La Mafia Spa si conferma la prima azienda italiana

“Convertitevi! Un giorno arriverà il giudizio di Dio!” Le parole che Giovanni Paolo II pronunciò ad Agrigento il 9 maggio 1993.

Il suo grido non rimane isolato, viene sentito e recepito in ogni parte del mondo.

Ad esso, a distanza di 14 anni, fanno eco i Papaboys.
“MAFIA = SCHIFO. Lo annunciano a titoloni, agenzia e quotidiani, che la mafia è la più grande impresa del paese; la mafia spa la chiamano i media. Che dire? Che non abbiamo paura! Che vogliamo continuare a lottare e batterci per un domani, che deve essere oggi, più pulito, meno squallido, dove l’uomo riesca ancora a trovare, in Cristo, la propria centralità, dove il potere può essere sovvertito dall’amore e dalla carità; dove l’ingiustizia non sempre vince ed è comunque e certamente destinata a terminare. Senza intraprendere il discorso sull’eternità, il vero futuro che ci aspetta, nel quale di questo schifo di mafia, non resterà traccia. Non è un discorso eroico, sia chiaro, ma semplicemente normale, che deve portare ciascuno di noi a riflettere.” Urlano a gran voce i Papaboys mentre Benedetto XVI parla del male che genera la Camorra.
Eppure, ancora oggi, come si legge nel decimo rapporto Sos Impresa presentato dalla Confesercenti, alla presenza del viceministro dell’Interno, Marco Minniti, “La Mafia Spa si conferma la prima azienda italiana con un fatturato che tocca i 90 miliardi di euro, una cifra pari al 7% del Pil nazionale, pari a cinque manovre finanziarie e otto volte il tesoretto”.
Ogni ora 2.300.000 euro passano dalle mani dei commercianti a quelle dei mafiosi.
Usura, pizzo, corruzione: sono questi alcuni dei canali che arricchiscono le mafie, siano chiamate Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita.
Organizzazioni come quelle mafiose, le quali mirano al massimo potere possibile, hanno organici rapporti con i poteri legali e competono quotidianamente con essi al fine di controllare il territorio, l’economia e il funzionamento delle istituzioni, scrutano con particolare attenzione tutti i comportamenti delle istituzioni, della politica, del mondo imprenditoriale, per coglierne i vantaggi e prevenirne i danni.
Il racket si conferma come il reato tipico della criminalità organizzata anche se il fenomeno sta cambiando pelle. Si allarga la platea degli imprenditori coinvolti, non solo commercianti, ma anche artigiani, professionisti, si introducono nuove forme di condizionamento attraverso l’imposizione di merci, servizi e manodopera.
“Qui a Brancaccio non si salvano neanche i chiodi. Tutti pagano”. Queste le parole intercettate dalle forze dell’ordine durante una conversazione telefonica tra due mafiosi palermitani che danno il senso della pervasività del fenomeno del pizzo a Palermo e in tutta la Sicilia occidentale.
“In altre regioni del centro l’attività delle famiglie mafiose si muove in un profilo di bassa operatività più diretto al riciclaggio e al rivestimento degli utili. L’attività criminale più evidente riguarda quasi esclusivamente il traffico di stupefacenti.
Nella Toscana pur in assenza di un formale radicamento siamo in presenza di reti di criminalità attivi nel campo delle estorsioni a Firenze e nella provincia di Lucca.
In Emilia una recente operazioni nelle province di Modena e Bologna ha sgominato una banda di Casalesi che agivano in quelle zone proteggendo i latitanti e facendo estorsioni, soprattutto a piccoli imprenditori casertani che lì si erano stabiliti. Nella Romagna la cellula della ‘ndrangheta riconducibile alla famiglia Ursino esercitava il controllo dei videopoker con diramazioni nelle Marche e soprattutto nella provincia di Pesaro-Urbino Nella zona di Fermo agiscono esponenti della criminalità pugliese. Nel nord l’attività estorsiva è sempre più presente ed incisiva.” Si legge nel VII Rapporto sul prelievo criminale ai danni imprese redatto da SOS Impresa, a conferma che siamo innanzi ad un problema diffuso non solo nel Meridione.  
Quanti imprenditori del sud, per paura o semplicemente per convenienza preferiscono pagare il c.d. pizzo piuttosto che alzare la voce, ribellarsi al sistema!
Lo dice anche Andrea Vecchio: “Quando aspetti dalla Regione siciliana un decreto per autorizzare un deposito di carburante provvisorio in un cantiere e ti occorrono quattro anni ed una spesa di cinquemila euro, allora è più semplice pagare il pizzo e l’ammiccamento”.
Andrea Vecchio ha urlato il suo “No”, ha parlato, ha detto ciò che è evidente, palese.
Ora cosa faranno i professionisti dell’antimafia all’eroe silenzioso che hanno loro stessi messo in prima pagina? Se lo chiede L’Abate Vella nel suo blog “Il Consiglio”.
Egli conclude con queste parole: “Nella Sicilia libera che sta per venire potrete andare a chiedere le elemosina all’angolo della strada. E siccome i Siciliani nelle loro vendette sono raffinati, state sicuri che tutti verseranno qualcosa, quale contrappasso per quei trenta denari che per ora vi arrivano con tanta caritatevole puntualità”.
Angela Allegria
24 ottobre 2007
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