittimo internazionale, è punibile con il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, induce i pescatori a “tirare dritto” senza fermarsi, i primi soccorsi offerti in terra ferma, sulle coste, nei centri d’accoglienza, riescono a far prendere coscienza delle storie dei singoli, della loro vita, delle loro avventure per raggiungere le coste italiane. Lì il migrante non è un numero, ma un essere umano con i propri diritti e le proprie sofferenze.
Di immigrazione, di piccole storie, di solidarietà parliamo con Laura Malandrino, giornalista e donna.

D: Laura, hai ricevuto il premio nazionale di giornalismo Più a Sud di Tunisi 2007 per aver raccontato la storia del piccolo Misdan e della madre eritrea: cosa ti ha colpito di questa storia?
R: Il fatto che è la dimostrazione di come la via concreta per l’integrazione sia l’amore, l’attenzione alla persona in sé e alla sua storia, il rispetto per i suoi sogni e le sue attese. L’esperienza di una forma di dialogo, inteso non come programmazione o esercizio della parola, ma volontà di confronto e comprensione profonda dell’altro.
D: Molto spesso sulle nostre coste siciliane arrivano migranti in condizioni disastrate, alcuni addirittura non arrivano. In che modo questi vengono accolti sia dai volontari sia dagli italiani?
R: Come emerge chiaramente dai titoli dei giornali, la Sicilia è una terra di grande accoglienza, sensibile ai problemi dei migranti. Le cronache degli sbarchi, infatti, raccontano la solidarietà della Chiesa locale e degli abitanti delle nostre cittadine marinare da Pozzallo a Portopalo di Capo Passero, da  Lampedusa a Licata e Mazara del Vallo. Nell’ambito della primissima accoglienza, in particolare a Portopalo viene “fotografata” una comunità attiva, sensibile, abituata ad affrontare l’emergenza, purtroppo divenuta normalità,  con coraggio e spirito di sacrificio. In maniera spontanea, ma non per questo disorganizzata. Anzi, capace di attivare una “macchina dell’accoglienza” strutturata in modo esemplare ed efficiente, tanto da essere attenzionata, per questo motivo, a livello nazionale.
D: Da giornalista come ti rapporti al fenomeno dell’immigrazione clandestina?
R: Cerco semplicemente di fare il mio lavoro, nel rispetto della deontologia e dell’etica della professione. Data la delicatezza della tematica, nel giugno del 2007 con il progetto “Equal tratta no!” è stato anche formalizzato un documento con le linee guida per il trattamento dell’informazione in tema di tratta di esseri umani, e nei mesi scorsi è stata elaborata la Carta di Roma, un codice etico che i giornalisti dovranno seguire nel trattare di immigrati, rifugiati politici, richiedenti asilo. La proposta di elaborarla fu lanciata da Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, all’indomani del linciaggio mediatico del tunisino Azouz Marzouk per la “strage di Erba”, in realtà compiuta da una coppia di italiani. La Carta è una sorta di testo unico di principi deontologici già sanciti in numerose convenzioni internazionali e dalla Costituzione, accompagnati da una serie di “raccomandazioni”.
D: E da donna?
R: Mi colpisce il coraggio delle donne, molte delle quali decidono di intraprendere il loro “viaggio della speranza” quando sono in avanzato stato di gravidanza allo scopo di dare alla luce i figli in Italia, anche se spesso questi figli nascono sui barconi al limite delle acque internazionali. Come Mabruc, un bambino eritreo nato al largo delle nostre coste il 2 giugno del 2005 a bordo di un vecchio peschereccio dove erano stipati 175 migranti. L’equipaggio della motovedetta Partipilo della Guardia di Finanza di Pozzallo gli ha salvato la vita. Nel buio della notte durante le ordinarie operazioni di controllo e contrasto all’immigrazione clandestina, la Partipilo ha intercettato la carretta del mare, l’ha raggiunta e l’ha soccorsa. Trovarmi a bordo di quella motovedetta come cronista, quella notte, oltre a darmi la possibilità di raccontare il lavoro straordinario delle nostre forze dell’ordine mi ha fatto toccare con mano il dramma di queste persone, ma anche la loro incredibile voglia di non arrendersi. Non potrò mai dimenticare il cordone ombelicale ancora insanguinato di quel bambino che ho accarezzato e il volto di sua madre che a stento si teneva in piedi, sereno, perché la nostra presenza lì era il segno che l’Italia era vicina, che l’incubo era finito e il suo sogno cominciava a diventare realtà. 
D: A tuo avviso che proposte potrebbero essere fatte per arginare il fenomeno?
R: Premesso che il lavoro giornalistico è quello di osservare e “riportare” gli avvenimenti e che le decisioni devono essere demandate all’Unione Europea e ai Governi dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, penso che l’unica via sia quella di incrementare una cooperazione allo sviluppo mirata a crea¬re negli Stati di partenza le condizioni per drenare, almeno nel lungo periodo, i flus¬si migratori in uscita. Andando oltre il semplice slogan o il comodo alibi di “aiutarli a casa loro” sbandierato da tempo ma mai applicato, serve un mix realistico tra rigore e accoglienza, in nome del rispetto della dignità umana e del diritto di tutti alla pace, al lavoro, al pane e alla casa.

Angela Allegria

20 maggio 2008

In www.7magazine.it

 

 

 

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L’immigrazione clandestina attraverso gli occhi dei protagonisti

 

La repressione del fenomeno dell’immigrazione clandestina, oggetto di polemica in questi giorni in Italia e non solo, pone l’accento su un fenomeno che interessa da anni l’Europa, vista dagli abitanti del Terzo Mondo come “luogo di fortuna”.
Se oggi in Italia si fanno blitz e perquisizioni alla luce della Legge Bossi-Fini, giustificando una nascente xenofobia come “risoluzione” di un vero e proprio problema, non si può non ricordare in che condizioni e a che rischi gli immigrati arrivano sulle coste italiane, spesso tramite la Libia.
L’Osservatorio sulle vittime delle migrazioni Fortress Europe ha presentato nell’Ottobre 2007 “Fuga da Tripoli. Rapporto sulle condizioni dei migranti in transito in Libia”.
“Dalla frontiera meridionale libica ogni anno entrano migliaia di migranti e rifugiati sprovvisti di documenti, alcuni dei quali poi continuano il viaggio verso l’Italia. Le testimonianze riportate in questo rapporto denunciano gravi crimini commessi tanto dai passeurs (coloro che organizzano i viaggi e che fanno “passare” la frontiera) quanto dalle forze dell’ordine libiche”. Dalla lettura del documento si apprende che solo nei primi nove mesi del 2007 in Sicilia sono giunti 12.753 migranti a bordo di imbarazioni di fortuna, barchette sempre più piccole affidate direttamente alla guida dei passeggeri che percorrono rotte sempre diverse, spesso più lunghe, per aggirare i controlli.
Punti favorevoli per lo sbarco in Sicilia essenzialmente quattro: Lampedusa, Pozzallo, Licata e Pachino.
La rotta attraverso il Canale di Sicilia diviene sempre più pericolosa: il fondale dal 1988  conta almeno 2432 vittime.
La Libia è un paese di transito: lì arrivano i migranti dalle altre zone africane, da lì partono per l’Europa, lì accadono i peggiori sopprusi, “crimini che l’Unione Europea finge di non vedere dal momento in cui autorizza il respingimento dei migranti in Libia a mezzo dei pattugliamenti Frontex, quando soltanto nel maggio 2005 la Corte europea dei diritti umani aveva vietato i respingimenti collettii da Lampedusa verso Tripoli. E quando in base all’art. 4 del IV protocollo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”.

La prima denuncia ufficiale sulla condizione dei migranti in Libia viene fatta nel dicembre 2004 dalla Missione tecnica in Libia dell’U.E., la quale nel suo rapporto parla di “arresti arbitrari degli stranieri, abusi, deportazioni collettive e mancato riconoscimento del diritto di asilo”.
Situazione è confermata dagli studi di “Afric” e “Human Rights Watch” nel 2006.
In Libia esistono centri di detenzione per migranti, veri e propri campi di concentramento all’interno dei quali si consumano i crimini più efferati che hanno come vittime uomini, donne, bambini.
Dalle testimonianze raccolte nel rapporto dell’Osservatorio si può affermare che ne esistono almeno 20.
Secondo il rapporto della Missione europea in Libia tre di questi centri sono stati finanziati dall’Italia: uno nel 2003, nel nord del paese, altri due nel 2004 e 2005. L’art. 1 comma 544 della finanziaria 2005 ha destinato 23 milioni di euro per il 2005 e 20 milioni per il 2006 per fornire “assistenza finanziaria e tecnica in materia di flussi migratori e di asilo, nonché per proseguire gli interventi intesi a realizzare nei paesi di accertata provenienza di flussi di immigrazione clandestina apposite strutture”. Soldi finiti a Sabha e Kufrah, che secondo quanto dichiarato dall’ex sottosegretario del Ministero dell’Interno Marcella Lucidi sarebbero serviti però a costruire un centro di formazione per la polizia a Sabha e un centro sanitario a Kufrah.
Sulle condizioni dei centri di detenzione parla un anonimo eritreo: “A Misratah siamo detenuti in 600 circa, siamo tutti eritrei. Ci sono un centinaio di donne e una cinquantina di bambini. Il primo gruppo di 450 persone è dentro da un anno e sei mesi, gli altri li hanno portati quattro mesi fa. Alcuni li hanno arrestati in mare mentre navigavano verso l’Italia. Altri li hanno arrestati prima della partenza mentre aspettavano nascosti l’arrivo dei passeur. Altri ancora li hanno fermati per strada per un controllo dei documenti e c’è anche chi è stato prelevato a casa, durante retate notturne. Un signore l’hanno portato in commissariato ancora in pigiama. Abbiamo lasciato tutti i nostri beni incustoditi, a casa. Prima di portarci qua ci hanno perquisito e preso tutto. Alcuni avevano i documenti come rifugiati politici, ma glieli hanno strappati. Durante le prime settimane di detenzione alcune donne sono state struprate dagli agenti. Almeno sette persone sono state ricoverate per esaurimento nervoso. C’è chi si è preso la scabbia o delle dermatiti, c’è chi ha malattie polmonari, attacchi asmatici, problemi intestinali, e gastriti. Tre persone sono state ricoverate in ospedale per tubercolosi. Due donne hanno già partorito in carcere, e altre cinque sono incinte, di cui tre vicine al parto. Ma non abbiamo nessuna assistenza sanitaria. Ci tengono in delle camerate dove dormiamo in settanta, per terra, la notte ci si incastra, con la testa accanto ai piedi del vicino. Di giorno il caldo è insopportabile e l’aria è appesantita dalle fetide esalazioni che salgono dagli scarichi dei bagni, che quando si intasano riversano liquami sui pavimenti. Da bere abbiamo soltanto tre barili d’acqua al giorno, per 600 persone. La notte invece inizia a fare freddo e non abbiamo coperte”.
Qualcuno prova a scappare, ma è peggio. Elvis del Camerun, detenuto ad Al Fellah, presso Tripoli,  racconta: “Sono stato detenuto sei mesi al Fellah a Tripoli, prima di essere deportato. E ho visto uccidere due persone. Era nel giugno del 2006. I nigeriani erano i più numerosi. Non ne potevano più del carcere. Erano dentro da otto, nove mesi. Chiedevano di essere rimpatriati o di essere liberati. Quella mattina rifiutarono la colazione. La rivolta aveva contagiato tutti. Gridavano, sbattevano contro le porte. Avevano spaccato i muri e gettavano intonaci e pezzi di cemento contro la polizia. La reazione degli agenti fu durissima. Prima gettarono dei gas lacrimogeni nella camerate. Poi spararono qualche colpo di fucile. Colpirono sei uomini. Poi li portarono all’ospedale. Due erano morti. Erano entrambi nigeriani. Ne conoscevo uno, si chiamava Harrison, veniva da Benin City. Gli altri 4, feriti alle gambe e alle braccia, tornarono quattro giorni dopo, ancora con i punti di sutura”.
Chi resta, viene comunque interrogato, come dichiara Wares, eritreo, detenuto nello stesso centro: “Se una persona scappa, tutti gli altri sono portati nel cortile per essere sottoposti ad un interrogatorio sulle sorti del fuggitivo. Chi non risponde o dice di non sapere niente viene picchiato con il manganello. A volte utilizzano un manganello che dà la scossa elettrica”.
I manganelli capaci di dare scariche eletriche, in dotazione della polizia libica, producono cecità temporanea e gonfiore del viso.
I rischi per la vita dei migranti però iniziano fin dai viaggi attraverso il deserto, meta obbligata per raggiungere la Libia.
Yakok, etiope, racconta: “Il problema è in Sudan. Paghi 300 dollari e ti dicono che ti portano a in Libia. Ma gli autisti sudanesi ti lasciano al confine. Da lì si continua sui fuoristrada dei libici. E i libici vogliono altri soldi. Non hai scelta perché sono troppi chilometri di deserto. Chi paga continua e chi ha più contanti aiuta quelli in difficoltà. Ma se non hai i soldi partono senza di te. Sei meno di una merce per loro”.

Menghistu, anche lui etiope ha partecipato a ben due viaggi per raggiungere l’Italia: Durante il primo viaggio “Abbiamo viaggiato nel deserto per cinque o sei giorni fino a Kufrah. L’acqua era dentro i bidoni e i libici la distribuivano una volta al giorno, ci facevano scendere dalle macchine e ci mettevano in fila e ci davano un bicchiere ciascuno una volta al giorno. Quando siamo arrivati a Kufrah i libici hanno cominciato a urlarci e bastonarci appena qualcosa li disturbava, ci bastonavano alla prima occasione. Quando stavamo in fila se qualcuno la rallentava o usciva fuori dalla fila lo bastonavano, ma noi non avevamo più la forza e non ci potevamo opporre. In Libia il potere era il loro. Quelli che di noi parlavano arabo erano i più bastonati. A Kufrah abbiamo cambiato la macchina e ci hanno messo su un modello vecchio di pick-up con il rimorchio chiuso. Ci siamo entrati in 18, si stava seduti con le gambe strette tra le braccia, non ci potevamo muovere di un centimetro e le persone piangevano e si lamentavano, aspettavamo solo il momento che le gomme affondavano nella sabbia allora si doveva scendere per liberarle e così potevamo respirare per qualche minuto. Abbiamo imparato subito le parole ‘sali e scendi’ perché se non capivi queste parole ti bastonavano, dicevano: ‘animali scendete! animali salite!’.”
Nel secondo viaggio, dopo l’arresto a Kufrah “Siamo partiti di giorno, il pomeriggio, durante il viaggio abbiamo cambiato le macchine quattro volte.- continua Menghistu – Ci siamo fermati a Ajdabiya perché una macchina aveva dei problemi e così hanno diviso i passeggeri nelle altre macchine e si stava molto stretti e in piedi. Io ho cercato durante una sosta di nascondermi e andare in un’altra macchina dove erano di meno, ma un libico mi ha visto. Ho cominciato a correre fino a quando mi ha preso e mi ha picchiato con il bastone. I libici non hanno con loro solo i bastoni ma anche pugnali e spade e qualche volta ti minacciano impugnando la spada.
Dopo Ajdabiya, nell’ultima parte del viaggio siamo stati trasferiti dai pick-up in un camion coperto da un telone, in tutto eravamo in sessanta. Hanno messo le donne davanti a una piccola finestra e ci hanno fatto entrare in piedi per farci stare tutti e poi con una parola ‘gams!’ ci hanno gridato di sederci, altrimenti se fossimo entrati ognuno sedendoci non ci saremmo stati tutti. Io sono rimasto senza posto, sono rimasto in piedi. Chi era rimasto in piedi hanno cominciato a picchiarlo sulla testa per farlo sedere per forza. Dopo che mi avevano bastonato la prima volta e pensavo che non mi vedevano mi sono alzato di nuovo, però da fuori si vedeva la mia testa contro il telone e allora un’altra bastonata mi ha colpito sulla nuca. Nel camion c’era una grande tensione, mancava l’aria per respirare e sentivi che stavi per morire e la tensione cresceva, avevo con me una penna e ho cominciato a bucare il telone fino a quando l’ho strappato, entrava un po’ d’aria e tutti volevano venire dalla mia parte. Alla fine del viaggio, quando ho guardato il telone era tutto bucato. Si respirava uno alla volta, prendevi aria e poi lasciavi il posto ad un altro e poi di nuovo e via così per tutto il viaggio. C’era un ragazzo che stava male e voleva uscire, strappare il telone, urlava e allora abbiamo fatto un buco più grande e lo abbiamo messo sotto per farlo respirare meglio.
Tutti spingevano perché non c’era spazio, io ho fatto tutto il viaggio piegato in due con il telone che premeva sulla schiena, in quei momenti non vuoi che nessuno ti tocchi, tutti sono nervosi, c’era un uomo che mi dava i pizzichi alle cosce per farmi spostare, le buche ti fanno sobbalzare contro i vicini e quando lo toccavo lui si arrabbiava e allora ci siamo presi a pugni, ma alla fine del viaggio, quando siamo arrivati, ci siamo chiesti scusa.
Durante il viaggio bevevamo acqua calda mischiata con benzina. Durante una sosta per bere quando i libici hanno visto che il telone era tutto strappato ci hanno cominciato a picchiare.
Con noi, nel camion c’era un etiope più anziano che si chiamava Mandela che a Tripoli, due giorni dopo il nostro arrivo, è stato arrestato per la terza volta e rispedito a Kufrah. Quando mesi dopo l’ho rincontrato a Tripoli mi ha detto: “lo sai, quest’ultimo viaggio l’ho fatto come te: in piedi con la schiena piegata contro il telone”. Poi Mandela è morto durante il viaggio in mare. È morto quando io ero già a Trapani”.

Una volta arrestati i migranti hanno quattro possibilità: chi ha soldi cerca di corrompere la polizia per scappare, chi non ne ha o viene rimpatriato in aereo nel proprio Paese d’origine oppure viene caricato su un camion militare e traportato presso la frontiera meridionale, luogo da cui, dopo alcuni mesi di carcere, si parte ancora via camion verso il deserto. Lì chi più pagare 100 o 200 dollari vene riportato indietro clandestinamente dalla stessa polizia, chi non può viene sequestrato da cittadini libici liberi e tenuto in ostaggio fin quando non riscatta il suo debito.
Gli abusi nel deserto, quelli subiti per strada in Libia su persone colpevoli di essere “neri e cristiani”, le sopraffazioni dei passeus, gli omicidi commessi dalla polizia all’arresto o nei commissariati, i respingimenti collettivi, le violenze nei centri di detenzione: sopprusi che tanti migranti sono costretti a subire.
Non ne sono risparmiate neppure le donne: “Ho visto molte donne violentate nel centro di detenzione di Kufrah. I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole, Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene” ha raccontato Fatawhit, eritrea.
“Eravamo in una casa dove avevano radunato tutti quelli che si dovevano imbarcare a breve. – afferma Hewat, etiope – La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta, e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi”.
Di testimonianze del genere ce ne sono a dozzine nel rapporto dell’Osservatorio, voci che fanno capire dall’interno la situazione dei migranti e dovrebbero far riflettere su come arginare il fenomeno dell’immigrazione clandestina alla luce dei racconti dei protagonisti.

Angela Allegria19 maggio 2008

In www.7magazine.it

Foto di Sebastiao Salgado

Aldo Moro e Peppino Impastato: due delitti, stesso giorno

Sono trascorsi trenta anni da quando il 9 maggio 1978 in via Caetani veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro.
Sono trascorsi trenta anni da quando il 9 maggio 1978 a Cinisi veniva ucciso Peppino Impastato.
Due eventi clamorosi che hanno insanguinato l’Italia nello stesso giorno attraverso mani diverse: il terrorismo rosso legato alle Brigate Rosse e la mafia, Cosa Nostra.
Due delitti diversi ma accomunati da un unico scopo: ribadire il potere alternativo, concorrente allo Stato.
Eversione, in entrambi i casi, violenza, affermazione di antistati.
Un attacco al cuore dello stato per l’affermazione della sinistra estremizzata e distorta, per far capire all’Italia il potere e il ruolo delle br.
Dall’altro lato la voglia di mettere a tacere un giovane, un giornalista, un uomo libero colpevole di non abbassare la testa, di diffondere la verità sul boss del paese.
A Roma viene ucciso uno statista, un politico, un rappresentante dello Stato, il cui omicidio è ancora oggi avvolto da mistero con riferimento alle trattative, al ruolo dello Stato, dei partiti, il mistero che avvolge le responsabilità dei ruoli istituzionali che avevano il compito di mediare con i terroristi per la salvezza di una vita. Eppure il primato della vita per il quale Moro aveva speso tante lezioni universitarie come docente di Filosofia del diritto a Bari, non è stato ribadito, non è stato posto come priorità assoluta.
I mass media seguono la vicenda, si mandano in onda decine di speciali, sui giornali i titoli sono tutti per il Presidente.
In Sicilia avviene un fatto, un apparente suicidio, un omicidio fatto per celare nel silenzio le opere di uomini non d’onore, un omicidio per silenzio, fatto in silenzio, che deve rimanere in silenzio.
E se all’inizio non si volle affermare la matrice mafiosa del delitto, attribuendo l’accaduto al suicidio di un terrorista, solo grazie alla determinazione di Felicia e Giovanni Impastato si ebbe, dopo anni, la dichiarazione della realtà dei fatti, ossia la certificazione di delitto mafioso e la condanna di Badalamenti e gli esecutori materiali.
Omicidio di stato quello di Moro, omicidio mafioso quello di Peppino Impastato: in un solo giorno i due “mali” dell’Italia hanno colpito con atroce ferocia.
A distanza di trenta anni, quando i colpevoli sono stati assicurati alla giustizia, siamo sicuri che non ci siano ancora zone in ombra?
Angela Allegria
10 maggio 2008
In www.7magazine.it

Fibrolisi, una tecnica naturale per star meglio. Intervista ad Alberto Tripoli

Nuove tecniche per guarire senza l’uso di medicinali, ma solo grazie alla manipolazione dei tessuti attraverso particolari strumenti. Nuove frontiere per il benessere, soprattutto quando, nonostante i farmaci, i traumi muscolari rimangono e periodicamente si fanno risentire.
Tradizionalmente la fibrolisi viene usata in ortopedia, reumatologia, fisiatria e medicina sportiva, ma è efficace ogni qualvolta si ha un trauma, come ad esempio nel caso di ematomi, contusioni, stiramenti muscolari.
Il termine fu coniato da Gowers nel 1904, ma la tecnica è di uno svedese.
Di tale tecnica parla Alberto Tripoli, naturopata, fondatore dell’Associazione Università Galileo Galilei con sede a Zogno (Br). Il prof. Tripoli mette in risalto pregi e difetti di questa tecnica, ma anche la necessità di un’attenta formazione dei terapisti che dovranno praticarla.

D: Alberto, in cosa consiste la fibrolisi?
R: La fibrolisi è una tecnica messa a punto dal fisioterapista svedese Eckman K. Essa consiste nell’uso di strumenti particolari, i fibrolisori, che agiscono sulla pelle per via meccanica, facendo “rotolare” i tessuti, scollando le aderenze e frantumando i noduli. Il tessuto distrutto viene riassorbito dall’organismo tra una seduta e l’altra.
Questa pratica è una forma di manipolazione solo per i tessuti molli. Sblocca le articolazioni, la fibrolisi scolla i noduli e le aderenze dei tessuti.
D: Quali sono le indicazioni di questa tecnica?
R: Ideale effettuare la tecnica di fibrolisi dopo traumi, stati infiammatori, perdita di tonicità ed elasticità muscolare, in presenza di continui crampi.
D: Ci sono delle controindicazioni?
R: Le controindicazioni sono quelle legate anche ad altre tecniche di manipolazione, come nel caso di presenza patologie tumorali, ferite esposte, soggetti diabetici da insulina, interventi chirurgici recenti.
D: Si tratta di una tecnica risolutiva?
R: La tecnica di fibrolisi è una tecnica che il fisioterapista esperto dovrebbe usare prima di eseguire un lavoro di riequilibrio posturale, poiché il solo massaggio può  non risultare risolutivo, anche le mani hanno dei limiti.
D: Un’ultima domanda: come nasce la vostra associazione Università Galileo Galilei?
R: L’Università nasce con l’obiettivo dei suoi soci fondatori di Formare con la F maiuscola e di farlo con testa, anima e cuore.  Formare è sempre stata una grossa responsabilità, ma oggi lo è ancora di più perché la società richiede sempre più preparazione e competenze super specialistiche. I professionisti di oggi e di domani non potranno che contare su una preparazione continuativa nell’arco di tutta la vita lavorativa. La vocazione della nostra associazione è rivolta soprattutto al mondo sanitario e a quello delle biodiscipline. Da giugno partirà un corso teorico-pratico sulla tecnica della fibrolisi.
Angela Allegria
24 aprile 2008
In www.7magazine.it

La lotta alla mafia del Centro Documentazione Peppino Impastato. Intervista al Prof. Umberto Santino

Un modo “intellettuale” per combattere la mafia, perché è necessario prima conoscere il fenomeno nella sua complessità e poi agire di conseguenza. Una lotta quella del Centro Impastato fondata sulla conoscenza dei fatti, sulla consapevolezza del fenomeno mafioso, sulla cognizione della concatenazione degli eventi.
“Al fine di sviluppare la conoscenza del fenomeno mafioso e di altri fenomeni ad esso assimilabili, a livello nazionale ed internazionale, di promuovere iniziative allo scopo di combattere tali fenomeni ed elaborare e diffondere un’adeguata cultura della legalità, dello sviluppo e della partecipazione democratica” nasce il Centro Siciliano di documentazione. Esso, fondato nel 1977 da Umberto Santino e Anna Puglisi, si è formalmente costituito come Associazione culturale nel maggio del 1980 ed è stato intitolato a Peppino Impastato.
Umberto Santino, noto studioso del fenomeno mafioso, coadiuvato da Anna Puglisi, ha messo a disposizione del suo centro una biblioteca che contiene circa 7000 volumi ed un’emeroteca che conta oltre 200 testate.
Al Prof. Santino abbiamo chiesto cosa pensa da studioso del fenomeno di Cosa Nostra dopo gli arresti di Provenzano e Lo Piccolo, anche alla luce della sua amicizia con Peppino Impastato. 

D: Che legame c’è fra il vostro centro e Peppino Impastato?
R: Con Peppino ci conoscevamo ma il rapporto più intenso comincia dopo la sua morte. Ad esempio io non sapevo che fosse di famiglia mafiosa. Il Centro è stato dedicato a Peppino per due ragioni: è un caso unico nella lotta contro la mafia per la sua provenienza da una famiglia mafiosa, aveva una concezione complessa della mafia (non solo organizzazione criminale, ma soprattutto sistema di potere legato alla politica) e dell’antimafia, svolta attraverso la controinformazione, l’animazione culturale, l’impegno sociale e politico.
D: Cosa è cambiato dopo l’uscita de “I centopassi”?
R: Moltissimi hanno conosciuto Peppino attraverso il film e un certo numero di spettatori ha desiderato approfondire la conoscenza della sua figura, mettendosi in contatto con noi, con i familiari, con alcuni compagni. In tutto qualche migliaio. È aumentata la partecipazione alle manifestazioni come pure la richiesta nelle scuole, ma la maggior parte degli spettatori si limita all’icona cinematografica, alquanto riduttiva.
D: Che analisi si può fare di Cosa Nostra oggi, dopo la cattura di Provenzano e Lo Piccolo?
R: Gran parte della struttura militare è smantellata, ma rimane in piedi il sistema dei rapporti, soprattutto quelli con la politica. Ma su questo terreno fondamentale più che la magistratura e le forze dell’ordine deve operare la società nel suo complesso, per esempio non votando i personaggi condannati o sotto processo che invece raccolgono valanghe di voti. Ciò significa che il consenso per questi personaggi è molto forte e bisognerebbe chiedersi il perché. Evidentemente essi assicurano buoni affari alla “borghesia mafiosa” e redditi di sopravvivenza agli strati popolari.
D: E l’Antimafia? Che ruolo ha oggi?
R: Dopo le stragi ci sono state grandi manifestazioni, ma le iniziative continuative, nelle scuole, nell’antiracket, con l’uso sociale dei beni confiscati, continuano a coinvolgere un numero ancora limitato di pesone. Manca un progetto che miri alla creazione di un blocco sociale alternativo, coinvolgendo soprarattutto gli strati popolari.
D: Peppino venne ucciso perché non aveva taciuto. Oggi sono pochi i giornalisti che non tacciono, che cercano la verità e la diffondono e per questo sono minacciati di morte (ad es. Lirio Abbate o Carlo Ruta). Sono passati trenta anni ma la realtà della informazione non sembra cambiata. È davvero così?
R: Peppino praticava la controinformazione, l’inchiesta sul territorio. I giornalisti, anche i più coraggiosi, usano soprattutto fonti giudiziarie, in particolare le dichiarazioni dei cosiddetti “pentiti”. È un altro genere di lavoro, molto meno politicizzato.
D: Da storico, da presidente del Centro Impastato che soluzioni sia pur parziali propone per combattere la mafia?
R: Bisogna affrontare la mafia nella sua complesità: sul piano criminale-repressivo, sul piano economico, politico, culturale, spezzando soprattutto i legami con quella che chiamo “borghesia mafiosa” (professionisti, imprenditori, amministratori, politici, rappresentanti delle istituzioni) e con il blocco sociale più ampio, che coinvolge anche strati popolari, rafforzando l’economia legale per soddisfare bisogni che altrimenti trovano una qualche soddisfazione nelle reti clientelari più o meno direttamente legate alla mafia. Per operare in questa direzione occorre un progetto che finora non si è riusciti a mettere in piedi, per lo scarso impegno di sindacati (bisognerebbe organizzare i disoccupati e i precari) e forze politiche (si è smarrita un’identità delle sinistre che un tempo era basata soprattutto sulla presenza nel territorio) e per l’inadeguatezza della società civile organizzata, che è ancora minoritaria.

www.centroimpastato.it

Angela Allegria

6 aprile 2008

In www.7magazine.it

Un intero popolo che non paga il pizzo è un popolo Libero

 

A un anno dal lancio della campagna “Contro il pizzo cambia i consumi”, il Comitato Addiopizzo ha presentato una lista che al momento conta 250 fra commercianti ed imprenditori che hanno alzato la testa contro il racket delle estorsioni.
Sono siciliani onesti i ragazzi che a Palermo hanno brindato per la cattura di Provenzano, siciliani che vogliono vivere nella loro terra e lottano affinché in essa ristabilisca la legalità.
Sono siciliani onesti i commercianti e gli imprenditori che hanno deciso di non pagare, di dire “NO” ai sopprusi, di non pagare.
Sabato 8 marzo a Palermo è stato aperto il primo emporio pizzo-free, primo luogo in cui si vendono e si acquistano solo prodotti di commercianti ed imprenditori che hanno aderito alla campagna antiracket.
Abbiamo chiesto ad Antonella Lombardi del Comitato Addiopizzo di Palermo qualche delucidazione. D: Sabato 8 marzo è stato aperto a Palermo il primo emporio pizzo-free. Da cosa nasce tale idea e come si sviluppa?
R: Il punto pizzo free nasce da un idea di Fabio Messina, già imprenditore di Addiopizzo in passato, (aveva una enoteca che si chiamava “Al Porto”) che ha creato e messo in funzione, nel pieno centro della città, un luogo in cui è stato possibile riunire diversi operatori economici che hanno detto no al pizzo. Il punto di forza dell’iniziativa è che adesso, per chi ha scelto di aderire alla nostra
campagna del consumo critico, sostenere con i propri acquisti questi commercianti sarà più facile, perché è possibile trovare in un unico posto prodotti diversi: dai prodotti della cooperativa Libera Terra – Placido Rizzotto che provengono dai terreni confiscati alla mafia, ai tessili della Sigma di Libero Grassi, alle magliette del comitato, agli accessori in cuoio e alle piante. Della
nostra lista sono 35 i  commercianti presenti con i loro prodotti all’interno del negozio: dai 30 iniziali, infatti,  a soli due giorni dall’apertura altri cinque commercianti hanno deciso di aderire. L’emporio si trova in corso Vittorio Emanuele 172, una zona che per noi ha un alto valore simbolico: sulla stessa strada sono presenti altri 17 commercianti della lista che hanno detto no al pizzo. A pochi passi si trova anche la Focacceria San Francesco di Vincenzo Conticello, che ha additato in un’aula di tribunale i suoi estortori, denunciandoli. Il senso dell’iniziativa è valorizzare tutte le imprese aderenti alla “lista pizzo-free” e spingere altri commercianti ad associarsi, in modo da renderli protagonisti di una svolta economica e culturale non più soli come invece era successo nel 1991 a Libero Grassi.

D: Cosa accadeva in passato e cosa accade ora quando un commerciante o un imprenditore decide di non pagare il pizzo?
R: In passato chi decideva di non pagare o di denunciare era costretto a fare l’eroe solitario tra assordanti silenzi.
Oggi, grazie anche al sacrificio di chi, come Libero Grassi, non si è piegato ai propri estortori, è possibile denunciare liberamente.
Da novembre, inoltre, è nata a Palermo Libero Futuro, la prima associazione antiracket che segue i commercianti che denunciano fino alla fase processuale, garantendo la necessaria riservatezza.

D: Come possono i cittadini dare una mano a questi commercianti onesti?
R: Scegliendo di andare da loro per i propri acquisti. La nostra campagna “contro il pizzo cambia i consumi” non è una campagna di boicottaggio, ma una lista di consumo critico. Se è possibile scegliere di non finanziare indirettamente la mafia, perché non farlo? Ad oggi 10.000 cittadini – consumatori hanno scelto con i propri acquisti di aiutare i commercianti onesti, non foraggiando, così, le organizzazioni criminali. Inoltre, secondo uno studio Eurispes,  il profitto che la mafia ricava dal pizzo ammonta a circa 10 miliardi di euro l’anno. Se non ci fosse questa zavorra il Pil del Sud Italia sarebbe pari a quello del Nord. Una “tassa” per qualcosa che spetta di diritto ai
propri cittadini e attraverso la quale la mafia di fatto afferma la propria signoria sul territorio.
Basterebbero queste cifre a ricordarci quanto in effetti il pizzo pesi sull’intero sistema economico del Mezzogiorno, costringendo ancora tanti ragazzi a cercare un lavoro fuori dalla Sicilia.

D: Al momento sono solo 250 i commercianti-imprenditori che hanno detto di  no al racket delle estorsioni, ma la lista è destinata a crescere. E’ possibile allora per i siciliani onesti alzare la testa contro la mafia?
R: Si, se si decide di non piegarsi alle clientele, alle raccomandazioni e a tutti quei compromessi che
contribuiscono ad alimentare l’illegalità. Dovremmo ricordarcelo in ogni momento, da quando andiamo a votare a quando facciamo la spesa. Soltanto in questo modo è possibile combattere efficacemente la mafia.

D: La cattura di Provenzano, gli altri arresti di membri di Cosa Nostra, l’adesione sempre maggiore di imprenditori al Vostro Comitato sono sintomi di grande cambiamento. Sintomo di gioia per il cambiamento avvenuto è dimostrato anche dalla trasformazione dello slogan iniziale (“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”) in una formulazione al positivo: “Un intero popolo che non paga il pizzo è un popolo Libero” (dove la maiuscola non è errore ortografico, ma felice allusione a Libero Grassi). Ma il pericolo è del tutto scongiurato?
R: La latitanza di Provenzano è stata coperta per 43 anni e la mafia continua a fare affari con i colletti bianchi e la politica. No, il pericolo non è affatto scongiurato, ma il nostro obiettivo è sensibilizzare quanta più gente possibile. Dallo attacare gli adesivi ai primi commercianti che hanno detto no al pizzo, con i loro nomi pubblicati nero su bianco, il nostro scopo è sempre stato quello di rompere il tabù intorno al racket, svegliare la città dal proprio torpore, scuotere le coscienze dei palermitani che dopo le stragi del ’92 hanno urlato la loro rabbia. Adesso la mafia non è più quella delle stragi ma è la prima grande azienda italiana, con 90 miliardi di fatturato all’anno.

D: Attraverso quali iniziative continuerete la vostra lotta?
R: Essendo un movimento di volontari impegnato su più fronti, le iniziative sono tante e articolate: dalle ultime nate (come il comitato Addiopizzo a Catania, o l’emporio pizzo free), fino alla pubblicazione della ricerca “Palermo: vista racket. La scuola interroga i commercianti del
quartiere”, il frutto di alcune delle attività che quotidianamente Addiopizzo fa con i ragazzi delle scuole. Con questo lavoro, infatti, sono stati coinvolti 20 istituti scolastici a Palermo e in provincia, e sono stati intervistati dagli studenti più di 800 commercianti con un questionario sul tema del pizzo. Si tratta di una ricerca che, tra difficoltà e avversità, ha prodotti dati statistici e numerici interessanti. E poi, insieme alla Fai, Confindustria Sicilia e l’Antica focacceria San Francesco,
stiamo esportando il modello del consumo critico fuori dalla Sicilia, con la manifestazione “Sicilia Libera – Cibi, sapori, prodotti e cultura pizzo-free nelle piazze d’Italia”. Dall’Italia all’Europa i commercianti che hanno detto no al pizzo mostreranno con bancarelle tipiche nelle principali piazze i propri prodotti accanto alla migliore tradizione culinaria siciliana, quella dei cibi da strada. A chi vuole seguire prossimamente le nostre prossime iniziative, diamo invece appuntamento a maggio, per una nuova, pacifica, mobilitazione. Nel popolare quartiere della Kalsa, dove sono nati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in piazza Magione, ci sarà la terza edizione della festa “pizzo free”, per unire, in un abbraccio ideale, cittadini, commercianti, ragazzi delle scuole, in un evento dove sarà possibile fare concretamente legalità e conoscerci.
Angela Allegria3 aprile 2008

In www.7magazine.it

Il giorno in più: Fabio Volo e il suo nuovo libro

Quarto volume dopo tre di successo è stato presentato presso l’auditorium Giancarlo De Carlo della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Anche questo romanzo, come i precedenti, presenta delle costanti: protagonisti sono i trentenni di cinque anni fa che oggi sono cresciuti e hanno cambiato la loro visione del mondo, diversa da quella dei loro genitori poiché è il contesto che è cambiato.
L’ex ergo, citazione nella prima pagina del volume, chiave fondamentale del libro, è doppia: da un lato un verso dello spagnolo Pedro Salinas, dall’altro il riferimento ai Radiohead con un verso di “Creep”.
I due protagonisti, Giacomo e Michela, si trovano a fare i conti con l’amore in un mondo in cui il matrimonio non è più un qualcosa di definitivo, e per questo Volo cerca una soluzione innovativa per non giungere alla rottura: un rapporto d’amore a tempo determinato, a scadenza “come lo yogurt”, un momento in cui si vive ogni istante con la massima intensità, con la consapevolezza che questo finirà.
“Quando ho iniziato a scrivere questo libro – ha iniziato il dj di Mtv – l’ho fatto al femminile, poi mi sono ricordato che, a differenza dei grandi autori, dovevo raccontare tutte le voci, come se le leggessi personalmente”.
L’autore bresciano ha posto l’attenzione sulla nuova generazione di single, le c.d. zitelle di oggi, viste in maniera completamente diversa dal passato che le vedeva caratterizzate da modesta presenza, sfiga e un po’ di acidità, protagoniste oggi di una scelta personale che non pregiudica loro la possibilità di realizzare se stesse prima o al di fuori del matrimonio.
“Credo che ognuno di noi sia portatore di una ferita nata dal fatto che siamo coscienti della nostra morte. Bisogna portare alla luce la materia in sé, come diceva Michelangelo, l’essenza della vita, estrapolandola dalle costrizioni. Questo però è un percorso di sofferenza, intrapreso solo da chi ha coraggio” ha concluso.
Una generazione di stanchi, moralmente e fisicamente, di insoddisfatti, di alternativi, di anticonformisti, o più semplicemente di persone che non vogliono stare dentro schemi prestabiliti ma che vogliono sentirsi liberi di scegliere con la loro testa e il loro cuore.
Chissà se poi la “scadenza” di Fabio Volo può riuscire in un mondo sempre più caotico a dar speranza a tutti coloro che stanno dubitando della durata dei rapporti sentimentali!

Angela Allegria

14 marzo 2008

In www.7magazine.it

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