Il sovraffollamento esiste e va gestito

Santo Mortillaro, direttore del carcere di Ragusa, spiega come gestire la Casa circondariala e le problematiche di detenuti e personale penitenziario.

D: Direttore, all’interno della casa circondariale da Lei diretta sono presenti quasi tutti i circuiti previsti. In che misura riesce a coordinare tante realtà diverse a fronte anche della presenza di stranieri?

R: Abbiamo una altissima percentuale di stranieri, quasi il 50% dei detenuti comuni, una percentuale altissima che contribuisce a quello che è un problema nazionale, il sovraffollamento degli istituti penitenziari.
La popolazione detenuta extracomunitaria esige una attenzione particolare legata spesso alle incompatibilità per motivi culturali, religiosi, legati ai costumi, alle tradizioni, al modo di vivere il quotidiano. Tutto ciò deve essere gestito in un certo modo. Noi abbiamo previsto per il 2010 un progetto di intermediazione culturale con l’intervento a vasto raggio di una equipe composta da esperti linguistici, culturali.

D: Come è strutturata la Casa circondariale da lei diretta?

R: L’organo di vertice è il direttore al di sotto del quale si sviluppano in maniera orizzontale le aree operative: l’area amministrativa composta dall’area della segreteria che gestisce il personale amministrativo a livello pratico, il personale dell’area contabile, il personale dell’area sicurezza costituito dai membri della polizia penitenziaria al cui vertice sta il comandante di reparto che qui è la dott.ssa Lanaia, il personale dell’area sanitaria a cui fa capo un dirigente sanitario.
Abbiamo un servizio sanitario molto articolato che si struttura in un’area sia medica che infermieristica nelle 24 ore, abbiamo poi degli specialisti esterni che abbiamo dovuto ridurre per problemi di budget ma che nella misura essenziale ancora sono presenti, spesso ci appoggiamo anche a strutture esterne.
Esiste il nucleo traduzioni e piantonamenti, diretto da un coordinatore, e che si occupa degli spostamenti dei detenuti per vari motivi, normalmente per condurli nelle aule di giustizia, nei laboratori sanitari esterni, o per trasferirli da un istituto all’altro.

D: Come è strutturata la sezione femminile?

R:  Si tratta di una sezione a parte, piccola, non contiene molte detenute. Queste possono avere colloqui con i familiari, con i figli, tre volte a settimana.

D: Ci sono casi di donne madri con figli presenti all’interno della struttura?

R: No, non ci sono di questi casi.

D: Vogliamo parlare della sezione disabili?

R: Questi sono particolarmente attenzionati dal punto di vista sanitario, fanno fisioterapia. La maggior parte sono sulle sedie a rotelle, per questo sono previste aree particolari strutturate in modo da consentirne il movimento.

D: All’esterno sono giunte le voci di proteste svolte sia da detenuti che lamentavano il sovraffollamento, sia di agenti penitenziaria che denunciavano la carenza di organico. Quale è la situazione reale all’interno della Casa circondariale?

R: Ho smentito in un certo modo ciò che è stato detto dai giornali a proposito dei detenuti che avrebbero ingoiato delle lamette. Innanzitutto si trattava di tre soggetti, di cui uno si è scoperto non aver ingoiato nulla del genere, si tratta comunque di un caso “ordinario” legato ai casi di autolesionismo che a volte si verificano all’interno degli istituti penitenziari e che sono i più vari.
I casi in cui un detenuto ingoi una lametta o delle batterie, o, come è accaduto, un tagliaunghie o che si tagli con una lama, sono eventi purtroppo ordinari di un autolesionismo che è quasi fisiologico in certi detenuti.
Di quel caso si è voluto fare un caso eclatante non so per quale motivo, quando, in realtà, esso rientrava fra i casi che rientrano nella quotidianità.

D: E le proteste degli agenti?

R: Per carenza di personale c’è stata una protesta fra settembre ed ottobre che è rientrata in quanto il Provveditorato e il Ministero hanno dismesso la sezione alta sicurezza e facendoci guadagnare così qualche unità in più. La carenza di organico comunque continua ad esserci.

D: Un’ultima domanda: la casa circondariale sta al centro della città. Quale è la percezione che i cittadini all’esterno hanno della popolazione penitenziaria?

R: Il carcere inserito nel contesto urbano per me è molto importante perché si sottolinea che esso è parte integrante del tessuto sociale non soltanto nel senso fisico, ma anche nel senso dello scambio con la città.
L’attenzione per l’interno è molto alta sia da parte della stampa, sia delle Istituzioni, sia della cittadinanza con le richieste di volontariato all’interno.

Angela Allegria
marzo 2010
In Prima Pagina

La gestione dei rifiuti nell’assessorato Gerratana

Continua il nostro viaggio nell’affare rifiuti. Lentezze, assenze, difficoltà, mancanza di trasparenza. Da cosa derivano? Ecco cosa ne viene fuori

Nella seconda amministrazione Torchi, Nino Gerratana è stato assessore all’ecologia ed ha avuto a che fare con tutti i problemi legati ai rifiuti solidi urbani durante l’appalto della ditta Busso, la quale, pur in difetto dei requisiti ne ha gestito la raccolta.

Alla luce della situazione presente e alla vigilia della discussione in Consiglio comunale del nuovo bando sulla raccolta differenziata, l’ex assessore Gerratana, ha accettato di rispondere alle nostre domande.

D: A Modica non si è mai presa una decisione definitiva sul tema rifiuti. Cosa si sarebbe potuto fare negli ultimi anni per non arrivare ad una possibile emergenza?

R: Noi come Amministrazione passata, nel periodo in cui ero assessore, avevamo portato l’iniziativa della discarica a Modica in Consiglio comunale. Allora il Consiglio si era espresso: c’era stato un voto unanime del Consiglio comunale a parte il consigliere Nino Cerruto, se non ricordo male. Allora in Consiglio comunale non fu votata, tutti erano per non avere una discarica a Modica, ma è anche vero che oggi ci accorgiamo che comunque sarebbe stato un bene magari trovare un sito dove non ci siano abitazioni. Sarebbe stato comunque positivo, anche se oggi le discariche non sono la migliore soluzione.

D: La discarica non può essere una soluzione praticabile a lugno, che altre soluzione si prospettano?

R: Soluzioni alternative ce ne sono. Quando ero assessore avevo intrapreso un colloquio con una ditta per poter realizzare un micro inceneritore, poi però si dimise Torchi e io come assessore mi sono dimesso anche e non ho potuto portare avanti l’iniziativa. Il riciclaggio, la raccolta differenziata è la migliore cosa.

D: Perché solo adesso si è arrivato al nuovo bando per la raccolta differenziata?

R: Non è vero che si è arrivati solo adesso a pensare alla differenziata perché con il sottoscritto la raccolta differenziata andava, ora leggendo alcuni articoli nei quali si parla che la raccolta differenziata è aumentata del 50% tutto è falso. Non è assolutamente vero. Se così fosse vuol dire che l’umido che andremmo a portare in discarica dovrebbe essere abbassato.
Ho qui i dati che vanno dal 2006 ad oggi dai quali emerge che per quanto riguarda i rifiuti solidi urbani la media è sempre la stessa, circa 57/58.000 Kg al giorno e non cambia. Se la raccolta differenziata aumenta del 50% vuol dire che in discarica dovrebbero andare 50.000, 49.000 e questo non succede.

Se poi l’Amministrazione fa riferimento al periodo gestito dall’impresa attuale che si occupa del servizio che va dall’8/10 al 31/12, con riferimento al cartone, posso dimostrare con carte alla mano che in tutti gli anni in quel periodo c’è un innalzamento della quota dei cartoni che va da 60.000 kg al mese a 80.000 nel periodo da ottobre e dicembre, periodo natalizio nel quale sicuramente i cartoni nelle attività commerciali aumentano.

L’Amministrazione dice di aver aumentato la differenziata del 50% solo perché fino ad ottobre avevano un 6,90% oggi si trova al 9%. Se calcolano che il 3% è il 50% del 6 non è così.

Se dobbiamo prendere in giro la gente diciamo che la raccolta differenziata è al 100%, ma sicuramente non è così perché dovremmo abbassare ulteriormente ciò che andremmo a confluire in discarica. I numeri parlano chiaro.

Anche io quando ero assessore ho innalzato la differenziata quasi del 2% in 10 mesi. Se l’attuale amministrazione aumenta del 3% in un anno e mezzo e la mia del 2%in 10 mesi, allora la mia dovrebbe essere aumentata del 300%. No, io dicevo sempre che si innalza la quota del 2%.

Sono due i prodotti che fanno innalzare la percentuale: il vetro ed il cartone, gli unici due prodotti che pesano di più. Per poi non andare a dire che dovremmo verificare nei cartoni quanta percentuale di umido veniva tolto dall’azienda che attualmente gestisce il servizio, quando prima era solo esclusivamente piattaforma di recupero da parte della ditta che faceva recupero della differenziata e la portava presso la piattaforma nella quale si vedeva che il 50%, il 30% del cartone era umido. Oggi possiamo sapere quanto umido da ottobre a dicembre risulta dato che comunque ci sono state giornate di pioggia? Andiamo a verificare se quelle percentuali di umido che una volta veniva tolto e adesso no, è normale che si innalza la pesatura. Diciamo alla gente le cose come stanno.

Vero è che non possiamo dare la colpa all’Amministrazione o agli assessori perché comunque è difficile fare la raccolta differenziata perché un’ottima raccolta differenziata può partire solamente quando il cittadino viene incentivato.

Quando ero assessore avevo pensato ad un progetto che prevedeva una convenzione con le attività commerciali che producevano vetro (bar, ristoranti, pizzerie), 330 attività commerciali. Solo con quel progetto c’era da guadagnare come comune perché il Consorzio ci paga. Infatti in 10 mesi ho potuto fare circa 100.000 euro di cartone e 40.000 di vetro. Quanti soldi sono stati recuperati da questa Amministrazione? Il cittadino deve essere incentivato: avevo previsto anche delle piccole api per la raccolta con la pesatura elettronica al che il cittadino conferiva il vetro, rilasciavamo uno scontrino della pesatura e a fine anno davamo un incentivo che magari veniva scorporato dal pagamento della Tarsu. In tal caso il cittadino è portato a fare la raccolta differenziata, ma nel momento in cui non ha nessun incentivo perché dovrebbe fare la raccolta differenziata?

Oggi la città è pulita, non perché l’impresa sta facendo miracoli, sta facendo solo il suo dovere.

D: La ditta Busso non aveva i requisiti per gestire l’appalto dello smaltimento dei rifiuti, come mai c’è stato l’affidamento?

R: Non è competenza mia stabilire perché gli ha dato l’appalto allora Torchi e perché gli ha dato la proroga il sindaco Buscema.

D: Il nuovo bando per la raccolta differenziata sarà efficace, analizzandolo ancora sulla carta?

R: Si parla di una intesa di 46 milioni di euro per 7 anni che se andiamo a dividere per ogni anno andiamo a vedere che c’è un incremento di 2,5 milioni di euro circa annui sul costo attuale del servizio, al che dovremmo capire il motivo di questo aumento di costo che andrà sulle spalle del cittadino che comunque dovrà coprire il 100% dei costi.

A  mio avviso è un aumento sproporzionato e una spesa insostenibile da parte del Comune perché oggi non riusciamo a mantenere 7,5 milioni di euro di appalto, vorrei vedere come possiamo garantirne 10 milioni. Già oggi il cittadino paga la tassa di 3,30 euro al mq, a quanto salirà? E poi dovremmo far pagare tutti i cittadini.

A mio avviso il costo si può abbassare, basta semplicemente fare una politica diversa iniziando con una raccolta differenziata potenziata incentivano il cittadino, da lì possiamo recuperare denaro tramite i consorzi e abbassare il costo.

D: Cosa pensa dell’attuale gestione dell’assessore Serra? Quali sono le differenze tra la gestione Gerratana e Serra?

R: Non devo essere io a stabilire ciò. Questo spetta ai cittadini. L’unica cosa che posso dire è che io ero comunque presente, l’assessore Serra la vedo pochissimo, magari ha altri impegni. Io mi dedicavo totalmente alla politica, lei magari si dividerà fra lavoro, studio, politica. Ognuno sceglie ciò che vuole fare. La stimo come persona, sulla gestione non mi pronuncio, saranno i cittadini a farlo.

Angela Allegria
marzo 2010
In Il Clandestino con permesso di soggiorno

Elettra arma la mano di Oreste

L’Elektra di Richard Strauss al Teatro Massimo Bellini

Che si trattava di un’opera diversa, caratterizzata da una regia particolare lo si intuisce già all’ingresso della platea, luogo nel quale è posta la maschera funebre di Agamennone colorata in maniera moderna, decorata da graffiti policromi, ma trovarsi all’interno della rappresentazione, vivere il pathos dei personaggi, essere coinvolto nella furia, nell’odio, nel sangue che è stato sparso e che sarà ancora versato, rende un semplice spettatore il personaggio attivo della vicenda che si snoda innanzi a lui, al suo fianco, sopra, sotto, ovunque. 

Inizia così Elektra, tragedia in unico atto di Hugo von Hofmannsthal, da Socrate, su musiche di Richard Strauss dirette dal Maestro Will Humburg, direttore artistico del Teatro, per la regia di Gabriele Rech. 

Dal sipario scorre dell’acqua, poi le luci vengono spente, si cerca l’orchestra nello spazio nel quale di solito è posta e si trova una cavea chiusa, cosparsa di pietra lavica ora intera ora sbriciolata. 

Non si intuisce ciò che accade neppure quando il sipario viene aperto ed appare l’orchestra sul palcoscenico, velata da un telo semitrasparente. 

La sorpresa aumenta allorquando le ancelle si alzano dalle poltrone della platea ed iniziano a cantare, a descrivere Elettra mentre, sopra l’abito scuro, indossano le vesti di cameriere, i grembiuli, le crestine, i guanti gialli. Una di loro, colei che difende Elettra, colei che ne è affascinata, ha il grembiule sporco di sangue, ricordo di ciò che è accaduto, presagio di ciò che avverrà. 

Una luce fredda illumina la protagonista, Elettra, interpretata magnificamente da Janice Baird, una donna sola, che appare sulla scena già con un aspetto tetro, oscuro. Con i capelli lunghi sciolti, vestita di nero, narra la morte del padre in un tragico, terribile monologo nel quale il nome di Agamennone viene sottolineato dall’accordo in mi minore ad opera di corni, trombe e percussioni. 

Il sipario nel quale sono raffigurate antichità classiche, legame con le fonti antiche, con l’Oresteia di Eschilo, con l’Elettra di Sofocle e di Euripide, mentre queste sono sormontate dall’Etna innevata, riferimento chiaro all’Oresteia di Stesicoro. Ma la compostezza classica, il pathos, la legge della metriotes secondo la quale le colpe dei padri si riversano sui figli, il fato che non si può cambiare, il sangue che già dal supplizio di Tantalo sporca le mani degli Atridi che sono al tempo stesso carnefici e vittime, viene riconsiderata da Hugo von Hofmannsthal alla luce delle nuove teorie di Freud sull’isteria e la interpretazione dei sogni. 

La vicenda è nota: Elettra istiga il fratello Oreste per vendicare la morte del padre avvenuta al suo ritorno da Troia per mano di Clitennestra e del suo amante Egisto. 

Una vicenda tutta al femminile, nella quale gli uomini sono meri strumenti o dei piaceri come viene raffigurato Egisto (Roman Sadnik), perso nella bramosia dei sensi, o mezzi per concludere il proprio piano sanguinario come Oreste (Stefan Adam) il quale vendica l’omicidio del padre su istigazione di Elettra che nella visione di Strauss si sostituisce al fato nella sua opera distruttiva, nella sua sete di sangue, unico scopo della sua esistenza, fine al quale si può sacrificare tutto. 

Personaggio antitetico ad Elettra è Crisotemide (Elena Nebera), bionda, coi capelli raccolti, vestita di bianco, desiderosa di luce, una donna che piange il padre morto e che soffre alla notizia del decesso del fratello, ma che implora la sorella di rinunciare alla sua vendetta per tornare a vivere, desiderosa di una vita da sposa, da madre. 

Due modi diversi di vivere il dolore: nel buio e nella rabbia Elettra, alla luce, nella speranza di un domani da donna Crisotemide. 

La voce della Baird nell’annuncio della vendetta mette i brividi, entra nella vene creando un misto di tensione che si può percepire fisicamente. 

Fondamentale per capire l’astuzia di Elettra è il colloquio con Clitennestra (Renèe Morloc), vestita di giallo per indicare il grado regale e di rosso per sottolineare il sangue versato, mentre per rimarcare la discendenza da Leda, indossa delle piume. 

Ad una Clitennestra ossessionata dai sogni, inquieta, agitata, quasi nevrotica, si contrappone un’Elettra fiera, astuta, che conquista la sua fiducia con l’inganno, pronta a trovare la vittima sacrificale per porre fine al suo tormento: la persona da sacrificare sarà Clitennestra stessa, uccisa da Oreste all’interno del palazzo, accomunata nella sorte all’amante assassinato subito dopo sulla scena. 

Un finale sontuoso, tragico, nel quale i tre fratelli vedono la fine di un incubo, nel quale una danza liberatoria non lascia il posto ai rimorsi. Il dramma è sottolineato da una orchestra molto ampia nella quale è possibile sentire due arpe, i corni inglesi, i corni di bassetto, la celesta, mentre nel finale il coro, diretto da Tiziana Carlini, appare fra il pubblico sistemato sui palchi, creando una musicalità, un finale forte, robusto, colossale per un’opera antica ma sempre attuale, apprezzata dal pubblico che, anche nelle repliche, ha applaudito per oltre dieci minuti. 

Angela Allegria
3 marzo 2010
In www.italianotizie.it

Foto di Giacomo Orlando

La Catania del Bell’Antonio

La città vista da Brancati

Ne “Il bell’Antonio” Vitaliano Brancati affronta il tema della mancanza di libertà e della incapacità di scegliere, di decidere, di esprimersi che si manifesta nella impotenza fisica del protagonista, Antonio Magnano, talmente bello da far perdere la testa a tutte le donne di Catania.

Al tempo stesso Brancati fornisce al lettore una descrizione particolareggiata di Catania, una immagine del capoluogo etneo a cavallo del secondo conflitto mondiale, a partire dal 1938, anno da cui parte la vicenda.

Già dalle prime pagine si scorge la chiesa della Madonna in via Sant’Euplio, distrutta durante il bombardamento aereo dell’8 luglio 1943, luogo nel quale la signora Rosaria va a confessarsi per chiedere a Dio di calmare suo figlio visto che “In verità appena Antonio, ai piedi della prima colonna, smuoveva la sedia o solamente tossicchiava, subito il pulpito di svestiva degli sguardi più belli”.

È lo stesso posto nella cui sagrestia avviene il dialogo fra la signora Rosaria e la nuora, Barbara Puglisi, colloquio che non condurrà a nulla se non a far pronunciare “parolette col veleno dei Puglisi dentro”, ma ormai la decisione è presa.

Della chiesa rimane oggi poco, solamente lo spiazzo dove era costruita, le mura ed alcune lesene attaccate ad esse, mentre su una parete sono stati posti dei bassorilievi raffiguranti santi.

La casa natale dei Magnano è al terzo piano di un vecchio palazzo posto ad angolo fra via Pacini e via Etnea: “Il terrazzino sporgeva da un lato sul corso, la via Etnea, lunga tre chilometri, fragorosa di vecchi tram, di frustate sul dorso di magri cavalli, di conversazioni, risate, strilli di giornalai, ribollente di scarpellate, manate, gesticolamenti, urtoni, inchini; dall’altro lato, sporgeva su una breve traversa che portava dritta alla facciata d’una chiesa, dalla cui altissima nicchia veniva avanti la Madonna, col manto azzurro, le dita trafitte da dieci raggi, incoronata la notte di lampade elettriche che frangevano i loro raggi nel fumo dello scirocco”.

Palese che si tratti della facciata della chiesa del Carmine in piazza Carlo Alberto.

Emerge da questa descrizione la funzione delle terrazze siciliane, luogo nel quale si svolge la vita. Infatti è su quella terrazza che Antonio, ancora bambino si era addormentato sulle ginocchia della madre nelle calde notti d’agosto, lo stesso luogo nel quale, anni dopo, viene accolto al suo ritorno da Roma per essere aggiornato degli avvenimenti mondani ed essere rifocillato con uova sbattute e biscotti.

Altro elemento caratterizzante la Sicilia sono le arance. Ed, infatti, Alfio Magnano parla al figlio appena giunto a casa dell’acquisto di un aranceto nella piana di Catania, che costituirà la dote dello sposo e nel quale i due giovani si recheranno insieme ai genitori di lei prima del matrimonio per costatare su che basi si fondi la ricchezza del più bel giovane di Catania.

Il palazzo del notaio Giorgio Puglisi si trova in piazza Stesicoro, di fronte al vecchio tribunale, una casa “piena di crocifissi e di monaci” nella quale si stava sempre “sotto la sorveglianza di tanti altri notai e monaci morti che ci fissavano dall’altro delle cornici, e certe macchie delle pareti e dei soffitti che parevano anch’esse occhi della casa”.

Il padre delle signora Agatina, Francesco, suocero del notaio, risiedeva, invece, in un antico palazzo, la cui facciata era caratterizzata da colonne di marmo e statue reggenti lampade di ferro battuto, situato in piazza Roma, al centro della quale sta la statua equestre di Umberto I, definito “continentale usurpatore”dal Barone di Paternò morto subito dopo aver conosciuto il nome del futuro nipote.

Il feretro del barone Francesco venne accompagnato dalla folla di parenti ed amici per le vie di Catania, passando per porta Garibaldi fino a giungere ad Acquicella, mentre le persone affacciate ai balconi toglievano gli occhi di dosso dal bel volto di Antonio e le donne invidiavano la fortuna che stava cogliendo Barbara.

La via Etnea assiste allo snodarsi della vicenda in silenzio, mentre i vicoli più bui sono percorsi da Antonio ed il cugino Edoardo prima con felicità, dopo l’annullamento del matrimonio, sono le uniche vie sicure che permettono di non incontrare gente.

Singolare è la posizione di via Crociferi nella quale, mentre le chiese ed i conventi erano chiusi da grossi catenacci, “il viso bianco e affilato di una suora s’era piantato dietro la grata di un’alta finestra e figgeva sulla persona di Antonio uno sguardo lungo, ostile e incapace di staccarsi”.

Ma, a mio avviso, la descrizione più bella e suggestiva di Catania si ha verso la fine del romanzo, allorquando avviene il colloquio fra Antonio e lo zio Ermenegildo. I due “entrano in piazza Dante rasentando la chiesa di San Nicola, dalle colonne mozze, attorno ai cui muraglioni le rondini, saettando di sotto alle tegole del bel convento vicino, lanciavano strida brevi e attutite, quelle che, destinate a luoghi solitari e antichi, li rendono ancora più solitari e antichi”.

I due percorrono la via San Giuliano dal cui punto più alto si vede il mare e giungono ai Quattro canti per poi svoltare a sinistra per via Etnea e giungere innanzi alla Collegiata, chiesa in cui era avvenuto anni prima il matrimonio di Antonio. E fa un certo effetto ad Antonio entrare in quella chiesa nella quale le sue speranze di “guarigione” erano concrete, ma che non avevano portato a nulla, se non alla riaffermazione della nuda realtà: nonostante Antonio si fosse arreso ad un matrimonio combinato benché innamorato, non riusciva ad essere se stesso perché non era libero.

Solamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando torna a Catania e la trova gravemente danneggiata ma ormai libera Antonio riesce ad essere se stesso in un sogno raccontato al telefono al cugino Edoardo, un sogno più che reale.

 

Vitaliano Brancati

Vitaliano Brancati nasce a Marzamemi (Sr) il 24 luglio 1907 e muore in una clinica torinese nel 1954.

Trascorre l’infanzia fra Pachino, Ispica, Modica (dove frequentò il Liceo Classico Campailla) e Catania per poi laurearsi in lettere con una tesi su Federico De Roberto.

Fu scrittore, giornalista, sceneggiatore (nel 1948 curò la sceneggiatura di “Anni difficili” di Luigi Zampa, tratto da un suo racconto “Il vecchio con gli stivali” e girato interamente a Modica).

Negli anni giovanili aderì al pensiero fascista, da quale si discosta a partire dal 1934. Di tale delusione si trovano tracce ne “Il bell’Antonio”, soprattutto nella figura di Edoardo.

Fra le opere maggiori troviamo “Gli anni perduti” del 1934-36 nel quale descrive la lentezza dello scorrere del tempo a Natàca, “Don Giovanni in Sicilia” del 1941, nel quale l’autore estremizza le differenze fra nord e sud, “Il bell’Antonio” del 1949, storia di un giovane bellissimo ma impotente, “Paolo il Caldo” nella quale il “gallismo” e la visione della società assumono connotati negativi.

Angela Allegria
Febbraio 2010
In Katane

Dannazione e salvezza nel Faust di Gounod

Nonostante il persistere dei noti problemi degli addetti ai lavori che esprimono in uno striscione “Aiutateci a salvare il nostro Teatro”, è partita la stagione lirica 2010 del Teatro Bellini di Catania con la messa in scena del Faust, capolavoro in cinque atti di Charles Gounod diretto dal Maestro Jean Paul Penin con la regia di Francesco Esposito.

Esecuzione in lingua originale, ambientazione diversa rispetto alla visione tradizionale, voluta dal regista per sottolineare la pazzia, la disperazione dei personaggi.

Come nella opera letteraria di Goethe, è il desiderio dell’uomo di possedere la giovinezza eterna spinge il dottor Faust, ormai vecchio e malato, morente in un letto di ospedale, con sacche di sangue che gli vengono cambiate continuamente, ad invocare Mephistopheles per chiederne i servigi.

Si tratta di una invocazione spettrale: tutto è oscuro, la sola luce presente in scena è puntata su Faust (Giuseppe Varano), e lo illumina dall’alto.

A differenza della rappresentazione classica, nella quale Faust si trova nel suo studio e Mephistopheles si presenta elegantissimo, in abito scuro con il mantello dal risvolto rosso, qui l’apparizione è sostenuta sì da tutta l’orchestra, sottolineata dalle percussioni, ma Satana indossa, esattamente come Faust, ovvero un pigiama bianco a righe azzurre da ospedale, mentre la natura infermale è evidenziata dal fuoco del giocoliere circense.

All’inizio del colloquio si percepisce una certa incomunicabilità, ma alla domanda: “E che puoi fare tu per me?”, Mephistopheles risponde con un “Tutto” che convince Faust a concludere l’accordo scellerato suggellato da un brindisi.

Faust dunque torna giovane, con un servitore fedele pronto a soddisfare ogni suo desiderio, unico vincolo, restituire i servigi nell’altra vita.

Da qui comincia una “vicenda di seduzione e di traviamento che travolge il soprano (Margherita, sulla scena Annamaria Dell’Oste) a opera del tenore (Faust), a sua volta subornato dal basso (Mefistofele)”, come ebbe a dire Claudio Casini.

Ma il vero protagonista, colui che muove le fila della vicenda, colui che tiene il centro della scena è Mephistopheles, interpretato magnificamente da Francesco Palmieri, sul quale sembra scritta la parte, sia come voce, sia come presenza scenica.

Affascinante, sensuale, prodigo di lusinghe, seduttore ed ingannatore, Mephistopheles si manifesta in tutta la sua natura di essere infernale pronto a risolvere i problemi umani in cambio dell’anima.

Promette, canta, balla, fa presagi, aiuta, si gode la vita, seduce Marthe (Gabriella Bosco) aiutato dal dolce sapore del vino, riesce addirittura a far cadere in peccato Marguerite che cede all’amore di un Faust timido ed impacciato, ma guidato sapientemente da lui.

Da Faust la bella Margherita ha un figlio, simbolo evidente del suo peccato, colpa che incombe su di lei che, invano, cerca di pregare. Il tentativo è reso vano proprio da Mephistopheles che le rammenta di essere ormai dannata: “Ascolta questi clamori! / È l’inferno che ti chiama! / È l’inferno che ti segue! /È l’eterno rimorso e l’angoscia eterna / nell’eterna notte!”.

Nuovamente, al ritorno dei soldati dal fonte, Marguerite è raggiunta dalla maledizione di Valentin (Fabio Previati) in punto di morte. Il fratello, infatti, come preannunciato all’inizio da Mephistopheles, muore in un duello per salvare l’onore della sorella, ma lo scontro è truccato perché è in realtà il demone a bloccare il braccio di Valentin e permettere che questi fosse ucciso da Faust.

Merita menzione Frederika Brillembourg che interpreta Siebel, giovinetto vivace, affettuoso, gentile, innamorato di Marguerite, ma che riesce a volerle bene come un fratello: “Se la felicità ti invita a sorridere, / allora sono felice, / e provo una dolce emozione; / se il dolore ti afferra, Margherita, / o Margherita, o Margherita, / io allora piango, piango come te! / Come due fiori su uno stesso stelo, / i nostri destini seguono lo stesso corso; / delle tue sventure / mi affliggo come un fratello, / o Margherita, o Margherita / come una sorella ti amerò sempre”.

L’epilogo è tragico: Marguerite è in manicomio per aver ucciso in un attimo di follia il figlioletto, costretta in una camicia di forza, attorniata da altri alienati dallo sguardo perso nel vuoto e dai movimenti verso l’ignoto che ne condividono il destino dietro le sbarre.

Torna nuovamente il letto, simbolo di pazzia, di disperazione, nel quale durante lo snodarsi della vicenda i personaggi si sdraiano, impotenti innanzi al dramma della vita.

Stavolta però Marguerite prende in mano il suo destino allorquando, visitata da Faust che le indica una via di fuga, riconosce Mephistopheles e capisce che tutto ciò che è accaduto è stato opera sua.

Rinuncia alla fuga, sceglie di affrontare la morte ed è salva, mentre Faust, ormai vecchio e stanco, muore dannato e Mephistopheles muore con lui.

Anche qui una interpretazione registica diversa rispetto alla tradizione: Marguerite si toglie la vita puntandosi una pistola alle tempie (in questo caso si capisce che la donna è salva solo perché viene intonato un coro celeste, di per sé il gesto farebbe pensare al contrario), Mephistopheles muore nello stesso istante che muore Faust (mentre in realtà dovrebbe morire trafitto dalla spada dall’Arcangelo Michele).

Ma seppur l’ambientazione risulta inusuale, è particolare nel suo genere, attualizza un conflitto portato in musica da Gounod su libretto di Jules Barbier e Michel Carrè, diretto da un Direttore preciso, puntuale, energico, dal tocco delicato ed armonioso quale è Jean Paul Penin.

La musica è melodiosa, cantabile, sinuosa, accompagna i personaggi sostenendoli, ma anche lasciando modo di esprimere le proprie qualità canore, come hanno dimostrato abilmente la Dell’Oste e Varano, mostrando il carattere dei personaggi e la coralità dei cori.

Il suono dell’arpa già dall’inizio, l’utilizzo del triangolo, le parti cantate affidate a tratti totalmente all’oboe accompagnato dal pizzico degli archi, i cori allegri e spensierati, tutto viene a costruire l’opera messa in scena che apre la nuova stagione lirica del capoluogo etneo.

Angela Allegria

2 febbraio 2010
In www.italianotizie.it

Foto di Giacomo Orlandi

Giulio Cavalli premiato al Festival Giuseppe Fava

A Giulio Cavalli, il premio Giuseppe Fava lo scorso 4 gennaio a Palazzolo per il suo impegno nel teatro civile e per la capacità di scrittura contro le mafie a conclusione di una tre giorni in cui si è parlato del rapporto fra le mafie e la società civile partendo dall’esperienza del giornalista di origini siracusane ucciso nel 1984, in un dibattito dal quale emerge la necessità di prendere una posizione se si vuole trovare una soluzione al problema della criminalità organizzata, questione non solo meridionale, ma di carattere nazionale se non addirittura internazionale.

Giulio Cavalli, attore, registra, scrittore, noto per le sue note capacità espressive, si dedica dal 2001 al teatro civile, affondando tematiche scottanti nei suoi monologhi, urlando nomi e cognomi con coraggio tanto da essere stato minacciato dalle stesse persone che hanno e continuano a minacciare l’ex sindaco di Gela, Rosario Crocetta.

Tema centrale della serata l’infiltrazione mafiosa in Lombardia ad opera della ‘Ndrangheta che in quelle zone investe per avere sempre più potere economico, mentre commovente è stata la lettura della lettera scritta da Cavalli al figlio nella quale cerca di raccontare la storia di Paolo Borsellino, una storia costruita male, “una favola scassata” in cui alla fine mancano i cattivi.

Ma proviamo a conoscerlo meglio.

D: Giulio, da cosa è nata l’idea di parlare in maniera satirica della mafia?

R: Quando uno fa un lavoro con un certo stile applica questo alla lotta. Per me il teatro non è mai stato un fine, nella vita voglio portare avanti alcune battaglie ed userò tutti i mezzi a disposizione, tra questi c’è il teatro.

D: Ti senti più giornalista o più autore di teatro?

R: Mi sento molto di più un politico. Una volta una serata come questa era una serata politica portata avanti con la parola. Il fatto che la parola abbia un ritmo che sia riconoscibile come teatrale o il fatto che mettere due parole in fila rende un giornalista grazie ai demeriti del giornalismo italiano è un problema di latitanza del resto d’Italia, non mio.

D: Cosa pensi di quella classe politica che disconosce la mafia, come ad esempio la Moratti?

R: Spesso capita che mi dicono che bisogna fare una cultura antimafia. In Lombardia è impossibile fare satira, questo l’ho sperimentato sulla mia pelle, nel senso che spettacoli come “Do ut des” nei quali faccio satira contro la mafia, lì non funzionano perché stai facendo satira su una cosa che necessita di alfabetizzazione che è un dovere della politica.

Penso sia stato molto comodo da parte della politica creare ignoranza in una regione che in modo presuntuoso si ritiene invece una delle regioni più avanzate.

Si deve tenere conto che la classe politica al nord nasce sull’onta di una politica fatta in modo pubblicitario: hanno inventato la pubblicità, l’hanno adottata e sono finiti col diventarne figli.

Nelle regioni del sud c’è un aspetto culturale diverso nel senso che la collusione diviene difficilmente riconoscibile. In tutto questo penso che ci sia una parte di gente che sappia da che parte stare.

D: Prima hai parlato delle infiltrazioni nel milanese da parte della ‘Ndrangheta…

R: Mentre i siciliani preparavano l’attintatuni i calabresi firmavano i cartelli con i colombiani riuscendo a superarli nelle trattative. Il problema più grosso della credibilità della criminalità: si parla di un commercio, quello della cocaina, nel quale vince chi riesce a dare più garanzie. Allora una associazione che non sia aperta alla società civile, stretta nei legami di sangue come la ‘Ndrangheta, nella quale il pentito non tradisce il boss ma il padre, è ovvio che abbia una potenza maggiore.

Il fatto che a Milano vengano a colpire un attore dimostra che sono molto più attenti di quanto non si creda e che, essendo considerati ancora dei “bovari”, riescono maggiormente a rimanere impuniti.

D: In che modo ti documenti e in che misura avviene l’approccio con i testi che scrivi?

R: Noi siamo un paese che compra milioni di libri che non fanno altro che trascrivere in un modo più semplice delle sentenze che sono pubbliche. Basta leggerle per farsi un’idea propria sui fatti.

D: La tua opinione su Pippo Fava?

R: Fava paga lo scotto di non essere stato classificabile, di aver fatto i nomi ed essere così entrato nel mirino. Le cerimonie annuali mi mettono tristezza, mi piacerebbe che si giungesse a risultati concreti come ad esempio portare in giro il suo lavoro.

Angela Allegria
Febbraio 2010
In Il clandestino con permesso di soggiorno

Prima candelina per Katane

 

Festeggia il suo primo compleanno “Katane”, la rivista catanese che si occupa di cultura, territorio, arte, tradizioni, enogastronomia, scienze naturali e geologia, sport, fornendo ai lettori una visione tutta nuova della cultura della città etnea.

Nata da un’idea dell’Associazione culturale “Petra Lavika” il cui presidente, Salvatore Narcisi, documentarista e regista, curatore per passione diverse opere sulla Sicilia, Katane è diretta dal giornalista Salvo Longo, laureato in Scienze Politiche, collaboratore del “Giornale di Sicilia” e responsabile della pagina di Catania di “2 righe”. Attorno a loro una serie di collaboratori siciliani che, come l’editore ed il direttore, credono nella propria terra e si impegnano a farla riscoprire al lettore in tutte le sue sfaccettature.

L’informazione giunge al lettore in modo genuino, inserita all’interno delle immagini che sono le vere protagoniste del periodico.

La cura dei particolari, nella scelta dei luoghi da proporre e delle immagini, danno a Katane il carattere di una rivista di spessore.

Tra i temi trattati in questo primo anno: la festa di Sant’Agata, l’Etna, i mercati storici, i giardini della città, palazzi artisticamente interessanti, il monastero dei Benedettini, via Crociferi, la Palya, Catania nel cinema e non solo.

Qual è il bilancio dopo appena un anno di attività? “Il bilancio è senza dubbio positivo – spiega Salvo Longo – siamo molto soddisfatti per quanto abbiamo realizzato. La rivista si sta radicando sempre più e da più parti arrivano elogi e consensi.

Per il futuro proponiamo di farci conoscere da sempre più gente e di dedicare più spazio al resto della Sicilia, magari aumentando le pagine della rivista e la sua diffusione. Ci piacerebbe che Katane diventasse un punto di riferimento per la promozione e la valorizzazione della nostra terra”.

Non resta che fare un in bocca al lupo ai  colleghi di Katane ed augurare al giornale di crescere sempre di più!

Angela Allegria
18 gennaio 2010
In www.italianotizie.it

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