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Palazzo San Demetrio

 

Il più bel palazzo dal prospetto barocco di via Etnea: non esistono altre parole per definire palazzo San Demetrio, fatto costruire all’indomani del terremoto dell’11 gennaio 1693 da Eusebio Massa, barone di San Gregorio e di San Demetrio, banchiere e uomo di spicco di Catania.

Ricco di statue, ornamenti, putti, cariatidi e telamoni, si erge ai Quattro canti, ovvero nel punto nel quale via Sangiuliano interseca via Etnea.

I lavori ebbero inizio il 2 febbraio del 1693, neanche un mese dopo il terremoto che aveva distrutto gran parte della città etnea mietendo ben 16 mila vittime su 25 mila abitanti.

La tempestività dell’inizio dell’esecuzione batté sul tempo l’arrivo di Giuseppe Lanza, duca di Camastra il quale, dotato di pieni poteri, giunse dalla capitale dell’isola il 14 febbraio dello stesso anno per predisporre il piano regolatore generale.

Il progetto fu affidato ad Alonzo Di Benedetto.

“Si vuole che il Di Benedetto si mostrasse “timido” nella costruzione del palazzo dei Chierici e in quello del principe Pardo in piazza Duomo, ma non si esclude che qualche buon maestro messosi in valore fra la esigua schiera dei sopravvissuti, abbia voluto far emergere le proprie doti di “artista” dell’intaglio e abbia spinto l’architetto, direttore dei lavori, a favorire la fioritura di quella arte barocca, tanto più che si aveva da fare col ricchissimo barone Massa che acquistava e vendeva feudi e blasoni, che fondava città e che non badava, quindi, a spese!” scrive Giovanni Aliquò.

Ed infatti fra gli scultori siciliani troviamo i D’Amico e Flavetta.

Il palazzo fu consegnato in beve tempo, già nel dicembre del 1694 e fu d’esempio alla maestosità degli altri palazzi della città, superato in bellezza solamente dal palazzo Biscari e dal Monastero dei Benedettini.

Ma la vita di questo palazzo non fu facile perché fu quasi interamente distrutto durante i bombardamenti del 16 aprile 1943: di esso erano rimaste solo parzialmente alcune ossature murarie interne ed il muro del prospetto di via Etnea per l’intero piano terreno, per oltre la metà del primo piano e per un piccolo tratto in corrispondenza del secondo piano.

Uno dei due proprietari del tempo, il ragioniere Sebastiano Pavia di Francesco, già il 25 gennaio 1944 fece presentare il progetto di ricostruzione ad opera dell’ing. Pietro Francalanza che realizzò i lavori della struttura in collaborazione con l’architetto Giuseppe Marletta, mentre del restauro delle decorazioni si occupò lo scultore Carmelo Florio, il quale era stato chiamato nello stesso periodo dalla Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale per il restauro ed il recupero degli stucchi interni del palazzo Biscari e di altri monumenti della zona.

Il nulla osta venne chiesto il 31 gennaio, mentre il 25 aprile la Regia Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale, sede di Catania, a firma del soprintendente dott. Armando Dillon rilasciava il nulla osta all’esecuzione dei lavori nel quale si legge: “Ho esaminato il progetto presentato dall’ing. Francalanza per la ricostruzione del palazzo San Demetrio colpito da bombardamento aereo e, poiché detta ricostruzione non prevede alcuna sostanziale modifica dell’edificio preesistente, rilascio il presente nulla osta all’esecuzione dei lavori”.

Nel contempo si avviarono anche i lavori per l’estensione del terzo piano.

Ma nel 1949, in data 9 agosto, viene pubblicata sul Corriere di Sicilia la foto di un cartello apparso il giorno prima sulla facciata del palazzo in questione. Su esso si legge: “Il proprietario di questo stabile è un cattivo cittadino.” Firmato “Alcuni catanesi”.

La protesta era riferita alle condizioni nelle quali era rimasto il palazzo, riedificato per metà da uno dei proprietari, e rimasto per l’altra metà nello stato in cui era stato ridotto dalle bombe americane.

Si parlava infatti, in “Il domani” del 14 novembre dello stesso anno, di un “rudere informe”, e veniva posto l’accento sulle qualità dei due proprietari “l’uno, con apprezzabile spirito di civismo ne ha riedificato metà, ricoprendo il vecchio stile e ripristinando il maestoso e ricco prospetto antico. L’altro, invece, (anzi gli altri perché si trattava di due germani), non solo non hanno mosso un dito per ricostruire ma hanno respinto ostinatamente le diverse offerte di vendita o di cessione dello stabile”. E qui il riferimento è alla Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele che in più occasioni aveva proposto di acquistare la metà dell’immobile e riportarlo all’antico splendore!

Ancora proteste dei cittadini che reclamavano una visione unitaria del palazzo si hanno negli anni Sessanta e negli anni Ottanta per il restauro solamente del lato sud del palazzo, mentre il lato nord, quello in direzione di via della Prefettura è ancora oggi quello meno ristrutturato anche alla luce del nuovo rifacimento della facciata conclusosi lo scorso anno.

Oggi l’ampio prospetto di Palazzo San Demetrio, con i balconi panciuti ed i mensoloni in pietra calcarea nei quali sono raffigurati le caricature dei conoscenti del barone Massa, simili ai grandi mascheroni del teatro classico, presenta l’originaria struttura della bicromia data dal bianco della pietra calcarea e il grigio della pietra lavica.

Il portone è contornato da un telamone ed una cariatide frontali nelle posture,  simmetrici nei gesti, con un braccio alzato sulla testa ed uno che regge il peplo che cinge loro i fianchi.

Sopra il portone è posto un piccolo balcone con ferrata tondeggiante, contornata da motivi fogliacei, mentre i volti tondi di quattro puttini si affacciano fra ghirigori baroccheggianti.

Sul balcone centrale del piano superiore due lesene con capitello composito, due cariatidi con braccio incrociato dietro la testa reggono un capitello.

In alto due puttini reggono lo stemma del casato.

Tutto è un movimento di forme rotonde, di motivi floreali, di ornamenti, di decorazioni e di forme classiche, come i telamoni e le cariatidi, inserite in una celebrazione del fasto, del bello, dello splendore del tardo barocco siciliano.

Interessante all’interno, nel cortile a cui si giunge tramite un tunnel di cemento armato, due lapidi che ricordano la costruzione dell’edificio gentilizio, e, a sinistra, le finestre di una scala interna pensate a mo’ di serliana.

Angela Allegria
Aprile 2010
In Katane

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