Centenario della nascita di Vitaliano Brancati: il bell’Antonio e la Sicilia degli anni perduti

Nel centenario della nascita di Vitaliano Brancati, nato a Pachino (Siracusa) il 24 luglio 1907 e morto a Torino il 25 settembre 1954, il Festival Internazionale del Cinema di Frontiera, che si tiene ogni anno a Marzamemi (sotto a sinistra foto della casa di Brancati su uno scoglio a Marzamemi), omaggia il grande scrittore conterraneo.
Lo stile composito, colorito, estremamente visivo dello scrittore di Pachino è evidenziato nelle sue opere principali: “Gli anni perduti” del 1934-36, “Don Giovanni in Sicilia” del 1941, “Il Bell’Antonio” del 1949, “Paolo il Caldo”, opera postuma.
In queste opere emergono la cultura siciliana, le tradizioni di una Sicilia a cavallo dei due dopoguerra, il carattere dei siciliani, le loro abitudini, l’approcciarsi con una “civiltà diversa”, quella rappresentata dal resto dell’Italia.
Se nel “Don Giovanni in Sicilia” le sorelle del protagonista si preoccupano di accudire e riverire il fratello, facendo la parte delle tre chiocce, fino a soffocarlo, nel “Bell’Antonio” la madre continua a considerare il figlio, ormai trentenne e magistrato, un bambino a cui portare la mattina a letto “l’uovo sbattuto”.
La Sicilia diventa la terra degli “anni perduti”, quella in cui è difficile trovare lavoro, quella da cui si scappa per poter realizzare se stessi, ma alla quale i personaggi di Brancati sono legati da un profondo senso di appartenenza. Si tratta un legame inscindibile, viscerale che lega il siciliano alla propria terra, facendo sì che, quando si ritorna in terra natia, il tempo scorra più lentamente che negli altri luoghi.
Significativo nel “Don Giovanni in Sicilia” il rapporto fra nord e sud: per Giovanni Percolla è inconcepibile in un primo momento farsi la doccia ogni giorno con acqua fredda come solevano fare i milanesi, o condurre la vita frenetica degli stessi. Eppure, stando a Milano si abitua, ma tornato a Catania, riprende l’ozio e le abitudini passate.
Lo stesso tema dell’ozio e del lento scorrere del tempo si intravede negli “Gli anni perduti”, nel quale il protagonista, un architetto, sa di dover ritornare sul continente per poter continuare a svolgere la propria professione, ma indugia a Nataca cullato dalle dolci abitudini siciliane.
Ma è nel Bell’Antonio che Brancati esprime la sua concezione politica attraverso l’impotenza di Antonio Magnano.
Spiega Leonardo Sciascia in “Nero su Nero” il segreto di Antonio, “il segreto di una infelicità che possiamo riscontrare nelle pagine di Tacito: l’infelicità di vivere sotto un dispotismo più o meno blando, nella corruzione, nella cortigianeria”.
Il pianto liberatorio alla fine del romanzo lascia intravedere la fine di un incubo: “era più stretto, più disperato, tutto intramezzato dei sibili di un petto che, da molti anni, non si apriva a larghi respiri di felicità”.
Al centro la parola “dittatura”, non solo nel richiamo al regime fascista di quegli anni, ma anche al comunismo, un termine inteso in senso lato, quale emerge nei colloqui fra Antonio e lo zio Ermenegildo.
Brancati descrive le fine della vecchia generazione attraverso le morti di tre figure importanti: Alfio Magnano, il quale per restituire l’onore al casato si reca sotto i bombardamenti a casa di una cortigiana e lì viene trovato morto; zio Ermenegildo, spirito libero, che, incapace di opporsi veramente al fascismo, si suicida col il gas; Pietro Capano, il segretario federale, bruciato vivo mentre, durante un allarme aereo, cercava di farsi luce con uno zolfanello, salvato da un uomo che lui stesso aveva mandato al confino.
Brancati ripropone il tema del “gallismo”, ma stavolta in termini drammatici, nella vicenda di Antonio, il quale è un inetto, un pentito.
La donna assume un ruolo ambivalente: da un lato è un angelo (Barbara), una “madonna”, qualcosa che emoziona a tal punto da non poter neppure pensare di sfiorare, dall’altro rappresenta agli uomini l’unico mezzo per dimostrare la propria virilità.
Nella figura di Edoardo si vede la figura stessa di Brancati, simpatizzate del regime all’inizio, contrario quando si rende conto della verità dei fatti.
Edoardo prima si era battuto tanto per diventare podestà, poi, presa coscienza della mancanza di libertà, aveva avuto talmente nausea da dimettersi e negare a tutti di aver ricoperto tale carica.
Egli cerca la “libertà”, una libertà che lo aveva portato in cella, in campo di concentramento, di nuovo in cella. Idealmente Edoardo poteva accostarsi al comunismo, come si nota dal dialogo con il soldato americano, ma anche lì, sarebbe finito in cella per la mancanza di libertà di opinione.
Un rifiuto della dittatura in tutte le sue forme, rigetto che, attraverso la vicenda di Antonio, coinvolge l’uomo in termini universali, incapace di realizzare se stesso in mancanza di libertà.
Angela Allegria
22 agosto 2008
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