Gli invisibili

Si conclude a Modica, nella casa circondariale di Piano del Gesù, il viaggio in quella parte di umanità condannata a guardare la vita attraverso le sbarre

La casa circondariale di Modica sorge nella parte alta della città in piazza Santa Maria del Gesù, all’interno del convento dei minori osservanti, fatto costruire da Anna Cabrera e Federico Henriquez per suggellare il matrimonio e l’unione delle due casate, e confiscato alla chiesa dopo l’unità d’Italia. Dal 1865 la chiesa e l’attivo convento, sede dello Studium Almum Seraphicum Motucense Generale Gymnasium Publicum comunemente detta Scuola Superiore Amplissimum Studium Philosofiae, vengono adibiti a carcere.

La chiesa, in stile gotico chiaramontano, ed il chiostro non appartengono più all’amministrazione carceraria, mentre è avviata una fase di recupero degli stessi per la fruizione al pubblico che da anni ormai è impossibilitata ad accedere alla struttura. A tal fine è previsto lo spostamento dell’ingresso della casa circondariale.

Da anni si parla della costruzione di un nuovo carcere. “L’area è stata individuata in contrada Catanzarello, su un terreno che appartiene per la metà al Comune e per l’altra metà all’ente agronomo Grimaldi” spiega l’assessore all’urbanistica Elio Schifo.

Ma ad oggi non è stato mai finanziato.

La casa circondariale è diretta dal direttore Giovanna Maltese e contiene fra 52 e 53 detenuti effettivi, in lieve sovrannumero rispetto ai 45 tollerati.

Si tratta di detenuti comuni con pena fino a 5 anni, oltre agli imputati.

I definitivi sono stati condannati per reati lievi, spaccio di droga, rapina, furto, mentre fra gli imputati si possono contare anche imputazioni di omicidio, associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestri di persona.

Quale è l’iter che compie il soggetto detenuto quando entra in carcere?

Per rispondere a questa domanda ci siamo avvalsi delle parole del direttore che spiega: “Il soggetto appena entra in carcere viene immatricolato, cioè viene identificato, vengono prese le impronte digitali, istruita la cartella personale.

Dopo avviene la visita medica volta a stabilire se il detenuto ha delle patologie particolari, se ha malattie contagiose. Essa comprende anche la visita psicologica che fa il medico di turno per stabilire se il soggetto è compatibile con il regime del carcere. Se è incompatibile si allerta il tribunale di sorveglianza affinché questo disponga delle misure alternative al carcere, se, invece, si ritiene che il soggetto non sia in grado di sopportare lo stato detentivo, ma non c’è una vera e propria incompatibilità viene attivato il regime di grande sorveglianza. Questo consiste in frequenti colloqui del detenuto con gli operatori sanitari, con gli educatori per le attività di sostegno, maggiori controlli ad opera del personale della polizia penitenziaria al fine di evitare che il detenuto possa tentare il suicidio se non riesce a superare l’impatto con la struttura penitenziaria.

Il soggetto viene quindi monitorato fino ad arrivare alla consulenza esterna, se c’è bisogno, con il psichiatra o il dipartimento di salute  mentale o un centro di osservazione.

In seguito il soggetto viene allocato nella cella detentiva, gli viene consegnato il corredo per la cella ed i prodotti per l’igiene personale.

Poi inizia la vita di ogni giorno”.

“Il trattamento è individualizzato in questo tipo di istituto proprio perché, conoscendo tutti i detenuti e le cause che li hanno portati a delinquere, si procede a fare un trattamento adatto proprio a quella persona” sottolinea la Dott.ssa Maltese.

“Il trattamento – continua – si fa con i gesti quotidiani, con la cura, con l’attenzione, con il dialogo poi c’è la attività trattamentale che viene organizzata per tutti i detenuti che comprende la scuola di alfabetizzazione, una sorte di scuola elementare che viene frequentata dai detenuti anche se sono già in possesso della licenza di scuola media. Si svolge nell’arco di quattro ore al giorno e non comprende solamente attività strettamente scolastica, ma abbraccia anche approcci di sensibilizzazione alla legalità, giornata della salute che si è svolta lo scorso anno.

Ai detenuti piace molto l’attività manuale e per questo si è previsto un corso di decoupage i cui oggetti sono stati prima esposti in una mostra e poi venduti all’esterno (il ricavato è stato donato ai bambini del Congo)”.

Elemento principe del trattamento è il lavoro che è garantito, salvo i casi di incompatibilità, come precisa il legislatore.

Il lavoro non è afflittivo, è remunerato ed è obbligatorio nel senso che lo è per i condannati e gli internati in colonie agricole e case di lavoro. Col mutamento della pena che non è più afflittiva ma tende alla rieducazione il lavoro è stato inserito all’interno del trattamento tanto da assumerne una posizione privilegiata.

Esistono tre tipologie di lavoro:

  • Lavoro all’interno dell’istituto penitenziario
  • Lavoro all’esterno dell’istituto
  • Lavoro del semilibero

Presso la casa circondariale di Modica viene attuato solo il lavoro all’interno dell’istituto che si concretizza in “attività domestiche quali lavoro in cucina, pulizie, lo scrivano che è colui che si occupa delle domandine. È poco rispetto alla totalità dei detenuti. Per porre un rimedio a questa situazione di fatti sono previste delle graduatorie stilate da una commissione prevista dall’art. 20 dell’ordinamento penitenziario, di cui fa parte il direttore, l’educatore, personale della polizia penitenziaria, un rappresentante dell’ufficio dell’impiego oltre alla presenza delle rappresentanze sindacali” come spiega il comandante della polizia penitenziaria, Giorgio Tona.

“Il lavoro all’esterno – spiega il direttore –  non è stato qui realizzato perché manca proprio il lavoro all’esterno, inoltre non abbiamo la sezione semilibertà e quindi sarebbe difficile tenere queste persone che di giorno vanno fuori e di notte tornano in carcere perché si potrebbe creare una sorta di collegamento fra detenuti interni ed esterni che è pregiudizievole per la sicurezza”.

Non ci sono casi di semiliberi all’interno dell’istituto.

Altri elementi del trattamento sono la religione, le attività culturali, ricreative, sportive. A tal proposito durante la c.d. ora d’aria gli ospiti giocano a palla a volo, a calcio balilla, a ping pong, praticano allenamento ginnico.

L’ufficio educatori è presente all’interno della struttura e diretto da Antonio Ricca che parla del rapporto che si istaura con il detenuto: “Dovrebbe trattarsi di un rapporto basato sulla fiducia reciproca. A volte non è così perché l’educatore viene visto come una figura appartenente all’Amministrazione che li tiene reclusi. Si cerca di istaurare un rapporto quanto più collaborativo possibile”.

Nel 2008 è stato pubblicato un volumetto di poesie dal titolo “Un sogno da realizzare” di Vilson Zhuka, un giovane di venti anni il quale ha cominciato a scrivere dei versi e delle riflessioni sulla realtà carceraria compiendo un vero e proprio percorso di autocritica, parole che, con l’aiuto dell’insegnante, Grazia Vasco, sono diventate un opuscolo.

La polizia penitenziaria ha il compito di vigilare sui detenuti ma non solo, con il costante contatto che hanno con gli ospiti, la attività degli agenti è anche finalizzata al recupero e alla rieducazione dei condannati.

“Con la riforma del ’90 – sottolinea il vice commissario Tona – è stata inserita come operatore del trattamento. Noi collaboriamo con gli educatori, con gli assistenti sociali, con la direzione per non essere più i vecchi agenti di custodia, ma ci rendiamo parte attiva del trattamento dialogando con i detenuti, relazionandoci con essi, partecipando a tutte le attività che essi svolgono, oltre a mantenere la sicurezza all’interno dell’istituto.

Esiste molto più dialogo rispetto a prima, eravamo molto più relegati. Il corpo di polizia penitenziaria aveva proprio bisogno di una riforma. I tempi erano cambiati: il nostro compito non era più solo quello di aprire e chiudere i cancelli, ma un servizio che forniamo ai detenuti.

La riforma è stata vissuta bene da parte della polizia penitenziaria perché ci sono stati dei benefici che prima non ci erano riconosciuti come ad esempio lo straordinario che prima era pagato con la gratifica dello straordinario, mille lire lorde, con la riforma è stato equiparato agli altri lavori. Abbiamo avuto il contratto di lavoro, quello delle forze di polizia, gli agenti scapoli avevamo l’obbligo di pernottare in caserma e la disponibilità in servizio, il che comportava il rientro massimo in caserma a mezzanotte perché c’era la conta”.

Esperienze

Salvo è scrivano, si occupa della parte “burocratica”: “Mi occupo delle domandine, delle richieste di trasferimento, delle domande per il calcolo dei giorni per la liberazione anticipata. Il lavoro dura circa quattro ore al giorno. Dopo pranziamo in stanza dove siamo quattro, sistemati in letti a castello. Dall’una alle tre c’è l’ora d’aria dove spesso giochiamo a calcetto, che preferiamo. Dopo le tre torniamo in stanza. Alle quattro torno a lavorare, diciamo che sono più libero”.

Rispetto al carcere di piazza Lanza a Catania, dove ha trascorso due mesi, Salvo definisce quello di Modica “un carcere più tranquillo, più umano”.

Se gli chiediamo che rapporto intercorre fra lui e i membri della polizia penitenziaria ci tiene a precisare: “I membri della polizia penitenziaria sono delle persone che capiscono gli sbagli che abbiamo commesso. Certo, se poi noi facciamo gli storti, è normale che hana scriviri, devono scrivere”.

Riccardo preferisce suddividersi la giornata: “La mattina mi alzo, mi lavo, guardo la tv, ascolto un po’ di musica, poi vado a scuola. Si cerca di fare una vita simile a quella reale. È sempre diverso perché siamo chiusi, abbiamo molte privazioni, ma tutto sommato questo è un carcere tranquillo, più piccolo, tipo famiglia”.

Riccardo frequenta la scuola: “A scuola studiamo in libertà. C’è la maestra che ci aiuta, che corregge i compiti”.

A proposito di compiti è lo stesso che ci spiega che in cella “ognuno ha i suoi compiti: c’è chi cucina, chi pulisce, ci aiutiamo fra di noi, cerchiamo di essere tipo una famiglia. Tutti abbiamo fatto degli errori e cerchiamo di finire e pagare nel migliore dei modi. Nell’ora d’aria scendiamo in cortile per passeggiare, ma in questo periodo scendo poco perché c’è freddo, quindi preferisco rimanere in stanza ad ascoltare musica o scrivere ai miei familiari. In estate è come in inverno, c’è chi prende il sole, chi fa palestra, chi scherza, ognuno ha il suo mondo”.

Ed i colloqui? “Andiamo al colloquio, ci sistemiamo, portiamo qualche spuntino, qualche brioche per consumarla con i propri  cari, cercando un minimo di intimità in quell’ora che passa anche troppo presto!”

Said è tunisino, venuto in Italia per “avere un’altra vita. Per me non è facile, ma voglio integrarmi, sono venuto qui per avere un lavoro, una famiglia, dei bambini”.

È musulmano, soggiorna in una cella a cinque posti, una stanza multietnica nella quale sono presenti oltre a lui un ungherese, un italiano, un cinese e un egiziano.

“Preghiamo insieme con gli altri musulmani, gli altri rispettano la nostra religione come noi rispettiamo la loro” sottolinea.

Said lavora in cucina e ci spiega la differenziazione di cibo fra i cristiani ed i musulmani che sono autorizzati a mangiare altro, ad esempio il pesce, in sostituzione della carne di maiale.

Per lui la distanza da casa, dalla famiglia è dura soprattutto nelle feste, a questo si pone rimedio con le telefonate e le lettere.

 

Salvo e Riccardo hanno evidenziato come la realtà modicana sia diversa dalle altre, più tranquilla, quasi un’isola felice rispetto al panorama carcerario in genere.

Del carcere di Piazza Lanza in Catania, citato da Salvo, ci parla il comandante Tona il quale la definisce come “un banco di prova per chi deve fare questo lavoro nel senso che ti capita di tutto, dal suicidio all’autolesionismo continuo, dalla rissa ai pestaggi, dal mafioso al detenuto comune a quello recluso per reati sessuali, hai un panorama completo. È stata la mia più bella esperienza: per fare questo lavoro devi amarlo, devi andare in carcere perché sai di poter dare qualcosa”.

Il direttore, invece, ha svolto servizio all’Ucciardone: “Lì – ci spiega – si trattava di una attività prettamente burocratica, non sono arrivata in 2 anni di servizio a conoscere tutto il personale di polizia penitenziaria né tanto meno tutti i detenuti che seguivo che saranno stati all’epoca circa 500.

Le gratificazioni maggiori le sto avendo nel piccolo istituto, anche se nel grande istituto dal punto di vista professionale c’è uno stimolo maggiore perché si ha a che fare con il 41 bis, con i capi mafia, però dal punto di vista personale lavorare in una piccola realtà è più gratificante”. 

Angela Allegria
Aprile 2010
In Prima Pagina

Foto di Angela Allegria

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