Presentato a Modica “Il Gotha di Cosa Nostra”

Presentato a Modica “Il Gotha di Cosa nostra” di Piergiorgio Morosini, evento il quale, organizzato dall’Associazione Attinkitè, si è svolto a Palazzo della Cultura giovedì 26 novembre 2009 alla presenza dell’Autore e del Procuratore della Repubblica Lucia Lotti.

Due giudici non siciliani ma operanti in Sicilia (Morosini è giudice delle indagini preliminari a Palermo, mentre la Lotti è Procuratore della Repubblica a Gela), due magistrati che hanno scelto questa terra per dare una mano, “due giudici in carne ed ossa” come esordisce la dott.ssa Lotti, spiegando la differenza fra i due ruoli: quello del procuratore volto a cercare le prove per costruire il processo, quello del magistrato giudicante a cui spetta rendere la sentenza.

Della scelta della Sicilia come sede lavorativa parlano entrambi i magistrati, sottolineando il clima che regnava nell’isola dopo le stragi del 1992-1993 governato da una tensione evidente.

“Nella scelta di Palermo – spiega il Giudice Morosini – non c’è nulla di particolare: eravamo ad un anno dalle stragi. Da giovane magistrato ritenevo utile fare un passaggio in Sicilia e Palermo ne era il simbolo. La mia doveva essere  l’esperienza di qualche anno per poi riversarla sulla mia realtà di provenienza. Ma poi sono rimasto”.

Il Giudice Piergiorgio Morosini si è occupato di importanti processi di Cosa nostra, delle infiltrazioni di questa nell’ambito sanitario, in quello politico, in quello giuridico, è stato estensore delle sentenze nei confronti di Provenzano, Riina, Bagarella, Giovanni Brusca ed ha voluto condividere i risultati dell’operazione Gotha inserendoli nel suo libro.

“Ho deciso di mettere in un libro la mia esperienza professionale, condividendola anche con chi non ha mai messo piede in un tribunale” spiega a Modica.

Egli attribuisce allo Stato Italiano le fragilità che hanno portato e portano alla diffusione del fenomeno mafioso. Distingue diversi tipi di fragilità:

  • una fragilità economica, il cui fenomeno incide sull’economia, sul livello di disoccupazione;
  • una fragilità sociale, prendendo spunto dal copioso numero di persone che erano coinvolte nella latitanza di Provenzano, che collaboravano a garantire il suo comando sul territorio, tutte persone che “non trovavano nello Stato un modello alternativo di cui fidarsi”;
  • una fragilità istituzionale, legata anche all’inefficienza della Magistratura che deve fare autocritica, non solo dello Stato. Per spiegare questo concetto il Giudice Morosini pone come esempi l’operazione alla prostata eseguita da Provenzano a Marsiglia per il cui viaggio è occorso un documento falso confezionato dal presidente del Consiglio Comunale, e le intercettazioni eseguite nei confronti di Guttadauro dalle quali è emersa la strategia di Cosa nostra, per non parlare dei festeggiamenti per la condanna di Cuffaro a base di cannoli.

“Sono tanti gli episodi ricostruiti nel testo che indicano questa fragilità, dal traffico di stupefacenti alle tornate elettorali non soltanto regionali ma anche nazionali, dai rapporti con gli imprenditori al riciclaggio del denaro al nord, come ad esempio in Emilia Romagna.

Si tratta di una esperienza enorme, che mi ha aperto la mente, mi ha dato la misura del problema che non è solo legato all’Italia meridionale, ma è un problema nazionale” ha puntualizzato il giudice prima di lanciare una provocazione: “Diffidate dai politici i quali, quando parlano di azioni contro la mafia, cercano la soluzione proponendo nuove leggi”.

Le leggi antimafia, perfezionate dopo le stragi, infatti, sono le più avanzate e le più sofisticate che esistano a livello mondiale per combattere il fenomeno della criminalità organizzata (ce le invidia perfino la Germania!).

“Se le modifiche devono essere del tenore delle intercettazioni, dello scudo fiscale o del processo breve, allora chiedo il fermo biologico delle leggi” conclude auspicando invece una sintonia fra le istituzioni che lo Stato non può non manifestare.

Di risultati definitivi parla, invece, il Procuratore Lotti, spiegando che occorrono i mezzi, gli strumenti ed i fatti per ottenere un risultato vero, solido, efficace, che si sedimenti nella realtà.

“Le intercettazioni – spiega – ci danno questa la possibilità perché con esse è possibile ricostruire il fatto senza intermediazioni. A partire da queste possiamo continuare il nostro lavoro. Si tratta della traduzione di una esigenza di garanzia per l’accusato e per la società civile”.

Angela Allegria
Dicembre 2009
In 30 giorni news

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