Le altre siciliane: due parole con l’autore. Intervista a Giacomo Pilati

A Modica per presentare il suo ultimo libro “Le altre siciliane. Dodici storie vere”, Giacomo Pilati, scrittore, giornalista siciliano racconta la sua esperienza letteraria e umana all’interno dell’universo femminile presentando figure di donne coraggiose, “ribelli”, protagoniste del proprio destino.
Presso il teatro Garibaldi si è svolta domenica 8 marzo una serata dedicata alla letteratura, al teatro, alla cultura in genere, organizzata dalla Università delle Tre età.
Uno spettacolo diviso in due parti: una teatrale, a cura della Compagnia del piccolo teatro, ed un dibattito. Sotto la regia di Marcello Sarta, Fatima Palazzolo ha interpretato Margherita Asta facendo rivivere il dramma di una bambina in seguito alla strage di Pizzolungo in un silenzio quasi surreale.In seguito un dibattito ha visto le parole di alcune donne impegnate nel sociale, nell’imprenditoria, nella vita politica, nella libera professione.
A far da cornice l’intervento musicale di Gianluca Abbate al pianoforte e la voce di Flora D’Angelo.
A Giacomo Pilati, giornalista di carta e di televisione, scrittore, abbiamo fatto qualche domanda.

D: Giacomo, chi sono le protagoniste del tuo libro?
R: L’idea nasce da alcune interviste che ho svolto circa dieci anni fa per una trasmissione che si chiama proprio “Le Siciliane”. Si trattava di 15 storie di donne che mi hanno colpito, mi sono sembrate così importanti da bloccarne la memoria con l’inchiostro piuttosto che affidarle alla televisione che, come sappiamo, le frammenta con la pubblicità, o affidarle a un giornale che dopo un periodo di tempo scade. Allora mi sono detto che l’unico modo per rendere loro una parola dimenticata e vera era di affidare tali storie ad un libro. Da qui è nata l’idea de “Le Siciliane”che racconta storie di donne coraggiose: qualche sconfitta, qualche vittoria, ma comunque donne  che hanno sempre deciso da sole e hanno pagato in prima persona le loro decisioni.
La prima storia è quella di Felicia Impastato che ho avuto la fortuna di conoscere prima che esplodesse il caso Impastato con il libro “I cento passi” di Marco Tullio Giordana. Questa donna rappresenta il volto femminile che non si arrende con i suoi silenzi che diventano urla, le sue pause che sono brividi sulla schiena, le sue parole che trasmettono forti emozioni.
Un’altra storia è quella di Rita Bartali Costa, la moglie del giudice Gaetano Costa, una vicenda di giustizia portata avanti fino alle estreme conseguenze.
Accanto a queste anche storie sconosciute raccolte nella Sicilia più recondita, più nascosta come la storia di una pastora di Castelbuono, figlia unica di un allevatore, costretta a portare al pascolo gli animali per mantenere la famiglia. Nonostante questo non aveva rinunciato del tutto alla propria femminilità perché covava un sentimento d’amore per un compagno che non vedeva più da trent’anni, ma di cui conservava gelosamente un bigliettino nonostante ormai fosse attempata, rugosa, trasformata dalle sofferenze di quella vita.
Poi la storia di Rosalinda Di Gregorio, affetta da sclerosi multipla, che con la sua forza e il suo coraggio aveva cambiato il destino della sua malattia, imponendosi una forza straordinaria di resistenza attiva, la vicenda della catanese Rosa Martino, con la passione del canto, costretta a dimenticarla per aver sposato un barone che riteneva scandaloso quel passato.
Sono tutte storie che mi hanno appassionato.

D: E “Le altre siciliane”?
R: Dieci anni dopo, l’editore, Salvatore Coppola, mi aveva proposto di ripubblicarle, magari ampliandole. In quel momento ripensai a dodici storie che mi erano rimaste fra le dita: da lì nasce “La altre siciliane” che hanno un ritmo narrativo diverso rispetto alle prime. Infatti, mentre le prime nascevano come interviste destinate alla televisione convertite, tradotte in racconto, questa volta, invece, sono passato dalla sceneggiatura al racconto. Ho cercato di creare una sorta di trasposizione emozionale: le storie sono vere, sono quelle dei loro racconti, ma poi io ho inserito gli aggettivi, i sostantivi, ho aggiunto le mie emozioni, le mie sensazioni dando voce anche ai loro silenzi.
Anche in questo caso si tratta di storie di coraggio, di sconfitte, vicende bizzarre che mi hanno permesso di viaggiare all’interno dell’universo inesplorato femminile.
Ogni storia è un ritratto e non è casuale che ad ogni racconto si accompagni un’immagine fotografica. Come un fotografo ho cercato di cogliere un momento, un punto di vista, un profilo, un taglio di luce, per questo non ho voluto raccontare tutta la vita delle donne intervistate, ne ho narrato solo un pezzo, il ritaglio che più mi è piaciuto, che più mi ha emozionato.
Fra queste c’è la storia di Margherita Asta, che ha perso la sua famiglia alla fine del 1985 a Trapani e che ho avuto la sventura di vivere in prima persona perché ha rappresentato il mio debutto nel mondo giornalistico, la storia di Libero Grassi attraverso le parole della moglie Pina, la storia di una baronessa catanese che scopre la “stanza dello scirocco”, una costruzione realizzata da un suo avo, seppellita però in un terreno perché in realtà era una garconnière di cui i discendenti provavano vergogna, lei ne fa il punto di maggiore attrazione del suo agriturismo, oppure Amelia Scimone, sorella del re della dolcevita taorminese, la quale ha ora novanta anni e racconta come intendeva da giovane la libertà non solo spirituale ma anche sessuale, Bice Mortillaro che ha creato nel quartiere Zen di Palermo un gruppo che lavora a servizio del quartiere, una ludoteca, dei laboratori per le donne che possono condividere insieme dei progetti, Caterina Milana, la quale ha rinunciato alle sue fortune per costruire case in tutto il mondo per i bisogni degli ultimi, creando in Brasile un villaggio che è diventato un comune che le ha dedicato la piazza principale.

D: Le storie che racconti seguono una sorte di iter logico oppure no?
R: Si tratta di storie che mi hanno colpito, non avevano una loro progettualità, non un obiettivo. Le ho raccontate perché sono convinto che ciascuna donna abbia storie eccezionali da raccontare, basta posizionarsi all’ascolto e tirarle fuori. Sono delle storie d’amore, di grande passione, non per gli uomini ma per la vita.

D: Alla luce di questo esiste ancora oggi in Sicilia, in Italia la distinzione netta fra uomo e donna?
R: In questi ultimi cinquanta anni la donna ha fatto molti più passi dell’uomo, ha conquistato nuove posizioni, è uscita di casa, ha fatto tante cose, mentre gli uomini sembra che non si siano mossi neppure di un centimetro. Il problema è che la donna non è riuscita ad interferire nella politica, laddove si prendono le decisioni, dove effettivamente le cose si possono cambiare. Vi è però ancora un problema per le donne, soprattutto in Sicilia mancano asili nido, mancano scuole a tempo pieno, strutture idonee per poter supportare la libertà delle donne che devono scegliere fra la casa e l’imprenditoria o l’impiego. Questo, secondo me, è un bivio tremendo per le donne.
Il quadro generale è se vuoi sconfortante perché soprattutto in Sicilia esiste ancora una società patriarcale costruita dagli uomini. Le storie che ho raccontato nei due volumi costituiscono ancora oggi delle eccezioni alla regola, rappresentano delle urla, delle ribellioni a tale tipo di società. Però in fondo a questo tunnel c’è una grande luce: i passi che vengono fatti velocemente. La cosa che ci auguriamo tutti è vedere un coinvolgimento maggiore delle donne affinché le cose vadano meglio.

D: Come vedi il futuro della donna siciliana?
R: Non lo so, io purtroppo sono pessimista, secondo me ci sono difficoltà per il futuro sia delle siciliane che dei siciliani. Ribadisco che fino a quando non ci saranno delle sovrastrutture capaci di sopportare l’impegno delle donne fuori casa la figura della donna sarà sempre difficile da proiettare avanti. Occorre cambiare questa società. Io penso che la società siciliana diverrà migliore se diverrà un po’ più femmina.

Angela Allegria

11 marzo 2009

In www.modica.info

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