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Angela

Il rapporto fra nord e sud del mondo nel Romeo e Giulietta di Prokof’ev

La storia d’amore più famosa nel mondo è stata riproposta in una versione moderna dal regista Luciano Cannito nel “Romeo e Giulietta” su musiche di Sergej Prokof’ev per il Teatro Massimo Bellini di Catania.

Il balletto, che ha visto come protagonisti Eleonora Abbagnato nel ruolo di Giulietta e Josè Perez nei panni di Romeo, è stato diretto dal giovane ma estremamente ricercato Giuseppe La Malfa, il quale non ha mancato di dare risalto ai sentimenti, alle passioni che si susseguono nello snodarsi della vicenda, per rendere unico ed emozionante il dramma.

Il contrasto fra i Capuleti ed i Montecchi viene rivisitato dal regista e proposto come contrapposizione fra nord e sud del mondo dove ad una Giulietta candida come la luna si contrappone un Romeo di colore.

Se a prima vista ciò può creare confusione, in realtà si comprende con occhio attento che la modernizzazione dell’opera, la sua attualizzazione richiedono un ulteriore passo avanti verso la realtà di ogni giorno, come si percepisce dai duelli che non si svolgono più a colpi di spada, ma con piroette, salti, capriole, volteggi sulla testa, virtuosismi artistici che rievocano i marciapiedi della grande mela. Tra tutti spicca la agilità e la destrezza di Gugu, nei panni di Benvolio.

Orchestra allargata con la presenza di due arpe, dei mandolini, del pianoforte, della celesta, forte sollecitazione delle percussioni sia per accentuare i momenti di crescente tensione che per creare il ritmo dei balli fra le vie della città dove si evidenzia una grande sinergia, una sincronia di movimenti e colori in una leggerezza che si tocca con mano. Grande sincronismo nella scena del ballo in maschera, sulle note più celebri dell’opera, caratterizzata dal rosso ed il blu dei costumi, dalle piume della padrona di casa (Floriana Zaja), dal lungo mantello del Capuleti (Ettore Valsellini) e dai volti coperti dalle maschere scure in contrapposizione ai due volti scoperti dei due promessi sposi, Giulietta e il conte Paride (Gaetano La Mantia nei cui costumi ritroveremo il rosso della passione ed il nero della morte).

Puntuale, precisa, tecnica ma anche ricca di sentimento l’interpretazione della Abbagnato, capace di rendere la freschezza, la fragranza primaverile di una Giulietta che si affaccia alla vita e all’amore caratterizzata in scena dalla voce dei flauti.

Pieno di vita, frizzante, giocoso, gaio è Mercuzio, interpretato da un Alessandro Riga leggero, spumeggiante, a tratti anche spavaldo quando prende per codardia il gesto di Romeo nei confronti di Tebaldo (Zheren Pan), e pagherà con la vita il suo gesto.

Ma la scena che rimane più nei cuori dei romantici è l’incontro fra i due innamorati, sottolineato dal suono delle due arpe, episodio che fa sognare forse più del matrimonio segreto dove compare un Fra Lorenzo (Salvatore Tocco) religioso, dai toni estremamente ecclesiastici ma anche uomo di mondo pronto, con i suoi infusi a trovare una soluzione che ponga fine alla contesa fra le due famiglie veronesi.

Il finale tragico, come nel testo shakespeariano, lento, silenzioso, quasi a voler portar via insieme i due amanti fra le lacrime appena accennate degli spettatori che, anche dopo anni, riescono ancora a commuoversi innanzi a sentimenti veri, autentici.

Angela Allegria
4 maggio 2010
In Italia Notizie

Foto di Giacomo Orlando

Inchiesta “Modica Bene”, un giro di oltre 14 milioni di euro

Polemiche e veleni in merito alla decisione del Procuratore capo di Modica, Francesco Puleio di diffondere tramite gli organi di stampa i capi di imputazione dei 19 indagati nell’inchiesta “Modica bene”.

Il Procuratore, infatti, essendo stato invitato dal giudice per l’udienza preliminare Patricia Di Marco a riformulare le accuse in riferimento alle singole condotte dei singoli indagati, formulate in maniera ritenuta generica dall’allora procuratore Platania, ha preparato ed inviato un lungo comunicato stampa nel quale sono presenti i capi di imputazione con precisi riferimenti alle persone indagate ed offese, alle cifre, ai conti correnti e procedendo ad una ricostruzione di ciò che è avvenuto a Modica dall’ottobre 2003 al settembre 2007.

Gli indagati illustri sono politici ed imprenditori del ragusano: il parlamentare modicano dell’Udc, già presidente della Regione Sicilia, Giuseppe Drago, l’ex sindaco di Modica, Piero Torchi Lucifora, l’ex segretario provinciale dell’Udc, Giancarlo Floriddia, l’ex assessore al Bilancio del Comune di Modica, Carmelo Drago, il consigliere provinciale del PdL Vincenzo Pitino, il consigliere comunale di Pozzallo, Massimo La Pira, Carlo Fiore di Modica, il bancario vittoriese Giancarlo Francione, gli imprenditori Rosario e Giovanni Vasile di Vittoria, gli imprenditori modicani Vincenzo Leone, Giuseppe Sammito, Giuseppe Zaccaria, Marcello Sarta e Gabriele Giannone, e poi Giuseppe Piluso di Pozzallo, e i modicani Bruno e Massimo Arrabito e Giorgio Aprile.

A loro sono contestati tre tipi di reati consumati dall’ottobre 2003 al settembre 2007:

  • Associazione per delinquere allo scopo di commettere i delitti di:
    • concussione in danno dei cittadini che si rivolgevano all’Ufficio Tecnico – Sezione Urbanistica – ed allo Sportello Unico per le Attività produttive del Comune di Modica per il rilascio di concessioni edilizie e di provvedimenti suscettibili di apprezzamento economico;
    • abuso d’ufficio ed altri delitti contro la P.A. connessi alla gestione del Comune di Modica e della Provincia regionale di Ragusa;
    • riciclaggio del denaro e delle utilità provenienti da tali delitti;
  • Concussione aggravata e continuata in concorso tra loro e con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso (si legge che Peppe Drago, Giorgio Aprile, Carmelo Drago, Giancarlo Floriddia, Vincenzo Pitino e Piero Torchi abbiano “abusato della loro qualità e dei loro poteri sfruttando le rispettive pubbliche funzioni”);
  • Riciclaggio in concorso per avere, singolarmente ed in concorso fra loro, raccolto somme di denaro di illecita provenienza che, unitamente alle altre, confluivano nei loro conti correnti. Ciò avveniva con movimentazioni di ingente ammontare per contanti, incompatibili con l’attività svolta e con i redditi accertati e dichiarati, cui facevano seguito operazioni di prelevamento tramite emissione di assegni bancari, senza essere a conoscenza dei traenti e dei beneficiari degli assegni e/o senza che sussistesse un rapporto causale sottostante a tali operazioni, così trasferendo ed occultando dette somme in modo da ostacolarne l’identificazione della provenienza.

L’organizzazione, secondo la ricostruzione della Procura, risulta promossa, costituita e diretta da Giuseppe Drago ed organizzata da Bruno Arrabito e Carmelo Drago. Gli indagati in particolare rivestivano i seguenti ruoli:

  • DRAGO Giuseppe la qualità di capo e promotore dell’associazione, cui competevano le decisioni più importanti, nonché di principale procacciatore delle tangenti e destinatario finale delle somme di illecita provenienza;
  • ARRABITO Bruno la qualità di organizzatore e direttore, con compiti di raccordo logistico tra i componenti del sodalizio, di ripulitura del denaro ricavato dalle tangenti e di collegamento tra i percettori delle tangenti ed i destinatari;
  • DRAGO Carmelo la qualità di organizzatore e direttore, con compiti di procacciatore delle tangenti, di raccordo logistico tra i componenti del sodalizio e di collegamento tra i percettori delle tangenti ed i destinatari;
  • APRILE Giorgio, FLORIDDIA Giancarlo, TORCHI LUCIFORA Pietro, la qualità di partecipi con compiti, in quanto titolari di pubblici uffici competenti all’adozione di provvedimenti suscettibili di apprezzamento economico, di procacciamento e raccolta delle tangenti;
  • ARRABITO Massimo, FIORE Carlo, GIANNONE Gabriele, LA PIRA Massimo, LEONE Carmelo (successivamente deceduto), LEONE Vincenzo, PILUSO Giuseppe, SARTA Marcello, SAMMITO Giuseppe, VASILE Giovanni, VASILE Rosario e ZACCARIA Giuseppe, titolari dei conti correnti sui quali venivano fatte transitare e movimentate le somme di illecita provenienza, la qualità di partecipi con compiti di raccordo logistico e di ripulitura del denaro ottenuto dall’attività illecita, al fine di vanificare le indagini di polizia giudiziaria, ponendo in essere numerosissime transazioni – anche per contanti – per un ammontare cospicuo e del tutto sproporzionato rispetto ai redditi ufficialmente dichiarati, senza che sussistesse un sottostante rapporto economico;
  • FRANCIONE Giancarlo, la qualità di partecipe con compiti di copertura finanziaria (al fine di ostacolare l’applicazione della normativa antiriciclaggio, omettendo di segnalare all’Autorità di vigilanza le operazioni sospette) e di ripulitura del denaro di illecita provenienza (ad esempio consentendo ad ARRABITO Massimo ed a GIANNONE Gabriele, tra gli altri, per mezzo di sottoscrizioni apocrife l’illecita apertura di conti correnti, formalmente intestati a soggetti all’oscuro di tali operazioni bancarie).

Nella specie i politici sono indagati per “aver costretto imprenditori ed operatori commerciali sedenti in Modica, a versare somme di vario importo a taluno degli indagati, pubblici ufficiali o privati correi dei medesimi, tutti attivi in settori amministrativi del Comune di Modica, titolari di uffici pubblici competenti alla adozione di provvedimenti suscettibili di apprezzamento economico”.

Segue il dettaglio con i nomi e i singoli importi pagati dagli imprenditori, per poi passare ai conti degli illustri indagati. Le somme, infatti, unitamente ad altre la cui provenienza è in corso di accertamento, confluivano nei conti correnti bancari di: Peppe Drago, per complessivi €.5.106.000,61 somma di provenienza illecita, reinvestita in parte nella società Immobil D srl, con sede in via Pantheon 57 in Roma per l’acquisto di beni immobili; Giorgio Aprile per complessivi €.346.680,04, di cui €.68.820 relativi a versamenti di denaro in contante; Bruno Arrabito per complessivi €.1.685.416,41; Massimo Arrabito per complessivi €.316.610,00; Carmelo Drago per complessivi €.2.511.276,44; Gabriele Giannone per complessivi €.3.050.996,06; Carmelo Leone (deceduto nel 2004) per complessivi €.864.006,71; Vincenzo Leone per complessivi €.183.554,72; Vincenzo Pitino per complessivi €. 134.988,54.

Mentre i legali di Piero Torchi, l’avv. Luigi Piccione e l’avv. Bartolo Iacono, replicano dichiarando l’estraneità ai fatti del proprio assistito ed affermando che chiederanno il rito abbreviato, con definizione del giudizio allo stato degli atti, nell’udienza preliminare e senza giungere alla successiva fase dibattimentale, “per porre fine il più presto possibile ad una vicenda giudiziaria che oramai si trascina da troppo tempo e per sgombrare il campo da ogni equivoco o maldicenza, nella ragionevole certezza dell’esito positivo”, non tarda ad arrivare il commento di Peppe Drago, il quale rileva che “il nostro religioso silenzio teso a favorire una serena ricerca della verità non autorizza alcuno a scambiarlo per timore riverenziale o reticenza o, men che meno, per ammissione di responsabilità, né autorizza protagonismi di qualsiasi natura”.

Un silenzio, squarciato anche se per poco da parte di chi rappresenta lo stesso Drago, il fratello Carmelo, Giorgio Aprile e Carlo Fiore, ossia l’avv. Mario Caruso, il quale, in merito alla notizia apparsa su “Il giornale di Sicilia” di altri imprenditori pronti a collaborare confermando di aver pagato tangenti per ottenere favori, ha negato l’esistenza di conferme di fatti di concussione, da parte delle persone che hanno deposto davanti ai magistrati, per poi dichiarare di rimanere in silenzio stampa fino alla conclusione del procedimento.

Le polemiche non sono mancate fra chi ha criticato la scelta del Procuratore e chi invece la appoggia esprimendo solidarietà al magistrato inquirente.

La Camera Penale di Modica si è schierata contro la decisione del Procuratore Puleio di informare i cittadini su questioni non coperte da segreto istruttorio, ma che, come spiega l’avv. Salvatore Poidomani, presidente della stessa, violerebbe la privacy delle persone coinvolte.

Spiega lo stesso in conferenza stampa (a cui erano presenti gli avv. Giovanni Favaccio, Ignazio Galfo, Francesco Riccotti e Carmelo Scarso), incontro appositamente indetto per precisare la posizione della Camera Penale modicana: “Il procuratore ha in questo modo inteso auto legittimare il suo operato, scendendo però nel merito processuale, coperto dalla riservatezza.

Bisognava procedere ad un’attenta scrematura. Avendo, invece, divulgato anche i nomi delle persone offese, si rischia di equipararli a dei coimputati, facendoli apparire colpevoli agli occhi dell’opinione pubblica, al pari di quegli stessi imputati su cui nessun giudice, tuttavia, si è ancora pronunciato. E proprio qui sta l’altro pericolo. Riteniamo che i magistrati, seguendo la vicenda dai media, possano essere influenzati nella loro imparzialità, distorcendo il percorso giudiziario di un procedimento già divenuto pubblico da tempo nella sua fase preliminare, ben prima dell’eventuale rinvio a giudizio. Un meccanismo che stritola la presunzione d’innocenza e quella di colpevolezza”.

Fuori dal coro le affermazioni dell’avv. Ignazio Di Maria, consigliere nazionale dell’Associazione Nazionale Forense, il quale esprime la propria solidarietà al Procuratore Puleio invitando l’amministrazione comunale a costituirsi parte civile ed a proposito della serenità dei magistrati giudicanti afferma: “ il cencio nero – come scriveva Calamandrei – che amiamo più di ogni altra cosa ed al quale siamo affezionati, perché sappiamo che esso è servito ad asciugare qualche lacrima a reprimere qualche sopruso, sia il nostro faro, certi come siamo che la Giustizia, la serenità dei giudicanti non verrà meno. Ma l’informazione pubblica deve prevalere”.

Sul piano politico solidarietà anche da parte dell’Italia dei Valori: “Ringraziamo il magistrato – dice il referente del Circolo cittadino di Modica, Gaetano Criscenti – per aver reso di facile conoscenza al popolo l’atto che avanza nei confronti di parte dei protagonisti degli ultimi 10 anni di vita politica modicana. Noi non sappiamo se Drago, suo fratello, Torchi, e tutti gli altri, politici e imprenditori, siano da considerarsi, individualmente, corrotti e corruttori. Questo lo decideranno i giudici. Ma quello che nessuno fino ad ora ha colto è l’enormità, per una città delle dimensioni di Modica, delle cifre in gioco: 14 milioni di euro accertati. Tutti in una girandola di assegni e contanti, che ha coinvolto moltissime persone”.

Intanto il giudice Di Marco ha concesso un temine alle difese per l’esame della precisazione ed ha rinviato il processo al 6 maggio prossimo per sentire le deduzioni delle difese.

Angela Allegria
3 maggio 2010
In Sicilia Antagonista

Palazzo San Demetrio

 

Il più bel palazzo dal prospetto barocco di via Etnea: non esistono altre parole per definire palazzo San Demetrio, fatto costruire all’indomani del terremoto dell’11 gennaio 1693 da Eusebio Massa, barone di San Gregorio e di San Demetrio, banchiere e uomo di spicco di Catania.

Ricco di statue, ornamenti, putti, cariatidi e telamoni, si erge ai Quattro canti, ovvero nel punto nel quale via Sangiuliano interseca via Etnea.

I lavori ebbero inizio il 2 febbraio del 1693, neanche un mese dopo il terremoto che aveva distrutto gran parte della città etnea mietendo ben 16 mila vittime su 25 mila abitanti.

La tempestività dell’inizio dell’esecuzione batté sul tempo l’arrivo di Giuseppe Lanza, duca di Camastra il quale, dotato di pieni poteri, giunse dalla capitale dell’isola il 14 febbraio dello stesso anno per predisporre il piano regolatore generale.

Il progetto fu affidato ad Alonzo Di Benedetto.

“Si vuole che il Di Benedetto si mostrasse “timido” nella costruzione del palazzo dei Chierici e in quello del principe Pardo in piazza Duomo, ma non si esclude che qualche buon maestro messosi in valore fra la esigua schiera dei sopravvissuti, abbia voluto far emergere le proprie doti di “artista” dell’intaglio e abbia spinto l’architetto, direttore dei lavori, a favorire la fioritura di quella arte barocca, tanto più che si aveva da fare col ricchissimo barone Massa che acquistava e vendeva feudi e blasoni, che fondava città e che non badava, quindi, a spese!” scrive Giovanni Aliquò.

Ed infatti fra gli scultori siciliani troviamo i D’Amico e Flavetta.

Il palazzo fu consegnato in beve tempo, già nel dicembre del 1694 e fu d’esempio alla maestosità degli altri palazzi della città, superato in bellezza solamente dal palazzo Biscari e dal Monastero dei Benedettini.

Ma la vita di questo palazzo non fu facile perché fu quasi interamente distrutto durante i bombardamenti del 16 aprile 1943: di esso erano rimaste solo parzialmente alcune ossature murarie interne ed il muro del prospetto di via Etnea per l’intero piano terreno, per oltre la metà del primo piano e per un piccolo tratto in corrispondenza del secondo piano.

Uno dei due proprietari del tempo, il ragioniere Sebastiano Pavia di Francesco, già il 25 gennaio 1944 fece presentare il progetto di ricostruzione ad opera dell’ing. Pietro Francalanza che realizzò i lavori della struttura in collaborazione con l’architetto Giuseppe Marletta, mentre del restauro delle decorazioni si occupò lo scultore Carmelo Florio, il quale era stato chiamato nello stesso periodo dalla Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale per il restauro ed il recupero degli stucchi interni del palazzo Biscari e di altri monumenti della zona.

Il nulla osta venne chiesto il 31 gennaio, mentre il 25 aprile la Regia Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale, sede di Catania, a firma del soprintendente dott. Armando Dillon rilasciava il nulla osta all’esecuzione dei lavori nel quale si legge: “Ho esaminato il progetto presentato dall’ing. Francalanza per la ricostruzione del palazzo San Demetrio colpito da bombardamento aereo e, poiché detta ricostruzione non prevede alcuna sostanziale modifica dell’edificio preesistente, rilascio il presente nulla osta all’esecuzione dei lavori”.

Nel contempo si avviarono anche i lavori per l’estensione del terzo piano.

Ma nel 1949, in data 9 agosto, viene pubblicata sul Corriere di Sicilia la foto di un cartello apparso il giorno prima sulla facciata del palazzo in questione. Su esso si legge: “Il proprietario di questo stabile è un cattivo cittadino.” Firmato “Alcuni catanesi”.

La protesta era riferita alle condizioni nelle quali era rimasto il palazzo, riedificato per metà da uno dei proprietari, e rimasto per l’altra metà nello stato in cui era stato ridotto dalle bombe americane.

Si parlava infatti, in “Il domani” del 14 novembre dello stesso anno, di un “rudere informe”, e veniva posto l’accento sulle qualità dei due proprietari “l’uno, con apprezzabile spirito di civismo ne ha riedificato metà, ricoprendo il vecchio stile e ripristinando il maestoso e ricco prospetto antico. L’altro, invece, (anzi gli altri perché si trattava di due germani), non solo non hanno mosso un dito per ricostruire ma hanno respinto ostinatamente le diverse offerte di vendita o di cessione dello stabile”. E qui il riferimento è alla Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele che in più occasioni aveva proposto di acquistare la metà dell’immobile e riportarlo all’antico splendore!

Ancora proteste dei cittadini che reclamavano una visione unitaria del palazzo si hanno negli anni Sessanta e negli anni Ottanta per il restauro solamente del lato sud del palazzo, mentre il lato nord, quello in direzione di via della Prefettura è ancora oggi quello meno ristrutturato anche alla luce del nuovo rifacimento della facciata conclusosi lo scorso anno.

Oggi l’ampio prospetto di Palazzo San Demetrio, con i balconi panciuti ed i mensoloni in pietra calcarea nei quali sono raffigurati le caricature dei conoscenti del barone Massa, simili ai grandi mascheroni del teatro classico, presenta l’originaria struttura della bicromia data dal bianco della pietra calcarea e il grigio della pietra lavica.

Il portone è contornato da un telamone ed una cariatide frontali nelle posture,  simmetrici nei gesti, con un braccio alzato sulla testa ed uno che regge il peplo che cinge loro i fianchi.

Sopra il portone è posto un piccolo balcone con ferrata tondeggiante, contornata da motivi fogliacei, mentre i volti tondi di quattro puttini si affacciano fra ghirigori baroccheggianti.

Sul balcone centrale del piano superiore due lesene con capitello composito, due cariatidi con braccio incrociato dietro la testa reggono un capitello.

In alto due puttini reggono lo stemma del casato.

Tutto è un movimento di forme rotonde, di motivi floreali, di ornamenti, di decorazioni e di forme classiche, come i telamoni e le cariatidi, inserite in una celebrazione del fasto, del bello, dello splendore del tardo barocco siciliano.

Interessante all’interno, nel cortile a cui si giunge tramite un tunnel di cemento armato, due lapidi che ricordano la costruzione dell’edificio gentilizio, e, a sinistra, le finestre di una scala interna pensate a mo’ di serliana.

Angela Allegria
Aprile 2010
In Katane

Napolino e l’ispirazione dalla realtà

La sua pittura dai tenui colori dà un tocco di luce alla quotidianità e spinge lo spettatore all’ analisi suggestiva dei luoghi, dei personaggi, dei momenti che colorano la vita dell’autore

La sua pittura è risultato dell’osservazione della realtà, di una vita vissuta fino infondo, non eccessiva, non spinta fino all’estremo, bensì assaporata dolcemente, lentamente, quasi in punta di piedi.
La sua infatti è una vita di un tranquillo borghese di provincia.
Nasce a Modica il 13 maggio del 1914 da genitori che gestivano una merceria con annessa una profumeria sul Corso Umberto I.
Lì Napolino, da bravo figliuolo, li aiuta nella loro attività, forse pensando in cuor suo che un giorno avrebbe potuto continuarne l’attività.
Ma presto si sente attratto dalla pittura. Continua gli studi iniziati a Modica e subito dopo si trasferisce a Siracusa dove frequenta l’istituto d’arte conseguendo il diploma.
Frequenta lo studio del pittore Don Orazio Spadaro: qui approfondisce ed affina lo stile della sua pittura.
Nel 1940 viene chiamato ad insegnare disegno presso la Scuola Media “E.Ciaceri” di Modica.
Partecipa ad alcune mostre tenutesi nella sua Modica, ottenendo sempre successo di critica.
Muore nel 1968 all’Ospedale Maggiore di Modica in seguito ad un fatale incidente.  
Nelle sue opere Napolino trasfonde uno spirito bucolico ed osservatore. Descrive il quotidiano trasformandolo in una rappresentazione semplice ed articolata, dai vivi colori e dallo stile composto.
La sua pittura dai tenui colori da un tocco di luce alla quotidianità e spinge lo spettatore alla analisi suggestiva dei luoghi, dei personaggi, dei momenti che colorano la vita dell’autore.
Il suo studio, gli interni, Modica con le sue case, con i suoi panorami fra antico e moderno, fra arte popolare e progresso; la campagna di Pozzo Cassero con i suoi animali (cavalli e pecore), ma anche con la sua vegetazione vissuta; il mare (Sampieri e Cava D’Aliga) con i suoi colori freddi e suggestivi, ma è soprattutto nei ritratti che Napolino riesce ad esprimere il suo realismo e il suo rapporto umano con i soggetti rappresentati. Sono infatti i ritratti dei figli e delle allieve che mostrano in modo inequivoco l’esprimersi di un senso di rispetto e di amore per coloro che saranno i posteri, coloro che si avviano alle esperienze della vita, ed egli ne imprigiona sulla tela la naturalezza dei gesti, la spontaneità delle posture.
Napolino vuole catturare e porgere all’interlocutore uno scorcio della realtà, scorcio che appartiene tuttavia alla sua mente e al suo cuore perché è da essi rielaborato.
 Angela Allegria
Aprile 2010, n. 6
In Edizioni Bohèmien
www.nuoveedizionibohemien.it

I reati informatici: nuove questioni per legislatore e giurisprudenza

Si è svolta sabato 20 marzo presso la Domus Sancti Petri la conferenza dal titolo “I reati informatici: aspetti di diritto penale, sostanziale e processuale”, organizzata dalle Camere Penali di Ragusa e Modica in collaborazione con la Scuola di Deontologia, tecnica e formazione continua dell’avvocato penalista “Avv. Giorgio Cassarino”.

L’incontro ha visto la discussione fra studiosi del problema dei reati informatici, da quelli legati all’accesso dei documenti alla pedopornografia.

Dalla convenzione di Budapest, nata dalla presa di coscienza che trattandosi di reati transfrontalieri occorresse una forma di cooperazione fra gli Stati, illustrata dal giovane avvocato Salvatore Giurdanella del foro di Modica, si è passato all’analisi della legge 48 del 2008 con la quale la suddetta convenzione è stata ratificata dall’Italia.

Si tratta di una ratifica tardiva da parte dell’Italia, se si pensa che la convenzione di Budapest è stata messa alla firma il 23 novembre 2001, ma basta pensare che il Nostro Paese possedeva già una legge sulla pedopornografia, la legge 547/2007 sui Cyber Crimini e la legge sui dati personali, che è facile capire come ritardo ha influito solamente sulla cooperazione con gli altri stati, non su eventuali lacune di diritto interno.

L’avv. Terno, alla luce degli atti parlamentari, ha posto in luce i caratteri di incongruenza della legge 48/2008 che ha il pregio di prevedere la possibilità di intervenire per la conservazione dei dati informatici, ma che in tema di competenza territoriale con riferimento ai reati in questione lascia un po’ perplessi. Infatti, lo stesso spiega come “la competenza durante le indagini spetta alla procura distrettuale, mentre in fase dibattimentale spetta al gip del luogo dove è stato commesso il reato, giudice che non è esperto e soprattutto, non ha svolto le indagini. Per rimediare a questo è stato inserito l’art. 51 comma 3 quinquies del codice di procedura penale che prevede la competenza sono attribuite all’ufficio del pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente per i reati informatici e quelli pedopornografici, ma si dimentica ad esempio del danneggiamento aggravato di dati informatici”.

Perché tutte queste dimenticanze? Perché la legge viene approvata in tutta fretta il 19 febbraio 2008 in regime di prorogatio del Parlamento. E di qui si apre la questione se il Parlamento avrebbe potuto approvare anche la legge di ratifica oppure no.

Di difesa tecnica si è occupato l’avv. Daniele Minotti del foro di Genova, il quale ha sottolineato le difficoltà pratiche delle investigazioni difensive, nonostante la previsione della legge 397/2000, mentre il dott. Antonio Nicastro, sostituto procuratore presso la Procura di Siracusa, ha fatto leva sulla funzione essenziale e predominante delle indagini preliminari e sulla necessità della conservazione della genuinità della prova alla luce della Convenzione di Budapest.

Brillante la relazione del maresciallo Domenico Di Somma che si è occupato delle dinamiche della pedofilia online definendola  come un reato “silenzioso (primo punto di forza è il silenzio dei minori), sconosciuto (è difficile trovare informazioni di prima mano), sconfinato (si ha un crimine globale, mentre i servizi di contrasto sono locali), strutturato (ci sono vere organizzazioni criminali strutturate quali pedo-business, pedo-free, mentre di contro si svolge una lotta disarticolata, povera di mezzi e di risorse, ma soprattutto bisognosa di maggiori strategie di contrasto), sfrontato (formalmente illegale, ma di fatto libera)”.

Essenziale la collaborazione dei Paesi per le indagini, mentre, lo stesso Di Somma, pone il campanello dall’arme sul come nella pratica la legge italiana che impone l’oscuramento dei siti pedopornografici a cura del Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia su internet è facilmente aggirabile tramite i dns open.

Un reato che offende i diritti naturali del bambino, che prefigura una violenza sessuale realmente accaduta, punto di partenza delle indagini e che vede nella povertà e nelle diversità sociali terreno fertile.

La violenza costituisce il reato fondamentale e per questo “Lo slogan “Non lasciare i bimbi soli davanti al computer” – conclude lo stesso – è uno specchietto per le allodole per chi non conosce il fenomeno e per creare uno spostamento di prospettiva da parte di chi lo conosce bene. Ne propongo un altro “Aiutateci a liberare i bambini all’interno dei vostri computer”.

Angela Allegria
Aprile 2010
In Il clandestino con permesso di soggiorno

Acqua pubblica: Modica Presente alla manifestazione di Roma

Come annunciato in conferenza stampa il Comune di Modica, nella persona del Sindaco e con il gonfalone portato da alcuni studenti modicani, era presente a Roma sabato 20 marzo alla manifestazione contro la privatizzazione dell’acqua che ha visto la presenza di oltre 150 mila persone di tutti gli schieramenti politici.

 Ripubblicizzare il servizio di gestione dell’acqua è l’obiettivo della protesta, sorretta da un disegno di legge nazionale ed uno regionale siciliano, espressioni della volontà popolare in senso stretto, che si manifesta in modo diretto.

In Sicilia sono stati 135 i comuni e la provincia regionale di Messina che hanno aderito con delibere alla proposta di legge regionale, fra essi, per la provincia di Ragusa, Modica e Vittoria, anche se gli altri comuni aderiscono al Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ma senza nessuna formale delibera in consiglio.

Una protesta contro la legge 166/2009 che obbliga gli enti locali a privatizzare il servizio idrico, cosa che comporterebbe carenza negli investimenti, aumento delle tariffe (come è avvenuto nella misura del 300% in provincia di Agrigento), problemi nel servizio e nel rapporto con i cittadini.

Spiega Nino Cerruto: “Il comune denominatore è che la privatizzazione, che doveva essere sinonimo di efficienza nella gestione del servizio idrico, investimenti per la realizzazione delle infrastrutture della rete idrica, non ha portato nulla di tutto questo, comportando solo un accentuato aumento delle tariffe”.

Già nel 2006 è stata presentata, votata ed approvata dal Forum una proposta di legge dal titolo “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, mentre nel 2007 è stata avviata una campagna nazionale per la raccolta di firme contro la privatizzazione che ha visto la partecipazione di 400.000 cittadini.

Alla proposta regionale hanno aderito i capi gruppo dell’Assemblea Regionale Siciliana che hanno dato il loro assenso, significativo il fatto che non si sono guardati i partiti politici, ma solamente la finalità, ossia l’acqua che, come si legge nell’art. 2 della proposta di legge di iniziativa popolare, “è un bene naturale e un diritto umano universale. La disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile sono garantiti in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della persona.

L’acqua è un bene finito, indispensabile all’esistenza di tutti gli esseri viventi. Tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche e non mercificabili e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrogeologici”.

È, inoltre, importante sottolineare che anche alla manifestazione di Roma hanno partecipato cittadini e rappresentanti di qualsiasi fazione politica, come ad esempio il sindaco di Noto, appartenente al Pdl, dunque una battaglia che unisce, che non guarda ai colori politici, ma ai bisogni di tutti.

Tratti essenziali della proposta di legge sono: la costituzione di consorzi per la gestione del servizio idrico, una fiscalità generale al fine di coinvolgere lo Stato per gli investimenti strutturali, non puntando solamente sulle tariffe, la gestione esclusiva da parte di istituti di diritto pubblico, la garanzia di 50 litri di acqua al giorno gratuito a persona per le zone disagiate, la previsione di un consumo massimo (se si superano i 200 litri a persona si considera consumo commerciale e quindi scattano altre tariffe).

Si prevede dunque la forma della concessione, con un regime transitorio che annuncia la decadenza delle forme di gestione privata entro un anno e la loro trasformazione in enti di diritto pubblico senza preoccupazione di perdita di posti di lavoro perché “i dipendenti delle società private o miste, affidatarie dei servizi idrici integrati possono passare alle dipendenze degli Enti di diritto pubblico affidatari dei servizi previa concertazione sindacale”.

 

Una lotta dura che continua stancabile: è stata, infatti, annunciata un’altra campagna di raccolta di firme che partirà il prossimo 15 aprile, al fine di promuovere un referendum popolare e mettere così i cittadini nella condizione di poter esprimere al meglio ed in maniera non mediata la propria sovranità.

Angela Allegria
Aprile 2010
In Il clandestino con permesso di soggiorno