Lo storico Carlo Ruta si occuperà del caso Coppola

Il significato profondo dell’attività giornalistica: l’esempio di Carlo Ruta

Carlo Ruta, storico, scrittore, giornalista: la sua, una scelta coraggiosa di andare avanti, procedere  nella ricerca della verità nonostante gli ostacoli innestati nel percorso per giungere ad essa, nonostante la ricerca giunga a risultati, che spesso vengono negati.
Un giornalista che ama il suo lavoro, capace di non girarsi mai dall’altro lato innanzi alle verità nascoste della terra in cui vive: la Sicilia.
Schieratosi, apertamente contro la mafia, dopo una condanna penale e l’oscuramento del suo sito, ritorna in campo per continuare la sua attività.
Ma parliamone direttamente con lui.

Dopo le vicende che l’hanno coinvolta in prima persona, si sente un perseguitato?

Non mi riuscirebbe proprio di affezionarmi a un tale “status”. Non mi pongo quindi il problema. Fare inchiesta sul terreno civile implica dei rischi in sé, a prescindere dalle situazioni. Ti tocca lavorare negli anfratti più profondi delle storie, in luoghi in cui non puoi dirti mai al sicuro. Particolari terreni, come quello siciliano, possono esporre poi a rischi aggiuntivi: da Palermo al sudest, dove il sottoporre a critica serrata poteri consolidati e luoghi della tradizione può innescare una varietà di reazioni. In effetti, negli ultimi tempi si sono create situazioni di particolare difficoltà, che hanno destato preoccupazione. Ma avevo pensato potessero verificarsi, non mi colgono alla sprovvista. Ovviamente, i miei progetti di lavoro restano immutati: ho fatto delle scelte che ritengo ponderate, e continuo a operare in tale prospettiva, cercando di ancorarmi il più possibile alla razionalità.

Cosa la spinge nonostante tutto a continuare la Sua attività, a parlare e non fermarsi innanzi a nulla?

Credo soprattutto nella dignità e, come dicevo prima, nella ragionevolezza. Mi piacciono la polis e la vita civile ispirate alla decenza. Mi attrae quindi l’impegno per le cause giuste, trovandolo un modo appunto ragionevole di percorrere il presente. Posso dire ancora che mi sono congeniali le vie poco esplorate e le prospettive in ombra. Sappiamo del resto che pure nel vuoto percettivo di tante offese “minime”, quotidiane, private, distanti dalle cronache e dai tracciati dell’ufficialità, si alimenta la coazione a tacere che risulta tanto bene insinuata nei costumi del nostro paese. Quali le motivazioni di fondo? Gli antichi greci dicevano dello stupore che può procurare la visione dell’essere, lo spettacolo delle cose. Ebbene un analogo stupore possono procurare i fatti: il passato storico e più ancora il presente che ci vive addosso. Ma dinanzi allo sfrontato esibirsi delle inciviltà lo stupore può declinarsi in scandalo, sgomento, indignazione. Questo è un po’ il comune denominatore delle culture dell’impegno, delle resistenze alle mafie, del pacifismo, e potrei dire che è un po’ il mio antefatto personale.

Oltre ad essere giornalista e scrittore Lei è anche uno storico. Ha parlato di casi irrisolti nella nostra provincia: quale lo ha colpito in maniera maggiore e perchè?

Dire cosa mi abbia colpito maggiormente non è facile, perché ogni caso ha rappresentato per me una prova a sé, un’avventura razionale, che tuttavia mi ha coinvolto pure a livello emozionale. Ogni storia mi si è presentata come una sfida, una incalzante sequela di rebus da risolvere. E quante volte mi sono accorto che fatti inoppugnabili sconfessavano le mie stesse percezioni, l’idea che in partenza mi ero fatto delle cose. Quando ho preso a occuparmi del caso Tumino-Spampinato pensavo di possedere buone conoscenze. In realtà mi mancavano dati fondamentali, che ho potuto trarre dallo studio delle carte giudiziarie, emerse dopo tre decenni dal palazzo di giustizia. Solo allora ho potuto cominciare a fare inchiesta, a inquadrare fatti e contesti interamente in ombra. D’altra parte, chi fa questo lavoro non dovrebbe sottrarsi al dovere di sospendere il giudizio quando mancano elementi decisivi e coerenti.

La presenza mafiosa nella provincia di Ragusa: in che misura si è diffusa e a che livelli?

Il sudest siciliano, come tanti luoghi “ameni” del nostro paese, ha vissuto e, seppure in modo più discreto, vive ancora l’esperienza delle cosche e dei racket. E una nitida rappresentazione viene al riguardo dalla sequela di eventi tragici che hanno colpito negli ultimi decenni città come Vittoria, Scicli, Pachino. Esiste d’altra parte pure una tradizione storica, fatta di casi fortemente connotati e tuttavia sfuggiti, lungo i decenni dell’Italia post-unitaria, al computo dell’ufficialità, come l’uccisione del notabile Mario Pancari Levi nella Vittoria del secondo Ottocento. Ma tanto più la Sicilia iblea ha conosciuto e conosce situazioni “normali” che per metodi e operatività non differiscono tanto da quelle scopertamente illegali, ancorandosi al ceppo comune della prepotenza. In quest’area si condensano trame finanziarie, vengono coartati diritti, si ricorre all’intimidazione e alla rappresaglia. Per quanto mi riguarda, ho cercato di definire allora i due livelli, occupandomi di primo acchito delle cosche, per giungere infine al nodo dei poteri forti.

Lei da giornalista ha avviato una diffusione di quei fatti che nessuno poteva, doveva conoscere. Continuerà la Sua attività e se sì in che maniera?

Come dicevo, faccio questo lavoro perché lo trovo congeniale. Cerco di accostarmi alle cose con pacatezza, cercando di interloquire il più possibile con quello che viene chiamato il “punto di vista morale”. Le difficoltà di terreno, che pure richiedono una sufficiente attenzione, lasciano quindi intatte le mie motivazioni. Come intendo continuare? Sono interessato in questo momento ad alcuni segmenti della finanza, a partire dal caso Coppola. Vorrei riflettere sulle recenti evoluzioni delle mafie in determinate aree del paese. Infine, sullo specifico siciliano, sto meditando di occuparmi di alcuni profili inediti di ricerca e analisi, che sono al momento in via di definizione.

 

 

 sito ufficiale di Carlo Ruta: www.leinchieste.com

 


 

Chi è Carlo Ruta (Da Wikipedia)

Carlo Ruta è nato a Ragusa nel 1953, ha conseguito la laurea in filosofia presso l’università degli studi di Messina. Da vari decenni opera nei campi della storiografia e dell’informazione civile. Fino ai primi anni novanta è stato direttore della rivista bibliografica “Libri meridionali”. Ha pubblicato libri di investigazione storica e sociale come: Il binomio Giuliano-Scelba (Rubbettino 1995), Gulag Sicilia ((Rubbettino 1993), Appunti di fine regime (Rubbettino 1994), Cono d’ombra. La mafia a Ragusa (La Zisa, Palermo 1997), Il processo come tarlo della Repubblica (Era Nuova, Perugia 1994) Politica e mafia negli Iblei (La Zisa, 1998), Giuliano e lo Stato (Edi.bi.si., Messina 2003), Segreti di banca. L’Antonveneta dai miracoli del nord-est agli intrighi siciliani (Edizioni Le Pietre, 2004). Dirige alcune collane editoriali, in particolare “Biblioteca storica del viaggio in Sicilia” della casa editrice Edi.bi.si. di Messina. Ha curato il sito accadeinsicilia.net[1], di cui è stato imposto l’oscuramento nel dicembre 2004. Dal febbraio 2005 cura il diario d’informazione civile on-line leinchieste.com

 

 

Da http://www.censurati.it/index.php?q=node/3186

Per aver parlato di illeciti nelle banche (molto prima dello scandalo antonveneta e fazio) a Carlo Ruta fu messo il sito sotto sequestro. Bilanci falsi, raggiri, di tutto di piu. Le indagini di Ruta sono da sempre state scomode, trattando anche di mafia, curando dossier e fornendo documenti, raccontando storie di racket, di ingiustizie e di omerta’ (…)

 

 

http://italy.peacelink.org/sociale/articles/art_18874.html

Solidarietà allo storico Carlo Ruta per la assurda condanna fascista ad otto mesi di carcere che lo ha colpito perché svolgeva il suo lavoro di inchiesta, durante il quale ha chiarito alcune vicende torbide verificatesi nella provincia di Ragusa

Carlo Ruta ha detto:
“Oggi, come in passato, i poteri ufficiali dell’isola, al pari delle mafie, cui sono sovente correlati, fondano il loro dominio sul silenzio sostanziale, garantito dal ricatto, dall’intimidazione, dalla coartazione costante dei cittadini. E l’informazione più influente dell’isola, che ne è tradizionale portavoce, finisce un po’ con il dettare le regole su quello che conviene dire. Chi decide di parlare, di indagare, di ricostruire verità e fatti, passati e presenti, in piena autonomia, può ritrovarsi quindi in un pericoloso isolamento. Almeno otto giornalisti, dagli anni sessanta a oggi, hanno pagato, infatti, con la vita. Più di frequente si paga con uno stringente assedio giudiziario. E’ noto quello che hanno dovuto subire Danilo Dolci, Michele Pantaleone, e tanti altri. L’obiettivo rimane in ogni caso quello di ripristinare le sordine.”  (…)

 

 

http://italy.indymedia.org/news/2006/10/1161901.php

Hanno condannato Carlo Ruta a otto mesi di carcere. Ho appreso la notizia dopo qualche giorno dalla condanna solo perché sono un’assidua frequentatrice dei quotidiani on line di internet, altrimenti, ancora oggi sarei all’oscuro di questa triste, sconcertante e inquietante notizia. Ovviamente la mia prima reazione è stata di rabbia e di indignazione, ma oggi, fra quei sentimenti che mi hanno colto all’inizio, comincia a fare capolino lo sgomento. Da alcuni giorni seguo la vicenda e non mi ritengo soddisfatta o, quantomeno, rassicurata dalle reazioni che ha prodotto un simile vergognoso provvedimento. Anzi, a dirla tutta, non ho visto nessuna presa di posizione da parte di alcuno. Fa eccezione Giovanna Vitrano che a nome del PMLI ha espresso la sua opinione in merito a quanto accaduto. E gli altri giornalisti o, cosiddetti giornalisti?  (…)

 

 

http://www.isolapossibile.it/article.php3?id_article=870

Si ha motivo di credere che questa condanna carceraria, desiderata dai poteri forti dell’est siciliano, area in cui maggiormente si è condensata l’inchiesta sociale di Carlo Ruta, potrebbe incentivarne altre a breve, dal momento che è andato attuandosi nell’ultimo periodo un vero e proprio assedio giudiziario. (…)

Angela Allegria

2 aprile 2007

In www.7magazine.it

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