Rosario Livatino, “Martire della Giustizia”

Sono passati 19 anni da quando sulla statale 640, fra Canicattì e Agrigento veniva ucciso il giudice ragazzino, 19 anni da quando l’auto di Rosario Livatino veniva affiancata e crivellata di colpi, da quando un uomo, poco più di un ragazzo, correva per le campagne ferito, per sfuggire ai proiettili che lo avrebbero finito, per continuare a vivere, per compiere fino in fondo il proprio dovere.
La volontà ferrea di compiere il proprio dovere, di svolgere fino in fondo i propri compiti, facendosi guidare dalla fede Livatino ce l’aveva da sempre, religioso e preciso come era, mai un passo indietro, nonostante sapesse che era in pericolo.
Aveva persino rinunciato alla scorta, ma non si rassegnava a continuare le sue indagini, firmare i mandati di cattura, andare in udienza per scoprire la Verità e chiedere per gli imputati le giuste condanne in nome della vera Giustizia.
La sua una esistenza semplice, come priva di artificiosità era la sua figura, la sua camera da letto, le sue abitudini.
Chi lo ha conosciuto l’ha definito brillante, dotato di eccezionale ingegno, preciso, estremamente scrupoloso: sono queste le qualità che emergono dal suo volto pulito da “ragazzino”, giovane nell’aspetto ma esperto nella professione che aveva scelto, lo stesso lavoro che gli procurò la morte il 21 settembre di diciannove anni fa.
Un giovane a modo, sorridente, magari un po’ introverso, un credente nel senso lato della parola. Infatti Rosario Livatino credeva in Dio, al quale si affidava da sempre, ma credeva anche nella Giustizia, nel suo lavoro che svolgeva con passione, con puntualità, con dedizione, credendo anche nell’ausilio delle nuove tecnologie si era interessato di informatica giuridica, ma soprattutto mettendo la propria attività sub tutela Dei, come si trova scritto spesso nella sua agenda.
Giovanni Paolo II lo definì “Martire della Giustizia”, sottolineando il suo impegno costante nelle indagini su Cosa Nostra, sulla Stidda, sul rapporto fra criminalità organizzata e società civile alla luce di collusioni riguardanti anche degli appalti non troppo regolari.
Per questo doveva pagare, doveva essere eliminato, operazione tanto più facile viste le abitudini del magistrato senza scorta.
L’unico testimone che ha visto la fuga del giudice per le campagne, come una preda braccata, prima che venisse freddato dagli ultimi colpi a bruciapelo, ha identificato uno dei sicari, Domenico Pace, il quale fu arrestato alcuni giorni dopo in Germania insieme con Paolo Amico, altro esecutore materiale del delitto. Entrambi, insieme a Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro sono stati condannati all’ergastolo con sentenza definitiva.
L’inchiesta sull’omicidio Livatino è sfociata in tre procedimenti giudiziari: nei primi due sono stati condannati all’ergastolo i killer del magistrato. Nel terzo processo, i giudici della Corte d’Assise d’appello di Caltanissetta hanno condannato all’ergastolo come mandanti gli stiddari Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanari il quale, si è appurato, aveva messo a disposizione del commando una abitazione e mantenuto i contatti con alcuni latitanti all’estero.
Un omicidio voluto dalla Stidda per dimostrare a Cosa Nostra la sua potenza nel punire un magistrato che non sapeva stare al suo posto, un tipo tosto, integerrimo, inavvicinabile, uno che poteva fermarsi solo da morto.
Eppure neppure da morto Rosario Livatino si è fermato, ha continuato a far parlare di sé, a provocare danni a mandanti ed esecutori del suo omicidio facendoli finire in carcere, dimostrando ancora una volta il vero senso della Giustizia che aveva scelto di seguire.
Il prossimo 23 settembre sarà intitolata al giudice di Canicattì la sala verde del Ministero della Giustizia, un gesto atto a ricordare una figura importante per l’alto senso civico, la devozione al lavoro, l’assenza di compromessi.
Angela Allegria
In Il Clandestino, n. 07, Settembre 2009

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