L’immigrazione clandestina attraverso gli occhi dei protagonisti

 

La repressione del fenomeno dell’immigrazione clandestina, oggetto di polemica in questi giorni in Italia e non solo, pone l’accento su un fenomeno che interessa da anni l’Europa, vista dagli abitanti del Terzo Mondo come “luogo di fortuna”.
Se oggi in Italia si fanno blitz e perquisizioni alla luce della Legge Bossi-Fini, giustificando una nascente xenofobia come “risoluzione” di un vero e proprio problema, non si può non ricordare in che condizioni e a che rischi gli immigrati arrivano sulle coste italiane, spesso tramite la Libia.
L’Osservatorio sulle vittime delle migrazioni Fortress Europe ha presentato nell’Ottobre 2007 “Fuga da Tripoli. Rapporto sulle condizioni dei migranti in transito in Libia”.
“Dalla frontiera meridionale libica ogni anno entrano migliaia di migranti e rifugiati sprovvisti di documenti, alcuni dei quali poi continuano il viaggio verso l’Italia. Le testimonianze riportate in questo rapporto denunciano gravi crimini commessi tanto dai passeurs (coloro che organizzano i viaggi e che fanno “passare” la frontiera) quanto dalle forze dell’ordine libiche”. Dalla lettura del documento si apprende che solo nei primi nove mesi del 2007 in Sicilia sono giunti 12.753 migranti a bordo di imbarazioni di fortuna, barchette sempre più piccole affidate direttamente alla guida dei passeggeri che percorrono rotte sempre diverse, spesso più lunghe, per aggirare i controlli.
Punti favorevoli per lo sbarco in Sicilia essenzialmente quattro: Lampedusa, Pozzallo, Licata e Pachino.
La rotta attraverso il Canale di Sicilia diviene sempre più pericolosa: il fondale dal 1988  conta almeno 2432 vittime.
La Libia è un paese di transito: lì arrivano i migranti dalle altre zone africane, da lì partono per l’Europa, lì accadono i peggiori sopprusi, “crimini che l’Unione Europea finge di non vedere dal momento in cui autorizza il respingimento dei migranti in Libia a mezzo dei pattugliamenti Frontex, quando soltanto nel maggio 2005 la Corte europea dei diritti umani aveva vietato i respingimenti collettii da Lampedusa verso Tripoli. E quando in base all’art. 4 del IV protocollo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”.

La prima denuncia ufficiale sulla condizione dei migranti in Libia viene fatta nel dicembre 2004 dalla Missione tecnica in Libia dell’U.E., la quale nel suo rapporto parla di “arresti arbitrari degli stranieri, abusi, deportazioni collettive e mancato riconoscimento del diritto di asilo”.
Situazione è confermata dagli studi di “Afric” e “Human Rights Watch” nel 2006.
In Libia esistono centri di detenzione per migranti, veri e propri campi di concentramento all’interno dei quali si consumano i crimini più efferati che hanno come vittime uomini, donne, bambini.
Dalle testimonianze raccolte nel rapporto dell’Osservatorio si può affermare che ne esistono almeno 20.
Secondo il rapporto della Missione europea in Libia tre di questi centri sono stati finanziati dall’Italia: uno nel 2003, nel nord del paese, altri due nel 2004 e 2005. L’art. 1 comma 544 della finanziaria 2005 ha destinato 23 milioni di euro per il 2005 e 20 milioni per il 2006 per fornire “assistenza finanziaria e tecnica in materia di flussi migratori e di asilo, nonché per proseguire gli interventi intesi a realizzare nei paesi di accertata provenienza di flussi di immigrazione clandestina apposite strutture”. Soldi finiti a Sabha e Kufrah, che secondo quanto dichiarato dall’ex sottosegretario del Ministero dell’Interno Marcella Lucidi sarebbero serviti però a costruire un centro di formazione per la polizia a Sabha e un centro sanitario a Kufrah.
Sulle condizioni dei centri di detenzione parla un anonimo eritreo: “A Misratah siamo detenuti in 600 circa, siamo tutti eritrei. Ci sono un centinaio di donne e una cinquantina di bambini. Il primo gruppo di 450 persone è dentro da un anno e sei mesi, gli altri li hanno portati quattro mesi fa. Alcuni li hanno arrestati in mare mentre navigavano verso l’Italia. Altri li hanno arrestati prima della partenza mentre aspettavano nascosti l’arrivo dei passeur. Altri ancora li hanno fermati per strada per un controllo dei documenti e c’è anche chi è stato prelevato a casa, durante retate notturne. Un signore l’hanno portato in commissariato ancora in pigiama. Abbiamo lasciato tutti i nostri beni incustoditi, a casa. Prima di portarci qua ci hanno perquisito e preso tutto. Alcuni avevano i documenti come rifugiati politici, ma glieli hanno strappati. Durante le prime settimane di detenzione alcune donne sono state struprate dagli agenti. Almeno sette persone sono state ricoverate per esaurimento nervoso. C’è chi si è preso la scabbia o delle dermatiti, c’è chi ha malattie polmonari, attacchi asmatici, problemi intestinali, e gastriti. Tre persone sono state ricoverate in ospedale per tubercolosi. Due donne hanno già partorito in carcere, e altre cinque sono incinte, di cui tre vicine al parto. Ma non abbiamo nessuna assistenza sanitaria. Ci tengono in delle camerate dove dormiamo in settanta, per terra, la notte ci si incastra, con la testa accanto ai piedi del vicino. Di giorno il caldo è insopportabile e l’aria è appesantita dalle fetide esalazioni che salgono dagli scarichi dei bagni, che quando si intasano riversano liquami sui pavimenti. Da bere abbiamo soltanto tre barili d’acqua al giorno, per 600 persone. La notte invece inizia a fare freddo e non abbiamo coperte”.
Qualcuno prova a scappare, ma è peggio. Elvis del Camerun, detenuto ad Al Fellah, presso Tripoli,  racconta: “Sono stato detenuto sei mesi al Fellah a Tripoli, prima di essere deportato. E ho visto uccidere due persone. Era nel giugno del 2006. I nigeriani erano i più numerosi. Non ne potevano più del carcere. Erano dentro da otto, nove mesi. Chiedevano di essere rimpatriati o di essere liberati. Quella mattina rifiutarono la colazione. La rivolta aveva contagiato tutti. Gridavano, sbattevano contro le porte. Avevano spaccato i muri e gettavano intonaci e pezzi di cemento contro la polizia. La reazione degli agenti fu durissima. Prima gettarono dei gas lacrimogeni nella camerate. Poi spararono qualche colpo di fucile. Colpirono sei uomini. Poi li portarono all’ospedale. Due erano morti. Erano entrambi nigeriani. Ne conoscevo uno, si chiamava Harrison, veniva da Benin City. Gli altri 4, feriti alle gambe e alle braccia, tornarono quattro giorni dopo, ancora con i punti di sutura”.
Chi resta, viene comunque interrogato, come dichiara Wares, eritreo, detenuto nello stesso centro: “Se una persona scappa, tutti gli altri sono portati nel cortile per essere sottoposti ad un interrogatorio sulle sorti del fuggitivo. Chi non risponde o dice di non sapere niente viene picchiato con il manganello. A volte utilizzano un manganello che dà la scossa elettrica”.
I manganelli capaci di dare scariche eletriche, in dotazione della polizia libica, producono cecità temporanea e gonfiore del viso.
I rischi per la vita dei migranti però iniziano fin dai viaggi attraverso il deserto, meta obbligata per raggiungere la Libia.
Yakok, etiope, racconta: “Il problema è in Sudan. Paghi 300 dollari e ti dicono che ti portano a in Libia. Ma gli autisti sudanesi ti lasciano al confine. Da lì si continua sui fuoristrada dei libici. E i libici vogliono altri soldi. Non hai scelta perché sono troppi chilometri di deserto. Chi paga continua e chi ha più contanti aiuta quelli in difficoltà. Ma se non hai i soldi partono senza di te. Sei meno di una merce per loro”.

Menghistu, anche lui etiope ha partecipato a ben due viaggi per raggiungere l’Italia: Durante il primo viaggio “Abbiamo viaggiato nel deserto per cinque o sei giorni fino a Kufrah. L’acqua era dentro i bidoni e i libici la distribuivano una volta al giorno, ci facevano scendere dalle macchine e ci mettevano in fila e ci davano un bicchiere ciascuno una volta al giorno. Quando siamo arrivati a Kufrah i libici hanno cominciato a urlarci e bastonarci appena qualcosa li disturbava, ci bastonavano alla prima occasione. Quando stavamo in fila se qualcuno la rallentava o usciva fuori dalla fila lo bastonavano, ma noi non avevamo più la forza e non ci potevamo opporre. In Libia il potere era il loro. Quelli che di noi parlavano arabo erano i più bastonati. A Kufrah abbiamo cambiato la macchina e ci hanno messo su un modello vecchio di pick-up con il rimorchio chiuso. Ci siamo entrati in 18, si stava seduti con le gambe strette tra le braccia, non ci potevamo muovere di un centimetro e le persone piangevano e si lamentavano, aspettavamo solo il momento che le gomme affondavano nella sabbia allora si doveva scendere per liberarle e così potevamo respirare per qualche minuto. Abbiamo imparato subito le parole ‘sali e scendi’ perché se non capivi queste parole ti bastonavano, dicevano: ‘animali scendete! animali salite!’.”
Nel secondo viaggio, dopo l’arresto a Kufrah “Siamo partiti di giorno, il pomeriggio, durante il viaggio abbiamo cambiato le macchine quattro volte.- continua Menghistu – Ci siamo fermati a Ajdabiya perché una macchina aveva dei problemi e così hanno diviso i passeggeri nelle altre macchine e si stava molto stretti e in piedi. Io ho cercato durante una sosta di nascondermi e andare in un’altra macchina dove erano di meno, ma un libico mi ha visto. Ho cominciato a correre fino a quando mi ha preso e mi ha picchiato con il bastone. I libici non hanno con loro solo i bastoni ma anche pugnali e spade e qualche volta ti minacciano impugnando la spada.
Dopo Ajdabiya, nell’ultima parte del viaggio siamo stati trasferiti dai pick-up in un camion coperto da un telone, in tutto eravamo in sessanta. Hanno messo le donne davanti a una piccola finestra e ci hanno fatto entrare in piedi per farci stare tutti e poi con una parola ‘gams!’ ci hanno gridato di sederci, altrimenti se fossimo entrati ognuno sedendoci non ci saremmo stati tutti. Io sono rimasto senza posto, sono rimasto in piedi. Chi era rimasto in piedi hanno cominciato a picchiarlo sulla testa per farlo sedere per forza. Dopo che mi avevano bastonato la prima volta e pensavo che non mi vedevano mi sono alzato di nuovo, però da fuori si vedeva la mia testa contro il telone e allora un’altra bastonata mi ha colpito sulla nuca. Nel camion c’era una grande tensione, mancava l’aria per respirare e sentivi che stavi per morire e la tensione cresceva, avevo con me una penna e ho cominciato a bucare il telone fino a quando l’ho strappato, entrava un po’ d’aria e tutti volevano venire dalla mia parte. Alla fine del viaggio, quando ho guardato il telone era tutto bucato. Si respirava uno alla volta, prendevi aria e poi lasciavi il posto ad un altro e poi di nuovo e via così per tutto il viaggio. C’era un ragazzo che stava male e voleva uscire, strappare il telone, urlava e allora abbiamo fatto un buco più grande e lo abbiamo messo sotto per farlo respirare meglio.
Tutti spingevano perché non c’era spazio, io ho fatto tutto il viaggio piegato in due con il telone che premeva sulla schiena, in quei momenti non vuoi che nessuno ti tocchi, tutti sono nervosi, c’era un uomo che mi dava i pizzichi alle cosce per farmi spostare, le buche ti fanno sobbalzare contro i vicini e quando lo toccavo lui si arrabbiava e allora ci siamo presi a pugni, ma alla fine del viaggio, quando siamo arrivati, ci siamo chiesti scusa.
Durante il viaggio bevevamo acqua calda mischiata con benzina. Durante una sosta per bere quando i libici hanno visto che il telone era tutto strappato ci hanno cominciato a picchiare.
Con noi, nel camion c’era un etiope più anziano che si chiamava Mandela che a Tripoli, due giorni dopo il nostro arrivo, è stato arrestato per la terza volta e rispedito a Kufrah. Quando mesi dopo l’ho rincontrato a Tripoli mi ha detto: “lo sai, quest’ultimo viaggio l’ho fatto come te: in piedi con la schiena piegata contro il telone”. Poi Mandela è morto durante il viaggio in mare. È morto quando io ero già a Trapani”.

Una volta arrestati i migranti hanno quattro possibilità: chi ha soldi cerca di corrompere la polizia per scappare, chi non ne ha o viene rimpatriato in aereo nel proprio Paese d’origine oppure viene caricato su un camion militare e traportato presso la frontiera meridionale, luogo da cui, dopo alcuni mesi di carcere, si parte ancora via camion verso il deserto. Lì chi più pagare 100 o 200 dollari vene riportato indietro clandestinamente dalla stessa polizia, chi non può viene sequestrato da cittadini libici liberi e tenuto in ostaggio fin quando non riscatta il suo debito.
Gli abusi nel deserto, quelli subiti per strada in Libia su persone colpevoli di essere “neri e cristiani”, le sopraffazioni dei passeus, gli omicidi commessi dalla polizia all’arresto o nei commissariati, i respingimenti collettivi, le violenze nei centri di detenzione: sopprusi che tanti migranti sono costretti a subire.
Non ne sono risparmiate neppure le donne: “Ho visto molte donne violentate nel centro di detenzione di Kufrah. I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole, Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene” ha raccontato Fatawhit, eritrea.
“Eravamo in una casa dove avevano radunato tutti quelli che si dovevano imbarcare a breve. – afferma Hewat, etiope – La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta, e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi”.
Di testimonianze del genere ce ne sono a dozzine nel rapporto dell’Osservatorio, voci che fanno capire dall’interno la situazione dei migranti e dovrebbero far riflettere su come arginare il fenomeno dell’immigrazione clandestina alla luce dei racconti dei protagonisti.

Angela Allegria19 maggio 2008

In www.7magazine.it

Foto di Sebastiao Salgado

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