Pizzo, droga e Rock&Roll

Nell’ambito dell’Inchiesta “Old bridge” condotta da FBI e Polizia italiana sono stati arrestati 90 appartenenti a Cosa Nostra. Le indagini sono state condotte dal Servizio centrale operativo della polizia di Stato e dalla Squadra mobile di Palermo, coordinati dalla Dda e dalla Procura Nazionale Antimafia, e dal Federal Bureau of Investigation, mentre gli ordini di cattura sono stati emessi dai magistrati della Procura distrettuale di New York e dagli investigatori della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, hanno portato alla sbarra 90 boss mafiosi appartenenti alla famiglia Inzerillo-Gambino. 

Fra gli arrestati Frank Calì, 43 anni, nato a New York, ritenuto un “uomo d’onore” emergente della famiglia Gambino. All’interno di essa Frankie Boy, come è chiamato, ricopriva il ruolo di capo della decina della 18esima Strada in Brooklyn, essendo subentrato al boss Jackie D’Amico, il quale, a sua volta, a seguito dell’arresto dei fratelli John e Joe Gambino, sarebbe stato inserito nel quadro di comando della citata famiglia mafiosa. Le recenti, congiunte investigazioni del Servizio Centrale Operativo, della Squadra Mobile di Palermo e della Fbi hanno consentito di registrare l’esistenza di rapporti strutturali tra la Cosa Nostra italiana e quella americana. Tali legami sono stati evidenziati, nel 2003-2004, da alcuni viaggi a New York di Nicola Mandalà e Giovanni Nicchi, esponenti delle famiglie mafiose palermitane di Villabate e Pagliarelli, che hanno instaurato rapporti con Frank Calì, ritenuto vicino agli Inzerillo anche per vincoli di parentela tramite la moglie Rosaria.

Tra i soggetti destinatari di doppio provvedimento restrittivo, sia italiano che statunitense, è annoverato Filippo Casamento, personaggio storico di Cosa Nostra, clandestino negli Stati Uniti, nei quali era giunto sotto falso nome perché scappato durante la guerra di mafia degli anni Ottanta. Palermitano, 82 anni, già “sottocapo” della famiglia mafiosa palermitana di Boccadifalco, è storicamente ritenuto vicino ai membri della famiglia Inzerillo. Negli anni ‘80 fu coinvolto nella nota operazione di polizia denominata “Pizza Connection”, avviata nei confronti di un sodalizio mafioso dedito al traffico internazionale di sostanze stupefacenti tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America. Nel 2002, dopo aver espiato un lungo periodo di detenzione in U.S.A., è stato espulso in Italia. Nel 2004, è rientrato clandestinamente, sotto falso nome, in territorio statunitense, dove ha mantenuto i contatti con diversi esponenti delle famiglie mafiose palermitane, tra i quali Giovanni Inzerillo, figlio del boss Salvatore, considerato suo figlioccio e suo referente in Palermo in quanto sostenitore delle relazioni fra le due organizzazioni criminali.

Le congiunte investigazioni del Servizio Centrale Operativo, della Squadra Mobile di Palermo e del F.B.I. hanno evidenziato un suo ruolo attivo nel rientro a Palermo degli Inzerillo americani ed hanno consentito di accertare, tra altro, il suo coinvolgimento nell’omicidio di Pietro Inzerillo, il cui cadavere fu rinvenuto il 15 gennaio 1982, nel New Jersey, all’interno del portabagagli di un’autovettura di pertinenza del mafioso Erasmo Gambino, cognato dei noti esponenti della mafia americana John, Joseph e Rosario Gambino. Arrestati anche Tommaso Inzerillo e Domenico Cefalù, anch’essi esponenti di vertice di Cosa Nostra. L’operazione, per la parte italiana, costituisce l’epilogo di rilevanti inchieste svolte nel corso di questi ultimi anni, culminate con le catture dei padrini di Cosa Nostra Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo, che hanno evidenziato una rinnovata vitalità dei rapporti tra Cosa Nostra italiana e la mafia americana. I provvedimenti di fermo, disposti dai pm della Dda di Palermo, ed eseguiti dalla polizia di Stato, hanno riguardato: Filippo Casamento, 82 anni, da anni però trasferito sotto falso nome negli Stati Uniti; Salvatore Emanuele Di Maggio, di 59, medico residente a Torretta (Palermo); Giovanni Inzerillo, di 36 anni, nato a New York, figlio del boss Totuccio ucciso a Palermo nel 1981; Giovanni Adelfio, di 70, suocero dei boss Carlo Greco e Santino Pullarà; Francesco Adelfio, di 66, già imputato al maxi processo a Cosa nostra; Salvatore Adelfio, di 42; Pietro Pipitone, di 54; Giovanni Lo Verde, di 69, già imputato al Maxi processo; Giuseppe Brunettini, di 37, della famiglia di Brancaccio; Antonino Chiappara, di 42; Sergio Corallo, di 42, figlio di Giovanni già coinvolto nel primo maxi processo; Giovanni De Simone, di 46; Maurizio Di Fede, di 40; Nicola Di Salvo, di 70; Melchiorre Guglielmini, di 49; Tommaso Lo Presti, di 33; Stefano Marino, di 36; Gaetano Savoca, di 41, sposato con una delle figlie del boss Pietro Vernengo; Vincenzo Savoca, di 77. I procuratori aggiunti Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone e i sostituti Michele Prestipino, Domenico Gozzo, Maurizio De Lucia, Antonino Di Matteo e Roberta Buzzolani hanno coordinato l’inchiesta che coinvolge anche i latitanti Giovanni Nicchi, di 27 anni, ritenuto un sicario del clan di Rotolo, e Salvatore Parisi, di 54. Risultano indagati in questa inchiesta alcuni detenuti per altro, fra cui Tommaso Inzerillo, Andrea Adamo, Lorenzo Di Fede, Calogero Di Gioia, Benedetto Graviano, Cesare Carmelo Lupo, Antonino Rotolo, Giuseppe Savoca e Salvatore Sorrentino. Purtroppo alcuni affiliati sono riusciti a scappare fra questi negli Stati Uniti Jackie D’Amico, uomo di vertice della famiglia Gambino, già arrestato ma poi tornato in libertà, e Nicholas Corozzo, anche lui affiliato alla famiglia Gambino e, a Palermo, Giovanni Nicchi, giovane emergente sempre più importante, inserito nella lista dei 30 latitanti più pericolosi, e Salvatore Parisi. “Una storia che ha moltissimi antecedenti cronologici e un’operazione che va molto al di la dell’azione di contrasto a Cosa Nostra” ha commentato il procuratore di Palermo Giuseppe Messineo che fa riferimento agli anni Ottanta e alla guerra di mafia tra palermitani e corleonesi, ovvero tra Stefano Bontade e Totò Riina, guerra in seguito alla quale gli Inserillo scapparono in America chiedendo rifugio ai Gambino. Dopo anni di esilio, perché gli Inzerillo erano stati condannati a morte dalla Commissione provinciale, la c.d. Cupola, in tempi relativamente recenti gli stessi sarebbero stati fatti ritornare in Sicilia e riammessi negli affari dei boss palermitani, in particolare nel traffico di droga. Un ritorno osteggiato dal boss Nino Rotolo ed appoggiato invece da Salvatore Lo Piccolo. Come si legge in numerosi pizzini rinvenuti sia nel covo del boss Bernardo Provenzano, sia in quello di Totuccio Lo Piccolo la questione del rientro degli Inzerillo era ancora aperta, nonostante i rapporti tra Cosa Nostra palermitana e la famiglia Gambino che non erano mai cessati come dimostrano le indagini culminate nelle note operazioni di Polizia denominate “Iron Tower” e “Romano-Adamita”.

L’operazione ha evitato “nuove tensioni tra i boss e quindi, una nuova guerra di mafia. Il Padrino ed i Sopranos – ha affermato il numero 2 dell’Fbi, John Pistole – non sono soltanto fiction: Cosa Nostra è ancora viva”. Il premier dimissionario Romano Prodi nell’esprimere le proprie congratulazioni alle forze dell’ordine si dice “soddisfatto per la brillante operazione che testimonia anche il grande impegno messo in campo dal governo, che prosegue ancora oggi.” E Amato: “La giornata di oggi ha coronato con due grandi successi un anno che ha rappresentato una svolta nella lotta alla criminalità organizzata. È stato arrestato uno dei principali boss del napoletano ed è stata eseguita nei confronti della mafia una delle più grosse operazioni congiunte tra noi e la Fbi. Dopo l’arresto di Provenzano e grazie alla particolare continuità dell’impegno degli ultimi mesi, ad una ad una le famiglie della mafia palermitana e di altre province sono state decapitate. Meritano per questo un apprezzamento congiunto la magistratura palermitana e le forze di polizia che lavorano fianco a fianco. Quando un capomafia come Francesco Inzerillo invita i nipoti a lasciare l’Italia vuol dire che qualcosa sta davvero cambiando”. Per il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Francesco Forgione è significativo l’arresto di un boss come Frank Calì, “probabilmente impegnato assieme ai Gambino ed agli Inzerillo nella costruzione di una nuova Cosa Nostra anche in Sicilia, dopo i colpi che negli ultimi anni non hanno permesso una riorganizzazione anche dopo l’arresto di Provenzano. Ora bisogna colpirli anche a livello internazionale con il sequestro dei beni, che, come confermano recenti intercettazioni, è la cosa che più fa paura ai boss mafiosi”. “È un risultato eccezionale per Palermo e per il risveglio delle coscienze dei cittadini” commenta Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. “Risultati sul piano repressivo come questo – continua – danno fiducia ai cittadini, danno sicurezza, evitano la rassegnazione e fanno vedere che non tutto è immutabile”. 
 

Angela Allegria 

8 febbraio 2008

In www.7magazine.it

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