La Catania del Bell’Antonio

La città vista da Brancati

Ne “Il bell’Antonio” Vitaliano Brancati affronta il tema della mancanza di libertà e della incapacità di scegliere, di decidere, di esprimersi che si manifesta nella impotenza fisica del protagonista, Antonio Magnano, talmente bello da far perdere la testa a tutte le donne di Catania.

Al tempo stesso Brancati fornisce al lettore una descrizione particolareggiata di Catania, una immagine del capoluogo etneo a cavallo del secondo conflitto mondiale, a partire dal 1938, anno da cui parte la vicenda.

Già dalle prime pagine si scorge la chiesa della Madonna in via Sant’Euplio, distrutta durante il bombardamento aereo dell’8 luglio 1943, luogo nel quale la signora Rosaria va a confessarsi per chiedere a Dio di calmare suo figlio visto che “In verità appena Antonio, ai piedi della prima colonna, smuoveva la sedia o solamente tossicchiava, subito il pulpito di svestiva degli sguardi più belli”.

È lo stesso posto nella cui sagrestia avviene il dialogo fra la signora Rosaria e la nuora, Barbara Puglisi, colloquio che non condurrà a nulla se non a far pronunciare “parolette col veleno dei Puglisi dentro”, ma ormai la decisione è presa.

Della chiesa rimane oggi poco, solamente lo spiazzo dove era costruita, le mura ed alcune lesene attaccate ad esse, mentre su una parete sono stati posti dei bassorilievi raffiguranti santi.

La casa natale dei Magnano è al terzo piano di un vecchio palazzo posto ad angolo fra via Pacini e via Etnea: “Il terrazzino sporgeva da un lato sul corso, la via Etnea, lunga tre chilometri, fragorosa di vecchi tram, di frustate sul dorso di magri cavalli, di conversazioni, risate, strilli di giornalai, ribollente di scarpellate, manate, gesticolamenti, urtoni, inchini; dall’altro lato, sporgeva su una breve traversa che portava dritta alla facciata d’una chiesa, dalla cui altissima nicchia veniva avanti la Madonna, col manto azzurro, le dita trafitte da dieci raggi, incoronata la notte di lampade elettriche che frangevano i loro raggi nel fumo dello scirocco”.

Palese che si tratti della facciata della chiesa del Carmine in piazza Carlo Alberto.

Emerge da questa descrizione la funzione delle terrazze siciliane, luogo nel quale si svolge la vita. Infatti è su quella terrazza che Antonio, ancora bambino si era addormentato sulle ginocchia della madre nelle calde notti d’agosto, lo stesso luogo nel quale, anni dopo, viene accolto al suo ritorno da Roma per essere aggiornato degli avvenimenti mondani ed essere rifocillato con uova sbattute e biscotti.

Altro elemento caratterizzante la Sicilia sono le arance. Ed, infatti, Alfio Magnano parla al figlio appena giunto a casa dell’acquisto di un aranceto nella piana di Catania, che costituirà la dote dello sposo e nel quale i due giovani si recheranno insieme ai genitori di lei prima del matrimonio per costatare su che basi si fondi la ricchezza del più bel giovane di Catania.

Il palazzo del notaio Giorgio Puglisi si trova in piazza Stesicoro, di fronte al vecchio tribunale, una casa “piena di crocifissi e di monaci” nella quale si stava sempre “sotto la sorveglianza di tanti altri notai e monaci morti che ci fissavano dall’altro delle cornici, e certe macchie delle pareti e dei soffitti che parevano anch’esse occhi della casa”.

Il padre delle signora Agatina, Francesco, suocero del notaio, risiedeva, invece, in un antico palazzo, la cui facciata era caratterizzata da colonne di marmo e statue reggenti lampade di ferro battuto, situato in piazza Roma, al centro della quale sta la statua equestre di Umberto I, definito “continentale usurpatore”dal Barone di Paternò morto subito dopo aver conosciuto il nome del futuro nipote.

Il feretro del barone Francesco venne accompagnato dalla folla di parenti ed amici per le vie di Catania, passando per porta Garibaldi fino a giungere ad Acquicella, mentre le persone affacciate ai balconi toglievano gli occhi di dosso dal bel volto di Antonio e le donne invidiavano la fortuna che stava cogliendo Barbara.

La via Etnea assiste allo snodarsi della vicenda in silenzio, mentre i vicoli più bui sono percorsi da Antonio ed il cugino Edoardo prima con felicità, dopo l’annullamento del matrimonio, sono le uniche vie sicure che permettono di non incontrare gente.

Singolare è la posizione di via Crociferi nella quale, mentre le chiese ed i conventi erano chiusi da grossi catenacci, “il viso bianco e affilato di una suora s’era piantato dietro la grata di un’alta finestra e figgeva sulla persona di Antonio uno sguardo lungo, ostile e incapace di staccarsi”.

Ma, a mio avviso, la descrizione più bella e suggestiva di Catania si ha verso la fine del romanzo, allorquando avviene il colloquio fra Antonio e lo zio Ermenegildo. I due “entrano in piazza Dante rasentando la chiesa di San Nicola, dalle colonne mozze, attorno ai cui muraglioni le rondini, saettando di sotto alle tegole del bel convento vicino, lanciavano strida brevi e attutite, quelle che, destinate a luoghi solitari e antichi, li rendono ancora più solitari e antichi”.

I due percorrono la via San Giuliano dal cui punto più alto si vede il mare e giungono ai Quattro canti per poi svoltare a sinistra per via Etnea e giungere innanzi alla Collegiata, chiesa in cui era avvenuto anni prima il matrimonio di Antonio. E fa un certo effetto ad Antonio entrare in quella chiesa nella quale le sue speranze di “guarigione” erano concrete, ma che non avevano portato a nulla, se non alla riaffermazione della nuda realtà: nonostante Antonio si fosse arreso ad un matrimonio combinato benché innamorato, non riusciva ad essere se stesso perché non era libero.

Solamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando torna a Catania e la trova gravemente danneggiata ma ormai libera Antonio riesce ad essere se stesso in un sogno raccontato al telefono al cugino Edoardo, un sogno più che reale.

 

Vitaliano Brancati

Vitaliano Brancati nasce a Marzamemi (Sr) il 24 luglio 1907 e muore in una clinica torinese nel 1954.

Trascorre l’infanzia fra Pachino, Ispica, Modica (dove frequentò il Liceo Classico Campailla) e Catania per poi laurearsi in lettere con una tesi su Federico De Roberto.

Fu scrittore, giornalista, sceneggiatore (nel 1948 curò la sceneggiatura di “Anni difficili” di Luigi Zampa, tratto da un suo racconto “Il vecchio con gli stivali” e girato interamente a Modica).

Negli anni giovanili aderì al pensiero fascista, da quale si discosta a partire dal 1934. Di tale delusione si trovano tracce ne “Il bell’Antonio”, soprattutto nella figura di Edoardo.

Fra le opere maggiori troviamo “Gli anni perduti” del 1934-36 nel quale descrive la lentezza dello scorrere del tempo a Natàca, “Don Giovanni in Sicilia” del 1941, nel quale l’autore estremizza le differenze fra nord e sud, “Il bell’Antonio” del 1949, storia di un giovane bellissimo ma impotente, “Paolo il Caldo” nella quale il “gallismo” e la visione della società assumono connotati negativi.

Angela Allegria
Febbraio 2010
In Katane

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