Il Dramma di Oreste al Teatro Greco di Siracusa

Dal 8 maggio al 22 giugno c.m. presso il Teatro Greco di Siracusa si mette in scena l’Orestiade di Eschilo.
Il termine “Orestea” deriva dalla critica moderna la quale l’ha mutuatoda un verso da Le rane di Aristofane, esattamente il verso 1127 che si riferisce alle Coefore, seconda tragedia della trilogia.
Per estensione il termine è stato attribuito a tutta la trilogia composta da: Agamennone, Coefore ed Eumenini. Ad esse seguiva il dramma satiresco Proteo, andato perduto, che aveva come protagonista l’omonimo re d’Egitto.
Unica trilogia superstite di Eschilo, fu rappresentata dallo stesso alle Dionisie del 458 a. C.
Nella traduzione di Pier Paolo Pasolini e sotto la regia di Pietro Carriglio prenderà vita la vicenda di Agamennone che, tornato dalla guerra di Troia ed accolto dalla moglie Clitennestra, trova la morte violenta per mano di questa e del suo amante Egidio.
L’antefatto è importante, spiega il motivo per il quale il re d’Argo e di Micene (interpretato da Giulio Brogli) incontrò la morte: Clitennestra (Galatea Ranzi) vendica la morte della figlia Ifigenia sacrificata agli dei per far partire le navi dieci anni prima a muovere guerra contro Troia, Egisto (Luciano Roman), amante di lei, non è altro che il figlio supestite di Tieste, fratello di Atreo, il quale vendica con quell’uccisione il sangue innocente versato dallo zio.
L’omicidio di Agamennone è presagito da Cassandra (Ilaria Genatiempo) che annuncia anche la vendetta di Oreste:
 
 Ahimè, ahimè! Ahi, sciagura, sciagura!
    Terribile entro me di nuovo turbina
    il travaglio fatidico, mi squassa
    coi suoi preludî lugubri. Vedete
    seduti entro la casa quei fanciulli
    pari a larve di sogni? Figli sono
    figli trafitti dai lor cari. Tendono,
    colme le mani, i visceri e l’entragne,
    misero peso, orrido pasto! Il padre
    loro ne gusta. Alcuno, io vel predíco,
    la lor vendetta medita: un imbelle
    domestico leone, che s’avvoltola
    entro nei letti, contro il signor mio:
    ché d’un signore il giogo anch’io sopporto.
    Dei legni il condottier, quegli che strusse
    Ilio, non sa che danni gli apparecchi,
    ilare in cuore, con funerea sorte,
    pari ad Ate invincibile, con lunga
    ciancia, la lingua d’odïosa cagna!
    Tanto osa! Una virago uccide un uomo.
    Con quale nome d’aborrito mostro
    ben potrei designarla? Anfesibena?
    Scilla annidata fra gli scogli, a eccidio
    dei navichieri? Dèmone d’Averno,
    che sugli amici, dalle fauci, spira
    guerra implacata? – Ah tracotante! Come
    ululò! Come su nemica fuga!
    E pareva gioir che salvo fosse
    lo sposo! – Oh!, bene uguale è che mi credano
    o no! L’evento appressa già. Pei fatti
    presto vedrai se di sciagure io sono
    profetessa verace. E avrai pietà.

Infatti, nelle Coefore Oreste uccide la madre ed Egisto per volere di Apollo. Egli è inseguito dalle Erinni, le Furie, le quali divengono Eumenini, vengono placate solo dopo la sentenza dell’Areopago.
Mentre Clitennestra è un mero strumento in mano agli dei, Oreste ha un momento di esitazione, segno della volontà di compiere l’efferato gesto.
Oreste, sulla scena Luca Lazzareschi, è cosciente del suo dramma e lo vive intensamente.
 
   Uditemi ora – ch’io, come l’auriga
   sbalzato fuor di via, coi suoi cavalli,
    ignoro dove finirò: lo spirito,
    spezzato il freno, mi trascina vinto,
   ed il terrore i suoi cantici leva
    già presso al cuor, che nel furore danza –
    udite il bando che agli amici lancio,
    sin che mi regge il senno. Io, lo confesso,
    mia madre uccisi, odio dei Numi, obbrobrio
    omicida del padre – e fu giustizia.
    E chi mi spinse a tale audacia fu,
    io me n’esalto, il pitico profeta,
    l’ambiguo Febo. Vaticinio ei diede
    che s’io compiessi il matricidio, immune
    d’ogni colpa sarei; se m’astenessi –
    la pena non dirò: tanto lontano
    di niun cordoglio non saetta l’arco.
    Ed or vedete: in questa foggia io movo,
    con questo serto e questo ramo supplice,
    all’umbilico della terra, al piano
    d’Apollo e al tempio, e al vampo inestinguibile
    del fuoco ascoso: espierò cosí
    la consanguinea strage. Ad altro altare
    ch’io mi volgessi, Apollo mi vietò.
    E un dí, tutti gli Argivi fede facciano
    che a questo scempio mi sospinse il Fato:
   ch’ora fuggiasco dalla patria, ed esule,
    o vivo o morto questa fama io lascio.
Le colpe dei padri che si riversano sui figli, ossia il concetto di metriotes è al centro dell’intera trilogia per affermare un pensiero antico secondo il quale l’uomo che si macchia di una colpa non solo viene maledetto dagli dei, ma trascina con sé anche la sua discendenza.
La colpa di Oreste è un fardello pesante ricordato sempre dalle Erinni che lo inseguono e non gli danno pace.
Con l’introduzione dell’Areopago, tribunale voluto da Atena per giudicare il delitto di Oreste, si procede alla votazione mentre, Atena avrà l’ultima parola a favore dell’imputato.
Afferma inoltre la dea della Giustizia prima di aprire la votazione: Ecco, io istituisco questo Consiglio incorruttibile, rispettoso della giustizia, inflessibile, fortezza che veglia sui dormienti. Esso durerà per sempre per giudicare i delitti di sangue, un progenitore dei moderni tribunali.

Angela Allegria

10 maggio 2008

In www.modica.info

I commenti sono chiusi.
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: