Giulio Cavalli premiato al Festival Giuseppe Fava

A Giulio Cavalli, il premio Giuseppe Fava lo scorso 4 gennaio a Palazzolo per il suo impegno nel teatro civile e per la capacità di scrittura contro le mafie a conclusione di una tre giorni in cui si è parlato del rapporto fra le mafie e la società civile partendo dall’esperienza del giornalista di origini siracusane ucciso nel 1984, in un dibattito dal quale emerge la necessità di prendere una posizione se si vuole trovare una soluzione al problema della criminalità organizzata, questione non solo meridionale, ma di carattere nazionale se non addirittura internazionale.

Giulio Cavalli, attore, registra, scrittore, noto per le sue note capacità espressive, si dedica dal 2001 al teatro civile, affondando tematiche scottanti nei suoi monologhi, urlando nomi e cognomi con coraggio tanto da essere stato minacciato dalle stesse persone che hanno e continuano a minacciare l’ex sindaco di Gela, Rosario Crocetta.

Tema centrale della serata l’infiltrazione mafiosa in Lombardia ad opera della ‘Ndrangheta che in quelle zone investe per avere sempre più potere economico, mentre commovente è stata la lettura della lettera scritta da Cavalli al figlio nella quale cerca di raccontare la storia di Paolo Borsellino, una storia costruita male, “una favola scassata” in cui alla fine mancano i cattivi.

Ma proviamo a conoscerlo meglio.

D: Giulio, da cosa è nata l’idea di parlare in maniera satirica della mafia?

R: Quando uno fa un lavoro con un certo stile applica questo alla lotta. Per me il teatro non è mai stato un fine, nella vita voglio portare avanti alcune battaglie ed userò tutti i mezzi a disposizione, tra questi c’è il teatro.

D: Ti senti più giornalista o più autore di teatro?

R: Mi sento molto di più un politico. Una volta una serata come questa era una serata politica portata avanti con la parola. Il fatto che la parola abbia un ritmo che sia riconoscibile come teatrale o il fatto che mettere due parole in fila rende un giornalista grazie ai demeriti del giornalismo italiano è un problema di latitanza del resto d’Italia, non mio.

D: Cosa pensi di quella classe politica che disconosce la mafia, come ad esempio la Moratti?

R: Spesso capita che mi dicono che bisogna fare una cultura antimafia. In Lombardia è impossibile fare satira, questo l’ho sperimentato sulla mia pelle, nel senso che spettacoli come “Do ut des” nei quali faccio satira contro la mafia, lì non funzionano perché stai facendo satira su una cosa che necessita di alfabetizzazione che è un dovere della politica.

Penso sia stato molto comodo da parte della politica creare ignoranza in una regione che in modo presuntuoso si ritiene invece una delle regioni più avanzate.

Si deve tenere conto che la classe politica al nord nasce sull’onta di una politica fatta in modo pubblicitario: hanno inventato la pubblicità, l’hanno adottata e sono finiti col diventarne figli.

Nelle regioni del sud c’è un aspetto culturale diverso nel senso che la collusione diviene difficilmente riconoscibile. In tutto questo penso che ci sia una parte di gente che sappia da che parte stare.

D: Prima hai parlato delle infiltrazioni nel milanese da parte della ‘Ndrangheta…

R: Mentre i siciliani preparavano l’attintatuni i calabresi firmavano i cartelli con i colombiani riuscendo a superarli nelle trattative. Il problema più grosso della credibilità della criminalità: si parla di un commercio, quello della cocaina, nel quale vince chi riesce a dare più garanzie. Allora una associazione che non sia aperta alla società civile, stretta nei legami di sangue come la ‘Ndrangheta, nella quale il pentito non tradisce il boss ma il padre, è ovvio che abbia una potenza maggiore.

Il fatto che a Milano vengano a colpire un attore dimostra che sono molto più attenti di quanto non si creda e che, essendo considerati ancora dei “bovari”, riescono maggiormente a rimanere impuniti.

D: In che modo ti documenti e in che misura avviene l’approccio con i testi che scrivi?

R: Noi siamo un paese che compra milioni di libri che non fanno altro che trascrivere in un modo più semplice delle sentenze che sono pubbliche. Basta leggerle per farsi un’idea propria sui fatti.

D: La tua opinione su Pippo Fava?

R: Fava paga lo scotto di non essere stato classificabile, di aver fatto i nomi ed essere così entrato nel mirino. Le cerimonie annuali mi mettono tristezza, mi piacerebbe che si giungesse a risultati concreti come ad esempio portare in giro il suo lavoro.

Angela Allegria
Febbraio 2010
In Il clandestino con permesso di soggiorno

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  • Commenti (2)
    • Pietro Belluso
    • 14 febbraio 2010

    Bellissima intervista ad un personaggio realmente scomodo. Meno male che ancora c’è chi non ha timore di mettere la propria arte per finalità realmente “politiche”. Grazie Angela!

    • angelaallegria
    • 14 febbraio 2010

    Grazie Pietro! Eh si, Giulio Cavalli è un grande… davvero!!!

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