Vite fermate

Un reato, una condanna e una pena da scontare. In contrada Pendente per conoscere uomini e donne in un angolo di mondo che scorre in parallelo

Collocata in pieno centro cittadino, in via Giuseppe Di Vittorio, all’interno di una villa gentilizia, la casa circondariale di Ragusa è sorta intorno agli anni ’30.

Fino a qualche mese fa aveva tutti i circuiti previsti dall’ordinamento, anche l’alta sicurezza, sezione che ospitava soggetti legati alla malavita organizzata, alle associazioni a delinquere di stampo mafioso o associazioni a delinquere finalizzate allo spaccio di stupefacenti. Da qualche mese questa è stata dismessa per carenza di personale.

Al vertice sta il direttore, Santo Mortillaro, che ci spiega: “Abbiamo i c.d. detenuti comuni, reclusi per reati che possono definirsi generici di tutti i tipi che possono andare dal furto all’omicidio alla truffa.

Ragusa è uno dei tre istituti in Italia che ospita una sezione per minorati fisici, a fianco della quale esiste un servizio di fisioterapia che funziona a pieno regime, salvo i problemi a volte legati alla carenza di personale, e che comprende un fisiatra, un fisioterapista fisso e un vero e proprio gabinetto di fisioterapia.

Abbiamo, inoltre, la sezione femminile ed una sezione protetti nel nostro caso promiscua.

I detenuti protetti sono coloro che non possono incontrare gli altri detenuti per motivi particolari che possono attenere o al tipo di reato commesso, normalmente attinente ai reati legati alla sfera sessuale, violenza e molestie, reati che nella cultura della popolazione detenuta sono particolarmente invisi, considerati aberranti ragion per cui, chi li ha commessi deve essere isolato perché a rischio della propria incolumità.

Accanto a questi possiamo trovare persone che hanno collaborato con la giustizia, che hanno fatto qualche delazione, detenuti e sono appartenuti o che appartengono alle forze dell’ordine”.

Sono presenti 275 detenuti, a fonte dei 180 regolamentari e 216 tollerabili.

“Elemento principe del trattamento è il lavoro che per motivi di budget non possiamo però assicurare a tutti i detenuti. Esiste un sistema di rotazione di durata di due mesi in modo da assicurare se non a tutti, alla maggior parte della popolazione penitenziaria nell’arco dell’anno.

Il lavoro contribuisce su più fronti a formare la persona sia a livello psicologico perché toglie il detenuto dall’ozio forzato e lo aiuta a sentirsi utile, sia a livello materiale perché il soggetto percepisce una retribuzione e soprattutto perché lo può aiutare ad imparare un mestiere che potrà essere speso nel mondo esterno, ma insegna anche modelli di vita che sono coerenti con i modelli di vita sociale” sottolinea il direttore.

“C’è una povertà molto diffusa – spiega Pietro Assenza, educatore – i detenuti aspirano al lavoro anche per mandare qualcosa alla famiglia, non solamente per il sopravvitto. È un elemento importante non solamente economico, ma soprattutto psicologico e pedagogico”.

Per quanto riguarda le attività scolastiche sono presenti scuola elementare, media e una scuola alberghiera.

“Nella maggior parte dei casi il livello culturale e scolastico è bassissimo. Si tratta proprio di iniziare, anche se si hanno detenuti con la licenza media. Abbiamo la possibilità qui di far frequentare i corsi. Inoltre, la presenza della scuola alberghiera fa conseguire una qualifica di terzo anno di operatore di bar o di sala che è facilmente spendibile al di fuori dell’istituto, nel settore turistico che è in continua espansione. C’è poi la possibilità di arrivare al quinto anno e quindi alla maturità” evidenzia Maria Stella, educatore.

Vengono inoltre previsti corsi professionali quali restauro, informatica, pizzeria e rosticceria finanziato dal Ministero per detenuti con problematiche legate alla tossicodipendenza, decoupage presso la sezione femminile che ha portato anche ad una mostra all’esterno, attività motoria.

“Un progettino molto importante – spiega il direttore – è il progetto Grifù, finanziato dalla Provincia regionale, ente che ci è molto vicino nello svolgimento delle nostre attività, il quale consiste nell’intrattenimento da parte di volontari dei bambini che aspettano di incontrare i familiari detenuti. Spesso i bambini sono costretti ad attendere anche delle ore e per questo all’esterno sono presenti dei giochi, come una sorta di piccola bambinopoli, nella quale i volontari giocano con i bambini. Questa è quasi una eccezione nel panorama penitenziario”.

All’interno esistono, invece, le aree verdi che sono previste ma che non ci sono in tutti gli istituti. Si tratta di piccoli parchi, uno dei quali è attrezzato con una bambinopoli, all’interno dei quali i detenuti nella buona stagione fanno i colloqui con i familiari.

Altro elemento del trattamento è la religione che viene assicurata ad ogni detenuto. Si concretizza sia nella presenza di sacerdoti cattolici, del cappellano, sia di ministri di altri culti autorizzati come ad esempio i ministri di culto dei Testimoni di Geova o della Chiesa Avventista.

Le celebrazioni natalizie e pasquali sono celebrate dal Vescovo.

Vengono inoltre svolte attività ricreative, sportive, all’interno una palestra al momento poco utilizzata per mancanza di personale.

Importantissime le attività di teatro sociale, cineforum, lettura condivisa che si svolgono all’interno dell’Istituto.

Si tratta di educatori dipendenti dal Ministero della Giustizia, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Si occupano di rieducazione e trattamento dei detenuti.

“Dovremmo essere quei soggetti  che, insieme all’equipe di osservazione e trattamento, aiutiamo i detenuti a reinserirsi nella società dopo la esecuzione della pena o in regime di esecuzione penale nel caso della fruizione dei benefici previsti dalla legge” sottolinea Rosetta Noto, uno degli educatori coordinati dal capo area Vincenzo Giompaolo.

Questi curano tutte le attività trattamentali e si occupano della osservazione scientifica del soggetto.

Una particolare attenzione è data ai detenuti tossicodipendenti nel senso che “si organizzano ogni anno due percorsi rivolti a loro, finanziati dal dipartimento, non rilasciano nessuna qualifica ufficiale, ma che sono comunque pratici” evidenzia il capoarea.

La polizia penitenziaria si occupa di eseguire i provvedimenti di restrizione della libertà personale, garantisce l’ordine e la sicurezza all’interno dell’istituto.

“Noi abbiamo a che fare con uomini, che hanno agito nell’illegalità e sono sottoposti a misure restrittive. È normale che da un lato risalti l’aspetto della sicurezza, ma dall’altro risalta anche un altro aspetto, la rieducazione e quindi la partecipazione attiva al trattamento” specifica il commissario Maria Teresa Lanaia, comandante della polizia penitenziaria di Ragusa.

“La polizia penitenziaria – spiega – partecipa attivamente a tutte le riunioni di sintesi laddove bisogna tirar fuori la personalità che è emersa dall’attività di osservazione del soggetto.

Il nostro dipartimento ha preso a cuore la situazione dei detenuti alla prima esperienza penitenziaria, sappiamo quale è il fenomeno dei suicidi all’interno degli istituti. È stato creato il servizio di prima accoglienza: nel momento in cui entra in istituto un soggetto che non ha mai avuto una esperienza detentiva o comunque ha una esperienza detentiva troppo risalente nel tempo, ci si attiva subito attraverso colloqui diretti da parte del comandante, dei sanitari, degli educatori, che poi si raccordano fra di loro per avere una idea del soggetto e della strategia da mettere in atto. Seguiranno altri colloqui per rendere il trattamento individualizzato”.

A Ragusa, come in tutta Italia vi è sovraffollamento e carenza di personale: da oltre tre anni il personale di polizia penitenziaria fa turni di otto ore al giorno a fronte delle sei previste dal CCNL proprio per mancanza di organico (117 membri previsti, 102 presenti).

“Inoltre – continua – bisogna tenere conto che Ragusa è anche sede del nucleo provinciale traduzioni e piantonamenti. Delle 102 unità ne devono essere sottratte 15 per questo nucleo. Quindi il nostro numero diminuisce ancora”.

L’attività sanitaria non è solamente quella prettamente medica, ma richiede anche l’apporto psicologico.

“La realtà è diversa da quella che si vede all’esterno quando si verifica un evento critico: il detenuto è una persona che se ha una patologia il suo stato d’animo raddoppia. Non possiamo medicalizzare qualunque disturbo: più attività svolge un detenuto, più si reinserisce in un circuito di rieducazione, più migliora da un punto di vista sanitario” spiega il dott. Corrado Sortino, capo area medica che è formata da 2 infermieri di ruolo, 5 a parcella, 5 medici fissi che fanno i turni di guardia, 1 medico incaricato ed il capoarea. Esistono inoltre convenzioni con gli specialisti.

Esperienze

Davide fa il porta vitto, un’attività che gli occupa tutta la mattinata, mentre nel pomeriggio una volta a settimana frequenta il catechismo organizzato dal cappellano, scrive alla famiglia, realizza vasi in terracotta.

“La sera mangiamo tutti insieme nella stanza, scherziamo, parliamo, stiamo insieme. Di solito poi io vado a letto presto perché la mattina devo andare a lavorare. Quando non lavoro mi dedico alla pulizia della stanza  che è importante per tutti” ci racconta.

La domenica va in cortile a giocare a calcetto con gli altri.

Maria, invece è una privilegiata, fa le pulizie al nucleo della caserma, nel bar, è stata ammessa al lavoro all’esterno e sta aspettando una risposta per un lavoro all’esterno. Per questo, in base all’art. 21 dell’ord. pen. è in cella da sola. Nel tempo libero guarda la televisione e legge la Bibbia.

“Posso andare io dai miei familiari, posso starci 5 giorni col permesso del direttore” ci racconta con lo sguardo un po’ commosso mentre pensa ai suoi figli.

A lei chiediamo come vive il rapporto con gli agenti di polizia penitenziaria: “Io non mi posso lamentare – risponde – perché davvero sono meravigliosi, sempre pronti, ci confortano, ci danno la buona parola, ci stanno vicino”.

Angela Allegria
marzo 2010
In Prima Pagina

I commenti sono chiusi.
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: