Federica Poidomani Dolcetti, pianista per passione, chopiniana per vocazione

Pianista per passione, chopiniana per vocazione, Federica Poidomani Dolcetti amava la vita attraverso la musica. Tramite essa infatti riusciva ad esprimere gioie e dolori suscitando nei cuori di chi la ascoltava sublimi emozioni. Trascendendo ogni cosa visse un’esistenza in cui tutto è musica e in cui la musica è tutto.
L’amore per Chopin andava oltre la musica, includeva l’intera Polonia, il suo territorio, la sua cultura, la sua lingua, le sue tradizioni.
Di tutti questi elementi Federica Poidomani Dolcetti amava parlare spesso e da essi prendeva ispirazione, forza ed energia.
Si legge in un suo articolo “Chopin e la Polonia: le due passioni della mia vita”.
Del Maestro polacco suonava ogni opera, ma prediligeva i Notturni, in particolare il Notturno op. 9 n. 2 sul quale pubblicò nel 1988 uno studio.
Suonava questo pezzo in ogni suo concerto, lo aveva nel cuore, lo sentiva più forte degli altri che già sentiva, interpretava, viveva e faceva vivere.
Si, Federica Poidomani Dolcetti viveva la musica come una grande forza che la trasportava, la guidava, un Nume che dava senso, linfa vitale al suo spirito, a tutto il suo essere.
Mi piace ricordarla così: seduta al pianoforte, capace di trasmettere la sua professionalità, il suo talento autentico ai suoi alunni, dotata di un tocco di vero artista, un dono raro che tuttavia non teneva chiuso, sottoterra, appartato dagli altri, ma che amava trasmettere spontaneamente con grande generosità.
Trasmetteva tanto sia agli allievi che in lei vedevano un maestro ma anche un’amica con cui parlare, dialogare di ogni cosa, trasmetteva anche a coloro che la ascoltavano suonare, al pubblico durante i concerti, al suo pubblico.
Federica Poidomani Dolcetti non eseguiva né suonava semplicemente una polacca o una mazurca, ma li porgeva all’ascoltatore in tutta la sua magia e suggestione interpretando ogni singolo passaggio attraverso ciò che aveva condotto l’autore a comporre in quel dato modo piuttosto che in un altro, pesando ogni diminuendo e marcando ogni crescendo con la sua forza di volontà, con la sua voglia di vivere.
Era capace di destare grandi emozioni ora gioiose ora serene a seconda dei brani.
Una volta mi parlò di un valzer del maestro polacco, un pezzo che nell’interpretazione comune veniva eseguito in un modo vivace, ma al tempo stesso composto e pacato. Federica mi espose come lo sentiva lei partendo dal presupposto che Chopin intendesse descrivere una danza di contadini nella veste di un valzer: riusciva ricreare la scena di una festa di villaggio in cui uomini e donne ballano e si divertono insieme dopo una giornata di duro lavoro, intenti ad evadere anche solo per un momento le preoccupazioni quotidiane.
Ricordo la volta in cui mi parlò del “valzer dell’addio”, il valzer op. 69 n. 2, definito così perché era stato scritto per una contessa polacca della quale Chopin si era innamorato: quella occasione per il maestro polacco fu l’ultima di vedere la sua amata.
Ogni volta che mi capita di ascoltare un brano di Chopin è inevitabile pensare a Federica, credo che questo capiti un po’ a tutte le persone che l’hanno conosciuta!
Quando morì il 15 giugno 1999 lasciò un enorme vuoto sia come pianista che come donna proprio perché Federica Poidomani Dolcetti non aveva mai separato le due cose.

Angela Allegria

15 giugno 2007

In www.modica.info

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  • Commenti (3)
    • Alessia
    • 8 novembre 2008

    Carissima Angela, leggo oggi quanto hai scritto su Federica Poidomani Dolcetti, e sento il bisogno di rigraziartene… È vero, donna e pianista mai sono state due persone diverse, l’una è mai esistita senza l’altra… Ricordo quella donna che chiamavo zia, in realtà cugina aquisita, che adoravo in tutte le sue stranezze… Ricordo Chopin, filtrato attraverso i suoi occhi ma, soprattutto, attraverso le sue mani, sul pianoforte… Ricordo zia Federica che si arramicava sull’albero fuori casa sua, non sono sicura dell’albero, credo fosse un “milicuccu”.. Mi raccontava di una volta in cui zio Raffaele aveva semplicemente buttato fuori dei noccioli, e che da questi era nato l’albero sul quale ci arrampicavamo… Mi piaceva molto l’idea che, da uno sputo dello zio, fosse nata tanta meraviglia, che permetteva a qualcuno di amarlo oltre il tempo…
    Mi ricordo zia Federica che prendeva in giro quanti gli avessero raccontato della propria “pelle d’oca” nell’ascoltarla interpretare Chopin… Eppure era quanto puntualmente accadeva, ogni qualvolta le sue dita si poggiavano sui tasti di un pianoforte…
    Grazie, Angela, per averla ricordata, per me che la conoscevo e anche per tutti coloro che mai ne hanno avuto la gioia e l’onore…

    • angelaallegria
    • 8 novembre 2008

    Grazie Alessia di aver voluto condividere i tuoi ricordi. Leggere le tue parole mi ha fatto rivedere Federica nei suoi atteggiamenti quotidiani.
    A volte quando penso a lei mi chiedo se non stesse suonando il suo Chopin lassù facendo sognare, facendo vivere la sua musica ancora una volta.
    Io credo che non meriti di essere dimenticata, come non lo merita Raffaele Poidomani: due artisti, due persone straordinarie!
    Se ti va di raccontare qualcosaltro mi fai davvero piacere.
    Cari saluti
    Angela

    • Alessia
    • 8 novembre 2008

    zia Federica non ha mai smesso di suonare Chopin… Anche se, con grande probabilità, oggi lei riderebbe di me e di te, che ne stiamo a parlare… E, se potesse, sono certa che zio Raffaele riderebbe ancor di più… Erano due bambini, Angela. Non pensarli come nulla di più, nemmeno loro penso vorrebbero essere ricordati diversamente, erano quel che erano ma, in quel che erano, sono sempre stati speciali. Per questo li ho amati. Per questo ancora li ricordo e sempre li porterò nel cuore… È molto bello sapere che albergano anche nei cuori altrui…
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