Integriamo mondi diversi e lontani

Per avere una visione completa della situazione della casa circondariale di Modica abbiamo chiesto al direttore, la Dott.ssa Giovanna Maltese, di rispondere a qualche domanda.

D: Direttore, come è strutturata la Casa circondariale da lei diretta?

R: Al vertice c’è il direttore, poi ci sono i capi area dei vari settori quali il capo dell’area amministrativo-contabile che coordina la ragioneria, il capo area delle attività organizzative e tratta mentali che è l’educatore, il capo area della sicurezza che è il comandante di reparto.

È gratificante lavorare nella realtà piccola perché si coglie subito il risultato della propria attività. Invece nella struttura grande, proprio per la organizzazione più complessa, i risultati neppure si percepiscono.

D: In che percentuale la scuola e le attività culturali vengono frequentate dagli ospiti?

R: Una buona percentuale: 36 su 50 detenuti. Mentre per quanto riguarda il decoupage, gli iscritti sono circa 12 perché non è possibile, con una sola insegnante, gestirne un numero maggiore.

D: Cosa si fa in concreto per il reinserimento sociale del detenuto?

R: Si è cercato inoltre di fare qualcosa di concreto nel momento della dimissione del detenuto, nel momento del suo reinserimento all’esterno, tramite lo sportello multifunzionale di servizi a cura del Cepot, che cerca di porsi come intermediatore fra il mondo dell’impresa ed i detenuti, soggetti svantaggiati e senza lavoro al momento della scarcerazione al fine di porre rimedio a questa situazione e di permettere loro di trovare lavoro.

Il Cepot si è inoltre ha attivato un mediatore culturale di madre lingua al fine di permettere ai detenuti extracomunitari che non conoscono bene la lingua italiana di poterla apprendere per facilitare le comunicazioni.

Per il nuovo anno partiranno nuovi progetti: il corso di italiano per stranieri, nuovamente finanziato, un corso di restauro di mobili antichi, il decoupage, la musicoterapia che riscuote molto successo fra i detenuti che, esercitandosi a suonare anche oltre le ore previste, hanno inciso un cd.

Lo scorso anno è stato pubblicato un libro di poesie composte da un detenuto.

D: In che maniera riesce a gestire le diversità?

R: Grazie alle attività proposte avviene una sorta di integrazione ed aggregazione fra i soggetti presenti nell’istituto. Non abbiamo problemi di natura razziale, i soggetti sono integrati.

La previsione del corso di lingua italiana per gli stranieri non è una differenziazione del trattamento per rimarcare le differenze culturali, ma per favorire ancora di più l’integrazione.

D: Come è vissuta la religione all’interno dell’istituto?

R: Per i detenuti di religione cattolica c’è il cappellano, padre Scarso, che li segue insieme agli assistenti volontari che organizzano corsi di catechesi.

I detenuti islamici sono stati autorizzati nel periodo del Ramadan e nel venerdì a pregare nella sala polivalente e ad alimentarsi anche in maniera diversa proprio perché alcuni non mangiano carne a causa della religione professata. Si tratta di un loro diritto che viene garantito.

D: Il trattamento sanitario?

R: Al vertice c’è il capo area sanitaria che corrisponde ad una sorta di primario e la guardia medica con gli infermieri che purtroppo non copre le 24 ore, ma la fascia dalle 7 alle 20. In caso di necessità si fa intervenire la guardia medica esterna.

D: Quanto influisce essere donna nel dirigere un istituto maschile?

R: Influisce moltissimo perché le donne abbiamo una capacità di ascolto e comprensione maggiore rispetto agli uomini.

D: In che modo influisce la collocazione dell’istituto in pieno centro sulla percezione che di esso si ha all’esterno?

R: La popolazione modicana tiene che ci sia questa istituzione. I familiari degli stessi detenuti se possono scelgono la casa circondariale di Modica perché esiste tutta una serie di servizi che negli altri posti mancano perché è facilmente raggiungibile.

Per la popolazione del posto il carcere rappresenta un’economia per la presenza del bar, del genere alimentari.

Quando si è paventata la chiusura del carcere è stato istituito un comitato cittadino di protesta contro questa decisione.

Angela Allegria
Aprile 2010
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Foto di Angela Allegria

Gli invisibili

Si conclude a Modica, nella casa circondariale di Piano del Gesù, il viaggio in quella parte di umanità condannata a guardare la vita attraverso le sbarre

La casa circondariale di Modica sorge nella parte alta della città in piazza Santa Maria del Gesù, all’interno del convento dei minori osservanti, fatto costruire da Anna Cabrera e Federico Henriquez per suggellare il matrimonio e l’unione delle due casate, e confiscato alla chiesa dopo l’unità d’Italia. Dal 1865 la chiesa e l’attivo convento, sede dello Studium Almum Seraphicum Motucense Generale Gymnasium Publicum comunemente detta Scuola Superiore Amplissimum Studium Philosofiae, vengono adibiti a carcere.

La chiesa, in stile gotico chiaramontano, ed il chiostro non appartengono più all’amministrazione carceraria, mentre è avviata una fase di recupero degli stessi per la fruizione al pubblico che da anni ormai è impossibilitata ad accedere alla struttura. A tal fine è previsto lo spostamento dell’ingresso della casa circondariale.

Da anni si parla della costruzione di un nuovo carcere. “L’area è stata individuata in contrada Catanzarello, su un terreno che appartiene per la metà al Comune e per l’altra metà all’ente agronomo Grimaldi” spiega l’assessore all’urbanistica Elio Schifo.

Ma ad oggi non è stato mai finanziato.

La casa circondariale è diretta dal direttore Giovanna Maltese e contiene fra 52 e 53 detenuti effettivi, in lieve sovrannumero rispetto ai 45 tollerati.

Si tratta di detenuti comuni con pena fino a 5 anni, oltre agli imputati.

I definitivi sono stati condannati per reati lievi, spaccio di droga, rapina, furto, mentre fra gli imputati si possono contare anche imputazioni di omicidio, associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestri di persona.

Quale è l’iter che compie il soggetto detenuto quando entra in carcere?

Per rispondere a questa domanda ci siamo avvalsi delle parole del direttore che spiega: “Il soggetto appena entra in carcere viene immatricolato, cioè viene identificato, vengono prese le impronte digitali, istruita la cartella personale.

Dopo avviene la visita medica volta a stabilire se il detenuto ha delle patologie particolari, se ha malattie contagiose. Essa comprende anche la visita psicologica che fa il medico di turno per stabilire se il soggetto è compatibile con il regime del carcere. Se è incompatibile si allerta il tribunale di sorveglianza affinché questo disponga delle misure alternative al carcere, se, invece, si ritiene che il soggetto non sia in grado di sopportare lo stato detentivo, ma non c’è una vera e propria incompatibilità viene attivato il regime di grande sorveglianza. Questo consiste in frequenti colloqui del detenuto con gli operatori sanitari, con gli educatori per le attività di sostegno, maggiori controlli ad opera del personale della polizia penitenziaria al fine di evitare che il detenuto possa tentare il suicidio se non riesce a superare l’impatto con la struttura penitenziaria.

Il soggetto viene quindi monitorato fino ad arrivare alla consulenza esterna, se c’è bisogno, con il psichiatra o il dipartimento di salute  mentale o un centro di osservazione.

In seguito il soggetto viene allocato nella cella detentiva, gli viene consegnato il corredo per la cella ed i prodotti per l’igiene personale.

Poi inizia la vita di ogni giorno”.

“Il trattamento è individualizzato in questo tipo di istituto proprio perché, conoscendo tutti i detenuti e le cause che li hanno portati a delinquere, si procede a fare un trattamento adatto proprio a quella persona” sottolinea la Dott.ssa Maltese.

“Il trattamento – continua – si fa con i gesti quotidiani, con la cura, con l’attenzione, con il dialogo poi c’è la attività trattamentale che viene organizzata per tutti i detenuti che comprende la scuola di alfabetizzazione, una sorte di scuola elementare che viene frequentata dai detenuti anche se sono già in possesso della licenza di scuola media. Si svolge nell’arco di quattro ore al giorno e non comprende solamente attività strettamente scolastica, ma abbraccia anche approcci di sensibilizzazione alla legalità, giornata della salute che si è svolta lo scorso anno.

Ai detenuti piace molto l’attività manuale e per questo si è previsto un corso di decoupage i cui oggetti sono stati prima esposti in una mostra e poi venduti all’esterno (il ricavato è stato donato ai bambini del Congo)”.

Elemento principe del trattamento è il lavoro che è garantito, salvo i casi di incompatibilità, come precisa il legislatore.

Il lavoro non è afflittivo, è remunerato ed è obbligatorio nel senso che lo è per i condannati e gli internati in colonie agricole e case di lavoro. Col mutamento della pena che non è più afflittiva ma tende alla rieducazione il lavoro è stato inserito all’interno del trattamento tanto da assumerne una posizione privilegiata.

Esistono tre tipologie di lavoro:

  • Lavoro all’interno dell’istituto penitenziario
  • Lavoro all’esterno dell’istituto
  • Lavoro del semilibero

Presso la casa circondariale di Modica viene attuato solo il lavoro all’interno dell’istituto che si concretizza in “attività domestiche quali lavoro in cucina, pulizie, lo scrivano che è colui che si occupa delle domandine. È poco rispetto alla totalità dei detenuti. Per porre un rimedio a questa situazione di fatti sono previste delle graduatorie stilate da una commissione prevista dall’art. 20 dell’ordinamento penitenziario, di cui fa parte il direttore, l’educatore, personale della polizia penitenziaria, un rappresentante dell’ufficio dell’impiego oltre alla presenza delle rappresentanze sindacali” come spiega il comandante della polizia penitenziaria, Giorgio Tona.

“Il lavoro all’esterno – spiega il direttore –  non è stato qui realizzato perché manca proprio il lavoro all’esterno, inoltre non abbiamo la sezione semilibertà e quindi sarebbe difficile tenere queste persone che di giorno vanno fuori e di notte tornano in carcere perché si potrebbe creare una sorta di collegamento fra detenuti interni ed esterni che è pregiudizievole per la sicurezza”.

Non ci sono casi di semiliberi all’interno dell’istituto.

Altri elementi del trattamento sono la religione, le attività culturali, ricreative, sportive. A tal proposito durante la c.d. ora d’aria gli ospiti giocano a palla a volo, a calcio balilla, a ping pong, praticano allenamento ginnico.

L’ufficio educatori è presente all’interno della struttura e diretto da Antonio Ricca che parla del rapporto che si istaura con il detenuto: “Dovrebbe trattarsi di un rapporto basato sulla fiducia reciproca. A volte non è così perché l’educatore viene visto come una figura appartenente all’Amministrazione che li tiene reclusi. Si cerca di istaurare un rapporto quanto più collaborativo possibile”.

Nel 2008 è stato pubblicato un volumetto di poesie dal titolo “Un sogno da realizzare” di Vilson Zhuka, un giovane di venti anni il quale ha cominciato a scrivere dei versi e delle riflessioni sulla realtà carceraria compiendo un vero e proprio percorso di autocritica, parole che, con l’aiuto dell’insegnante, Grazia Vasco, sono diventate un opuscolo.

La polizia penitenziaria ha il compito di vigilare sui detenuti ma non solo, con il costante contatto che hanno con gli ospiti, la attività degli agenti è anche finalizzata al recupero e alla rieducazione dei condannati.

“Con la riforma del ’90 – sottolinea il vice commissario Tona – è stata inserita come operatore del trattamento. Noi collaboriamo con gli educatori, con gli assistenti sociali, con la direzione per non essere più i vecchi agenti di custodia, ma ci rendiamo parte attiva del trattamento dialogando con i detenuti, relazionandoci con essi, partecipando a tutte le attività che essi svolgono, oltre a mantenere la sicurezza all’interno dell’istituto.

Esiste molto più dialogo rispetto a prima, eravamo molto più relegati. Il corpo di polizia penitenziaria aveva proprio bisogno di una riforma. I tempi erano cambiati: il nostro compito non era più solo quello di aprire e chiudere i cancelli, ma un servizio che forniamo ai detenuti.

La riforma è stata vissuta bene da parte della polizia penitenziaria perché ci sono stati dei benefici che prima non ci erano riconosciuti come ad esempio lo straordinario che prima era pagato con la gratifica dello straordinario, mille lire lorde, con la riforma è stato equiparato agli altri lavori. Abbiamo avuto il contratto di lavoro, quello delle forze di polizia, gli agenti scapoli avevamo l’obbligo di pernottare in caserma e la disponibilità in servizio, il che comportava il rientro massimo in caserma a mezzanotte perché c’era la conta”.

Esperienze

Salvo è scrivano, si occupa della parte “burocratica”: “Mi occupo delle domandine, delle richieste di trasferimento, delle domande per il calcolo dei giorni per la liberazione anticipata. Il lavoro dura circa quattro ore al giorno. Dopo pranziamo in stanza dove siamo quattro, sistemati in letti a castello. Dall’una alle tre c’è l’ora d’aria dove spesso giochiamo a calcetto, che preferiamo. Dopo le tre torniamo in stanza. Alle quattro torno a lavorare, diciamo che sono più libero”.

Rispetto al carcere di piazza Lanza a Catania, dove ha trascorso due mesi, Salvo definisce quello di Modica “un carcere più tranquillo, più umano”.

Se gli chiediamo che rapporto intercorre fra lui e i membri della polizia penitenziaria ci tiene a precisare: “I membri della polizia penitenziaria sono delle persone che capiscono gli sbagli che abbiamo commesso. Certo, se poi noi facciamo gli storti, è normale che hana scriviri, devono scrivere”.

Riccardo preferisce suddividersi la giornata: “La mattina mi alzo, mi lavo, guardo la tv, ascolto un po’ di musica, poi vado a scuola. Si cerca di fare una vita simile a quella reale. È sempre diverso perché siamo chiusi, abbiamo molte privazioni, ma tutto sommato questo è un carcere tranquillo, più piccolo, tipo famiglia”.

Riccardo frequenta la scuola: “A scuola studiamo in libertà. C’è la maestra che ci aiuta, che corregge i compiti”.

A proposito di compiti è lo stesso che ci spiega che in cella “ognuno ha i suoi compiti: c’è chi cucina, chi pulisce, ci aiutiamo fra di noi, cerchiamo di essere tipo una famiglia. Tutti abbiamo fatto degli errori e cerchiamo di finire e pagare nel migliore dei modi. Nell’ora d’aria scendiamo in cortile per passeggiare, ma in questo periodo scendo poco perché c’è freddo, quindi preferisco rimanere in stanza ad ascoltare musica o scrivere ai miei familiari. In estate è come in inverno, c’è chi prende il sole, chi fa palestra, chi scherza, ognuno ha il suo mondo”.

Ed i colloqui? “Andiamo al colloquio, ci sistemiamo, portiamo qualche spuntino, qualche brioche per consumarla con i propri  cari, cercando un minimo di intimità in quell’ora che passa anche troppo presto!”

Said è tunisino, venuto in Italia per “avere un’altra vita. Per me non è facile, ma voglio integrarmi, sono venuto qui per avere un lavoro, una famiglia, dei bambini”.

È musulmano, soggiorna in una cella a cinque posti, una stanza multietnica nella quale sono presenti oltre a lui un ungherese, un italiano, un cinese e un egiziano.

“Preghiamo insieme con gli altri musulmani, gli altri rispettano la nostra religione come noi rispettiamo la loro” sottolinea.

Said lavora in cucina e ci spiega la differenziazione di cibo fra i cristiani ed i musulmani che sono autorizzati a mangiare altro, ad esempio il pesce, in sostituzione della carne di maiale.

Per lui la distanza da casa, dalla famiglia è dura soprattutto nelle feste, a questo si pone rimedio con le telefonate e le lettere.

 

Salvo e Riccardo hanno evidenziato come la realtà modicana sia diversa dalle altre, più tranquilla, quasi un’isola felice rispetto al panorama carcerario in genere.

Del carcere di Piazza Lanza in Catania, citato da Salvo, ci parla il comandante Tona il quale la definisce come “un banco di prova per chi deve fare questo lavoro nel senso che ti capita di tutto, dal suicidio all’autolesionismo continuo, dalla rissa ai pestaggi, dal mafioso al detenuto comune a quello recluso per reati sessuali, hai un panorama completo. È stata la mia più bella esperienza: per fare questo lavoro devi amarlo, devi andare in carcere perché sai di poter dare qualcosa”.

Il direttore, invece, ha svolto servizio all’Ucciardone: “Lì – ci spiega – si trattava di una attività prettamente burocratica, non sono arrivata in 2 anni di servizio a conoscere tutto il personale di polizia penitenziaria né tanto meno tutti i detenuti che seguivo che saranno stati all’epoca circa 500.

Le gratificazioni maggiori le sto avendo nel piccolo istituto, anche se nel grande istituto dal punto di vista professionale c’è uno stimolo maggiore perché si ha a che fare con il 41 bis, con i capi mafia, però dal punto di vista personale lavorare in una piccola realtà è più gratificante”. 

Angela Allegria
Aprile 2010
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Foto di Angela Allegria

Amore e beffa nel Così fan tutte di Mozart

La maestosità e la fantasia di un Mozart divertente, allegro, giocoso, rivisitato alla luce della lettura interiore proposta dal regista Maurizio di Mattia, ma allo stesso tempo capace di far riflettere su temi importanti quali la l’amore, gelosia, la fedeltà rivive in “Così fan tutte” di scena al teatro Bellini di Catania.

L’opera, diretta dal Maestro Hubert Soudant, presenta in maniera burlesca il tema del tradimento, riuscendo a far scendere dal piedistallo le donne considerate angeli, e ad umanizzarle nei loro sentimenti, nelle loro passioni.

All’interno di una scena classica nella quale, su un fondo rosso e contornati da colonne, scudi, capitelli, sono disposte cinque maschere del teatro classico: sono maschere (ora comiche, ora tragiche, che rimandano ai grandi Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane) che vengono ammirate da un seguito di cortigiani in pomposi abiti settecenteschi, abbigliati in tal modo per sottolineare l’ambientazione storica dell’opera, condotti da Pulcinella, maschera simbolo del teatro napoletano, all’interno della beffa.

Si legge nel libretto d’opera che la scena si finge in Napoli: essa si svolge all’interno di una villa pompeiana dal cui giardino si vede il mare e il Vesuvio, attuazione della volontà di Da Ponte, eppure la collocazione specifica all’interno della villa pompeiana fa pensare ad una sorta di ritorno all’otium latino, alla classicità e alla naturalezza dei sentimenti.

La trama è semplice: una scommessa fra Don Alonso, interpretato sapientemente da Gabriele Ribis, e due giovani innamorati, Guglielmo (Enrico Marruci) e Ferrando (Riccardo Mirabelli),  patto volto a testare la fedeltà delle promesse spose e sigillato con una stretta di mani che somiglia, nella posa, al “Giuramento degli Orazi” di Delacroix.

Inizia così la beffa, condotta sagacemente da Don Alonso, vecchio filosofo che, vestito con abiti romani, sembra quasi Zeus in persona, per la saggezza, per lo spirito libero, per la caparbia con la quale istiga i due innamorati a scendere con i piedi per terra, ad umanizzare le loro donne, e da Despina, una cameriera scaltra e spiritosa, interpretata da una brillante Laura Giordano.

I segni della beffa si leggono nelle risatine di Don Alonso mentre, per fingersi serio canta “Io temo”, nell’incitamento di Despina che ha una idea precisa sugli uomini “Uno val l’altro, perché nessun val nulla” e per questo si traveste ora da notaio ora da medico, nelle immagini scolpite sugli scudi (il volto di Medusa, ma sorridente!) di Guglielmo e Ferrando che fingono di recarsi in guerra, nell’abbigliamento alla slava degli stessi, con tanto di scettro e baffoni all’insù.

E poi c’è Pulcinella che si aggira per la scena, silenzioso, con passo veloce ma deciso, pronto in agguato a colpire le sue vittime.

In contrapposizione le due fanciulle, Fiordiligi (Maria Luigia Borsi) e Dorabella (Tove Dahlberg) che si presentano con estrema grazia e dolcezza, fedeli ed innamorate, come è espresso nell’aria “Come scoglio immoto resta”, ricca di virtuosismi canori, messa sulle labbra a Fiordiligi.

La musica esprime la personalità dei protagonisti, confondendosi a volte con le voci, sottolineando qualche passaggio con gli oboi ed i corni, mentre le scene, ricche di colori e riferimenti storici e stilistici, cambiano in continuazione e fanno pensare di essere davvero all’interno di una villa della Pompei romana.

Alla fine l’inganno prende all’interno della sua rete anche le due giovani e da lì si scopre un nuovo modo d’amare  che si manifesta anche nel mutamento di abiti dei quattro protagonisti, prima vestiti con abiti settecenteschi, poi con vesti romane. Si scopre come la fedeltà può vacillare, le gelosie si manifestano, la visione dell’angelo fedele rimane solo un languido ricordo mentre la migliore “punizione” è il matrimonio perché, come sottolinea Don Alonso, “Così fan tutte”!

Angela Allegria
23 marzo 2010
In www.italianotizie.it

Foto di Giacomo Orlandi

U Tistu, ricordi, immagini di un tempo e un luogo che riempie il cuore

Pietro Ciccarelli racconta la sua terra e la sua vita in “U Tistu”, raccolta di poesie in vernacolo Mussomelese, aprendo una finestra sugli usi, i costumi del suo paese natale, ma soprattutto offrendo al lettore immagini limpide rivissute con la mente di uomo maturo che, nel ricordare ogni minimo particolare, torna bambino. È, infatti, la gaiezza, l’allegria, il dolce suono dei ricordi a muovere i versi di Ciccarelli, una sorta di meditazione, di presentazione corale di tutto ciò che è caro al suo cuore.

Il volumetto si compone di due parti: la prima dedicata ai quadretti paesani, caratterizzata dalla descrizione degli elementi principali che connotano Mussomeli e, latu sensu, l’intera Sicilia, la seconda parte intitolata “Confessioni”, è un focus sull’autore, sul giovane Pietro che, ora bambino ora adolescente, si accosta alla vita, sogna il proprio futuro, ripensa al passato.

Ma andiamo per ordine.

La raccolta inizia con “A Bedda Matri”, poesia rivolta alla Madonna, una sorta di benedizione, non un’invocazione in senso stretto, piuttosto la descrizione della processione, della devozione per la Vergine portata a spalla per le vie del paese da giovani fedeli i quali, per grazia ricevuta, sopportano la fatica del peso e della lunga strada con stupore di chi non è del posto. “Chistu è u vuliri da Bedda Matri” risponde il poeta, sottolineando ancora una volta l’affetto e la fiducia per la Vergine capace di intercedere per la sorte degli uomini.

Si continua con “Sugnu cuntentu”, la gioia dei ricordi che affiorano alla mente, mai cancellati, anzi custoditi gelosamente nel cuore, memorie semplici, rimembranze di una vita genuina, spontanea, piena di valori e tradizioni ormai andate perdute, come “A ‘Ntinna”, l’albero della cuccagna, vissuto come il divertimento della festa “ra Madonna da Catina” con la consapevolezza che la vita è diversa, è dura, fatta di fatica e sudore che, al contrario dei guadagni facili che oggi vengono promessi, ripaga sempre.

Un velo di tristezza si coglie nelle parole dell’autore allorquando afferma “Ci pruvavanu tutti, un sulu vinciva ed era festa pi tutti”, mentre, subito dopo la contrapposizione “Ora” rende palese come i tempi sono cambiati, come l’individualismo ha preso il sopravvento, come di alberi della cuccagna ce ne sono tanti, ma la vera ricchezza è un’altra, è ne “vrazza e nu suduri”.

Nei versi di Ciccarelli c’è la musicalità dei canti intonati per le loro donne dai carrettieri che tornano dal lavoro, come quelle di mastru Tatò o Turiddu in contrapposizione a quella di zu Caloriu che sembra invece un lamento perchè, rimasto solo, canta alla moglie defunta, c’è la parola “Midemma” capace di rievocare ciò che è stato, ciò che è assopito nel cuore, ma che torna subito alla mente per ripercorrere quei giorni con gli occhi lucidi.

Nella seconda parte della raccolta, invece, i temi, per quanto simili ai primi, coinvolgono in prima persona la vita dell’autore da quando era bambino e tutti dicevano alla madre che era “buonu”, “bravo”, “spirtu”, “biddu”, all’esperienza con la morte vista attraverso “u pirtusu”, la fatica quotidiana per prendere l’acqua al pozzo (bellissima la descrizione degli strumenti usati, “langedda, catu, corda, u mutu, suli e muscuna, cupirchiu di firru e catinazzu”, che crea una immagine nitida nella mente del lettore).

E ancora le prime esperienze amorose in “A picciridda addrivata”, l’ideale del dongiovanni, u fimminaru, come Mariu che deve sposare una donna che non ama e che lo tradisce, in antitesi con l’autore che “sugnava castelli in aria e a regina da casa e mi maritavu ranni e a meglia du monnu”, l’amore che il poeta rinnova alla moglie, il desiderio di voler tornar bambino per “aviri u cori ‘nuccenti” per chiedere il meglio per sé, ma soprattutto per il figlio, per vederlo “addivintari u patruni du munnu”.

“U masculu”, “U sceccu”, “U palluni”, “I patruna” per i quali i poveri sgobbavano, per vedersi rubare metà del lavoro, l’avvento comunista e la speranza del cambiamento, il triste, amaro finale “Certu, i patruna di na vota un ci su chiù. N’aviamu unu sulu e voli cumannari pi tutti”, il ricordo del padre che tornava a tarda sera e, prima di andare a letto, nonostante la stanchezza, andava a baciare il figlio dormiente: tutti temi che conducono alla “palora”, elemento principe, origine di ogni cosa, bene essenziale, piacere dell’animo e ad un desiderio, una domanda, quasi una preghiera al Creatore “U Signurizzu, ca fa sempre cosi giusti. Picchì un ‘nvnto i stissi palori pi tuttu u Munn?”.

L’antica felicità, fatta di cose semplici, è a volte velata da una vena di malinconia, dallo sconforto, dalla tristezza, da una sorta di pessimismo che impedisce all’uomo di cambiare il proprio destino, eppure non lo trattiene dal sognare, dall’ impegnarsi per realizzare se stesso, dal rendere l’autore l’uomo che è diventato.

Angela Allegria
Marzo 2010
In www.bibliografiamussomelese.org

Chopin il grand’Assente

Duecento anni dalla nascita, troppi dalla morte!

Un’assenza che pesa quella di Chopin, nato a Zelazowa Wola il 1 marzo 1810, prematuramente scomparso a Parigi il 17 ottobre 1849. Solo trentanove anni di vita per un genio che viene considerato a ragione un romantico per eccellenza, un compositore che è riuscito a mettere in musica i più alti sentimenti.

L’amore ha sempre guidato la sua vita, l’amore per le donne, l’amore per la sua terra, la Polonia, nella quale ha voluto che riposasse il suo cuore.

Un affetto profondo ricambiato sinceramente dai suoi connazionali che già in Chopin rivedevano l’ideale patriottico, il loro sentirsi un unico popolo, un sentimento unico che ancora oggi viene vissuto con tanta intensità dai polacchi, ma non solo da loro, anche da tutti coloro che amano la musica e hanno ascoltato, almeno una volta, le composizioni chopiniane.

Nella sua breve esistenza Chopin ha lasciato 59 mazurke, 27 studi, 24 preludi, 21 notturni, 19 valzer, 17 polacche, 4 ballate, 4 scherzi, 4 improvvisi, 3 sonate, 2 concerti per pianoforte ed orchestra, 20 romanze, oltre al altre opere fra cui una straordinaria marcia funebre.

Parlare di Chopin senza ripensare alle note del notturno op. 9 n. 2 è impossibile: si tratta dell’opera più famosa del Maestro polacco, l’emblema dell’amore, della passione, dell’ emozione che si esprime in tutta la sua potenza, dei sogni, delle speranze di cui si può nutrire chi ama.

Per non parlare del valzer op. 69 n. 1, scritto per la contessa polacca Maria Wodzińska, amore troncato dalla famiglia di lei che non vedeva di buon occhio il compositore, una vera meraviglia!

Ascoltandolo, suonandolo, ci si rende conto che l’importante è amare, quella lieve angoscia che ti assale alla vista dell’amata, la gioia per un lieve gesto, per una parola, l’importanza di un abbraccio.

Una salute cagionevole, una situazione nazionale difficile, forse questi gli elementi che hanno rafforzato ancora di più l’esplosione di quei sentimenti romantici alla Goethe del giovane Werther per intenderci, in una musica del tutto nuova, capace a distanza di tempo di far sognare, di far vedere col cuore le cose che la mente non può percepire immediatamente.

Raffinato, elegante, composto, estremamente riservato tanto da congedarsi dalla vita di George Sand per morire da solo, Fryderic Chopin era un gentiluomo del suo tempo, un ingegno capace di dar vita a melodie straordinarie, uniche, familiari, un uomo che prima di tutto ha vissuto sulla sua pelle i sentimenti e gli effetti che questi possono generare sugli animi.

Baudelaire definiva la sua una “Musica leggera e appassionata che somiglia a un brillante uccello volteggiante sugli orrori dell’abisso”.

Forse non esistono parole per descrivere la sua musica, è necessario ascoltarla, assaporarla leggermente per poterla sentire dentro.

Angela Allegria
Marzo 2010
In Opera Incerta

Dietro le sbarre

Le condizioni dei detenuti e i problemi che quotidianamente affronta il personale carcerario a Ragusa e a Modica

Il recente dibattito sulle condizioni dei detenuti all’interno delle carceri italiane alla luce dei gravi fatti di cronaca accaduti in questi ultimi mesi non può non avviare una riflessione seria sulla situazione delle carceri alla luce della riforma dell’ordinamento penitenziario e delle parole dei protagonisti.

La problematica penitenziaria si colloca alla fine del processo di cognizione a patire dal quale si apre il procedimento destinato a dare attuazione alla pronunzia giudiziale.

Con la riforma del 1975 l’esecuzione della pena non diviene più esclusivo appannaggio dell’amministrazione penitenziaria, non è più una fase esclusivamente amministrativa nella quale il giudice di sorveglianza interveniva solo in caso di irregolarità, ma è affidata principalmente al giudice, organo che controlla la tutela dei diritti garantiti al condannato.

Il passaggio alla fase esecutiva, infatti, non segna una caduta delle garanzie riconosciute all’imputato ma più semplicemente un loro adattarsi al sopravvenuto status di condannato.

Ciò è sottolineato anche dall’utilizzo di una legge quale è la riforma del ’75 rispetto alle regolamentazioni precedenti affidate a regolamenti che, nella scala della durezza delle norme, sono utilizzati tutte le volte in cui si tratta di regolare non diritti soggettivi, ma semplici interessi legittimi. Prima della riforma i regolamenti, infatti, dovevano nel modo più chiaro e netto significare al condannato e al mondo esterno che il detenuto era segregato e doveva sentire la sua condizione attraverso situazioni concrete, innanzitutto attraverso la spersonalizzazione dell’individuo che perdeva la propria identità per divenire numero.

Accanto alla legge 345/1975 si colloca un regolamento esplicativo che completa e chiarisce anche sotto l’aspetto applicativo gli istituti previsti dalla legge.

In esso si coglie il significato di trattamento e la sua differenza con il trattamento rieducativo.

Nell’art. 1 comma 1 del decreto Presidente della Repubblica 230/2000 si legge: “Il trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della libertà consiste nell’offerta di interventi diretti a sostenere i loro interessi umani, culturali e professionali”.

Ciò implica l’attenzione per i rapporti affettivi, per l’istruzione ed il lavoro al fine di ridurre gli effetti negativi della riduzione della libertà con riferimento all’attività svolta.

Il termine “Offerta” evidenzia un salto qualitativo rispetto al passato nel quale il trattamento era imposizione, obbligazione, costrizione, semplice attuazione della pena afflittiva.

Nel secondo comma dello stesso articolo il legislatore definisce il trattamento rieducativo dei condannati e degli internati che “è diretto, inoltre, a promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sociale”.

Rieducazione è un termine che si deduce dall’art. 27 comma 2 della Costituzione secondo il quale “Le  pene devono tendere alla rieducazione del condannato” e il trattamento rieducativo si deve ispirare ai valori della Carta Costituzionale.

Modalità del trattamento è l’individualizzazione che deve rispondere dei particolari bisogni di ciascun soggetto accertati attraverso l’osservazione scientifica della personalità.

All’interno di tale panorama normativo c’è da chiedersi in che misura l’ordinamento penitenziario viene vissuto concretamente dai detenuti, dagli addetti ai lavori e per questo si propone una sorta di viaggio all’interno della casa circondariale di Ragusa e nel prossimo numero di Modica.

Angela Allegria
marzo 2010
In Prima Pagina

Vite fermate

Un reato, una condanna e una pena da scontare. In contrada Pendente per conoscere uomini e donne in un angolo di mondo che scorre in parallelo

Collocata in pieno centro cittadino, in via Giuseppe Di Vittorio, all’interno di una villa gentilizia, la casa circondariale di Ragusa è sorta intorno agli anni ’30.

Fino a qualche mese fa aveva tutti i circuiti previsti dall’ordinamento, anche l’alta sicurezza, sezione che ospitava soggetti legati alla malavita organizzata, alle associazioni a delinquere di stampo mafioso o associazioni a delinquere finalizzate allo spaccio di stupefacenti. Da qualche mese questa è stata dismessa per carenza di personale.

Al vertice sta il direttore, Santo Mortillaro, che ci spiega: “Abbiamo i c.d. detenuti comuni, reclusi per reati che possono definirsi generici di tutti i tipi che possono andare dal furto all’omicidio alla truffa.

Ragusa è uno dei tre istituti in Italia che ospita una sezione per minorati fisici, a fianco della quale esiste un servizio di fisioterapia che funziona a pieno regime, salvo i problemi a volte legati alla carenza di personale, e che comprende un fisiatra, un fisioterapista fisso e un vero e proprio gabinetto di fisioterapia.

Abbiamo, inoltre, la sezione femminile ed una sezione protetti nel nostro caso promiscua.

I detenuti protetti sono coloro che non possono incontrare gli altri detenuti per motivi particolari che possono attenere o al tipo di reato commesso, normalmente attinente ai reati legati alla sfera sessuale, violenza e molestie, reati che nella cultura della popolazione detenuta sono particolarmente invisi, considerati aberranti ragion per cui, chi li ha commessi deve essere isolato perché a rischio della propria incolumità.

Accanto a questi possiamo trovare persone che hanno collaborato con la giustizia, che hanno fatto qualche delazione, detenuti e sono appartenuti o che appartengono alle forze dell’ordine”.

Sono presenti 275 detenuti, a fonte dei 180 regolamentari e 216 tollerabili.

“Elemento principe del trattamento è il lavoro che per motivi di budget non possiamo però assicurare a tutti i detenuti. Esiste un sistema di rotazione di durata di due mesi in modo da assicurare se non a tutti, alla maggior parte della popolazione penitenziaria nell’arco dell’anno.

Il lavoro contribuisce su più fronti a formare la persona sia a livello psicologico perché toglie il detenuto dall’ozio forzato e lo aiuta a sentirsi utile, sia a livello materiale perché il soggetto percepisce una retribuzione e soprattutto perché lo può aiutare ad imparare un mestiere che potrà essere speso nel mondo esterno, ma insegna anche modelli di vita che sono coerenti con i modelli di vita sociale” sottolinea il direttore.

“C’è una povertà molto diffusa – spiega Pietro Assenza, educatore – i detenuti aspirano al lavoro anche per mandare qualcosa alla famiglia, non solamente per il sopravvitto. È un elemento importante non solamente economico, ma soprattutto psicologico e pedagogico”.

Per quanto riguarda le attività scolastiche sono presenti scuola elementare, media e una scuola alberghiera.

“Nella maggior parte dei casi il livello culturale e scolastico è bassissimo. Si tratta proprio di iniziare, anche se si hanno detenuti con la licenza media. Abbiamo la possibilità qui di far frequentare i corsi. Inoltre, la presenza della scuola alberghiera fa conseguire una qualifica di terzo anno di operatore di bar o di sala che è facilmente spendibile al di fuori dell’istituto, nel settore turistico che è in continua espansione. C’è poi la possibilità di arrivare al quinto anno e quindi alla maturità” evidenzia Maria Stella, educatore.

Vengono inoltre previsti corsi professionali quali restauro, informatica, pizzeria e rosticceria finanziato dal Ministero per detenuti con problematiche legate alla tossicodipendenza, decoupage presso la sezione femminile che ha portato anche ad una mostra all’esterno, attività motoria.

“Un progettino molto importante – spiega il direttore – è il progetto Grifù, finanziato dalla Provincia regionale, ente che ci è molto vicino nello svolgimento delle nostre attività, il quale consiste nell’intrattenimento da parte di volontari dei bambini che aspettano di incontrare i familiari detenuti. Spesso i bambini sono costretti ad attendere anche delle ore e per questo all’esterno sono presenti dei giochi, come una sorta di piccola bambinopoli, nella quale i volontari giocano con i bambini. Questa è quasi una eccezione nel panorama penitenziario”.

All’interno esistono, invece, le aree verdi che sono previste ma che non ci sono in tutti gli istituti. Si tratta di piccoli parchi, uno dei quali è attrezzato con una bambinopoli, all’interno dei quali i detenuti nella buona stagione fanno i colloqui con i familiari.

Altro elemento del trattamento è la religione che viene assicurata ad ogni detenuto. Si concretizza sia nella presenza di sacerdoti cattolici, del cappellano, sia di ministri di altri culti autorizzati come ad esempio i ministri di culto dei Testimoni di Geova o della Chiesa Avventista.

Le celebrazioni natalizie e pasquali sono celebrate dal Vescovo.

Vengono inoltre svolte attività ricreative, sportive, all’interno una palestra al momento poco utilizzata per mancanza di personale.

Importantissime le attività di teatro sociale, cineforum, lettura condivisa che si svolgono all’interno dell’Istituto.

Si tratta di educatori dipendenti dal Ministero della Giustizia, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Si occupano di rieducazione e trattamento dei detenuti.

“Dovremmo essere quei soggetti  che, insieme all’equipe di osservazione e trattamento, aiutiamo i detenuti a reinserirsi nella società dopo la esecuzione della pena o in regime di esecuzione penale nel caso della fruizione dei benefici previsti dalla legge” sottolinea Rosetta Noto, uno degli educatori coordinati dal capo area Vincenzo Giompaolo.

Questi curano tutte le attività trattamentali e si occupano della osservazione scientifica del soggetto.

Una particolare attenzione è data ai detenuti tossicodipendenti nel senso che “si organizzano ogni anno due percorsi rivolti a loro, finanziati dal dipartimento, non rilasciano nessuna qualifica ufficiale, ma che sono comunque pratici” evidenzia il capoarea.

La polizia penitenziaria si occupa di eseguire i provvedimenti di restrizione della libertà personale, garantisce l’ordine e la sicurezza all’interno dell’istituto.

“Noi abbiamo a che fare con uomini, che hanno agito nell’illegalità e sono sottoposti a misure restrittive. È normale che da un lato risalti l’aspetto della sicurezza, ma dall’altro risalta anche un altro aspetto, la rieducazione e quindi la partecipazione attiva al trattamento” specifica il commissario Maria Teresa Lanaia, comandante della polizia penitenziaria di Ragusa.

“La polizia penitenziaria – spiega – partecipa attivamente a tutte le riunioni di sintesi laddove bisogna tirar fuori la personalità che è emersa dall’attività di osservazione del soggetto.

Il nostro dipartimento ha preso a cuore la situazione dei detenuti alla prima esperienza penitenziaria, sappiamo quale è il fenomeno dei suicidi all’interno degli istituti. È stato creato il servizio di prima accoglienza: nel momento in cui entra in istituto un soggetto che non ha mai avuto una esperienza detentiva o comunque ha una esperienza detentiva troppo risalente nel tempo, ci si attiva subito attraverso colloqui diretti da parte del comandante, dei sanitari, degli educatori, che poi si raccordano fra di loro per avere una idea del soggetto e della strategia da mettere in atto. Seguiranno altri colloqui per rendere il trattamento individualizzato”.

A Ragusa, come in tutta Italia vi è sovraffollamento e carenza di personale: da oltre tre anni il personale di polizia penitenziaria fa turni di otto ore al giorno a fronte delle sei previste dal CCNL proprio per mancanza di organico (117 membri previsti, 102 presenti).

“Inoltre – continua – bisogna tenere conto che Ragusa è anche sede del nucleo provinciale traduzioni e piantonamenti. Delle 102 unità ne devono essere sottratte 15 per questo nucleo. Quindi il nostro numero diminuisce ancora”.

L’attività sanitaria non è solamente quella prettamente medica, ma richiede anche l’apporto psicologico.

“La realtà è diversa da quella che si vede all’esterno quando si verifica un evento critico: il detenuto è una persona che se ha una patologia il suo stato d’animo raddoppia. Non possiamo medicalizzare qualunque disturbo: più attività svolge un detenuto, più si reinserisce in un circuito di rieducazione, più migliora da un punto di vista sanitario” spiega il dott. Corrado Sortino, capo area medica che è formata da 2 infermieri di ruolo, 5 a parcella, 5 medici fissi che fanno i turni di guardia, 1 medico incaricato ed il capoarea. Esistono inoltre convenzioni con gli specialisti.

Esperienze

Davide fa il porta vitto, un’attività che gli occupa tutta la mattinata, mentre nel pomeriggio una volta a settimana frequenta il catechismo organizzato dal cappellano, scrive alla famiglia, realizza vasi in terracotta.

“La sera mangiamo tutti insieme nella stanza, scherziamo, parliamo, stiamo insieme. Di solito poi io vado a letto presto perché la mattina devo andare a lavorare. Quando non lavoro mi dedico alla pulizia della stanza  che è importante per tutti” ci racconta.

La domenica va in cortile a giocare a calcetto con gli altri.

Maria, invece è una privilegiata, fa le pulizie al nucleo della caserma, nel bar, è stata ammessa al lavoro all’esterno e sta aspettando una risposta per un lavoro all’esterno. Per questo, in base all’art. 21 dell’ord. pen. è in cella da sola. Nel tempo libero guarda la televisione e legge la Bibbia.

“Posso andare io dai miei familiari, posso starci 5 giorni col permesso del direttore” ci racconta con lo sguardo un po’ commosso mentre pensa ai suoi figli.

A lei chiediamo come vive il rapporto con gli agenti di polizia penitenziaria: “Io non mi posso lamentare – risponde – perché davvero sono meravigliosi, sempre pronti, ci confortano, ci danno la buona parola, ci stanno vicino”.

Angela Allegria
marzo 2010
In Prima Pagina

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