Nuove frontiere per le droghe virtuali che, da un anno a questa parte, si sono diffuse su internet.
Sembra davvero assurdo eppure con appena tre euro è possibile acquistare una dose di peytol, cocaina, marijuana, oppio, lsd, extasis, e così via.
Questo è quanto proposto da I-Doser.com, un sito americano, rilanciato dai ragazzi spagnoli, ma diffusosi in tutto il mondo, Italia compresa, che permette di “sballarsi”, senza assumere nessuna sostanza, ma semplicemente scaricando da internet la propria dose disponibile anche in cd o Mp3 con tanto di prova gratuita.
Basta scegliere il programma, seguire le semplici indicazioni esposte sul sito, stendersi, chiudere gli occhi ed indossare le cuffie coperte, insomma stare rilassati ed ascoltare e l’I-doser fa il suo effetto, ovvero dovrebbe farlo. Si, perché non tutti gli scienziati sono d’accordo sugli effetti di tale metodo.
Alcuni ritengono che tutto ciò sia poco scientifico, che dipenda molto dalla suggestione, altri non concordano con questa tesi. E anche fra chi la prova non tutti sono soddisfatti della nuova droga sonora.
È veramente attendibile? Funziona veramente e se si come ciò avviene?
Il sistema funziona sulla base dei binaural beats, i c. d. battiti binaturali, sperimentati da Gerald Oster negli anni Settanta presso la clinica Mount Sinai di New York. Egli scoprì che applicando frequenze diverse alle due orecchie si può stimolare il cervello a seconda dell’intensità.
Il cervello, infatti, manifesta la propria attività elettrochimica attraverso le onde celebrali, la cui frequenza è calcolata in Hertz. Si possono distinguere quattro differenti tipi di onde:
• Onde Beta, le quali hanno una frequenza che varia da 13 a 30 Hertz e sono associate alle normali attività di veglia. Danno la possibilità al soggetto di tenere sotto controllo la situazione nei momenti di ansia o di stress, e di dare soluzione veloce ai problemi che si presentano;
• Onde Theta, con frequenza tra i 3 e i 7 Hertz, sono proprie della mente che immagina, visualizza, si dedica alla ispirazione creativa, alla meditazione profonda, al sogno ad occhi aperti, alla fase REM del sonno;
• Onde Alfa, la cui frequenza varia da 7 a 13 Hertz, sono associate allo stato di coscienza vigile, ma rilassata. In quei momenti la mente, pur essendo calma e ricettiva, è concentrata sulla soluzione di problemi esterni. Esse dominano nei momenti introspettivi;
• Onde Delta, con frequenza tra 0,1 e 3 Hz, sono proprie del rilassamento psicofisico, della mente inconscia, del sonno senza sogni, dell’abbandono totale.
Le frequenze “Binaural Beats”, scoperte nel 1839 dal tedesco H. W. Dove e sperimentate sul cervello dal Dott. Gerald Oster nel 1973, sono l’applicazione di queste differenze in frequenza tra un orecchio e l’altro, in modo che il cervello ne venga stimolato positivamente. Queste riescono a stimolarlo in differenti maniere, agevolando il rilassamento, l’apprendimento, la meditazione, il sonno e molti altri aspetti della vita.
In tal modo, inserendo le cuffie si applica una frequenza all’orecchio sinistro, ed una diversa, maggiore o minore, all’orecchio destro. La mancanza di sincronicità fra le due frequenze produrrà le onde elettromagnetiche che abbiamo appena descritto e susciterà in tal modo effetti di alterazione della percezione.
La stessa tecnica usata da altri siti per favorire la meditazione, il sonno o curare il rilassamento.
Non si era ancora pensato a mettere in rapporto le diverse frequenze con i diversi tipi di droga utilizzando gli studi sulla tossicomania.
Gli autori del sito avvertono che l’uso del software non crea dipendenza, né da esso possono derivare eventuali rischi legali, da diverse fonti, invece, si è parlato di bufala, di falsa notizia, di trovata pubblicitaria, addirittura di frode. Ma sta di fatto che il sito è ancora attivo, la dose in formato cd o mp3 ed ora anche via i-Phone è facilmente scaricabile, il resto… ancora non si sa!
Angela Allegria
14 luglio 2009
In www.operaincerta.it
Luglio 14, 2009
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Nel Bell’Antonio Vitaliano Brancati esprime la sua concezione politica attraverso l’impotenza fisica di Antonio Magnano, simbolo della vera impotenza sociale dell’individuo in un’epoca caratterizzata dalla privazione dei diritti.
La vicenda di Antonio si snoda all’interno del ventennio fascista nel quale il protagonista non riesce a destreggiarsi, impossibilitato ad esprimere al meglio la propria personalità nel momento in cui rinuncia ad indossare la toga di magistrato, la propria sessualità, il proprio futuro, accettando un matrimonio combinato.
Ma andiamo per ordine: in principio Antonio appare bellissimo, capace di far girare la testa a tutte le donne, di andare tutte le sere nei casini sui cui successi i suoi amici scommettono, è sì un grande amatore a tal punto da essere chiamato a far conoscere le doti del maschio catanese innanzi ad un esponente del regime di Roma per condurlo lui stesso nella più elegante casa di tolleranza etnea.
Purtroppo la realtà è ben diversa, ma in una società nella quale l’apparenza era tutto, e anche il capo del Governo elogiava le sue arti amatorie, questa non poteva essere dimostrata, perché avrebbe sconquassato il mondo fittizio che si era costruito.
Il ritorno a casa, il fidanzamento e poi il matrimonio fanno dimenticare ad Antonio il suo problema, illudendolo di poterlo superare. Ma non è così, tanto che il suocero, il notaio Puglisi, piccolo signorotto avido di denaro, riesce a fare annullare il matrimonio mettendo a nudo l’impotenza del genero.
Antonio è un inetto, un pentito, un uomo che cerca la libertà, ma non riesce ad esprimerla nel contesto socio-politico in cui vive.
Spiega Leonardo Sciascia in “Nero su Nero” il segreto di Antonio, “il segreto di una infelicità che possiamo riscontrare nelle pagine di Tacito: l’infelicità di vivere sotto un dispotismo più o meno blando, nella corruzione, nella cortigianeria”.
Brancati ripropone il tema del “gallismo”, ma stavolta in termini drammatici rispetto alle precedenti opere, in particolare rispetto agli Anni perduti e Don Giovanni in Sicilia, pubblicati entrambi nel 1941.
La donna assume un ruolo ambivalente: da un lato è un angelo (Barbara), una “madonna”, qualcosa che emoziona a tal punto da non poter neppure pensare di sfiorare, dall’altro rappresenta agli uomini l’unico mezzo per dimostrare la propria virilità.
Il pianto liberatorio alla fine del romanzo lascia intravedere la fine di un incubo: “era più stretto, più disperato, tutto intramezzato dei sibili di un petto che, da molti anni, non si apriva a larghi respiri di felicità”.
Al centro la parola “dittatura”, non solo nel richiamo al regime fascista di quegli anni, ma anche al comunismo, un termine inteso in senso lato, quale emerge nei colloqui fra Antonio e lo zio Ermenegildo.
Brancati descrive le fine della vecchia generazione attraverso le morti di tre figure importanti: Alfio Magnano, il quale per restituire l’onore al casato si reca sotto i bombardamenti a casa di una cortigiana e lì viene trovato morto; lo zio Ermenegildo, spirito libero, che, pur socialista è incapace di opporsi veramente al fascismo, vive la sua angoscia in maniera profonda e finisce col suicidarsi col il gas; Pietro Capano, il segretario federale, bruciato vivo mentre, durante un allarme aereo cercava di farsi luce con uno zolfanello, è salvato da un uomo che lui stesso aveva mandato al confino.
Particolare importanza è attribuita alla figura del cugino Edoardo, nella quale si può intravedere lo stesso Brancati, simpatizzate del regime all’inizio, contrario quando si rende conto della verità dei fatti. Non bisogna dimenticare, infatti, che tra il 1935 e il 1939 si produce all’interno dello scrittore siciliano una profonda crisi che lo induce a riflettere sulle scelte politiche effettuate, conducendolo all’abbandono del fascismo. Il bell’Antonio viene pubblicato dieci anni dopo.
Edoardo prima si era battuto tanto per diventare podestà, poi, presa coscienza della vera essenza della forza politica che era al potere, aveva avuto talmente nausea da dimettersi e negare a tutti di aver ricoperto tale carica.
Egli cerca la “libertà”, una libertà che lo aveva portato in cella, in campo di concentramento, di nuovo in cella. Idealmente Edoardo poteva accostarsi al comunismo, come si nota dal dialogo con il soldato americano, ma anche lì, sarebbe finito in carcere per la mancanza di libertà di opinione.
Un rifiuto della dittatura in tutte le sue forme, un rigetto che, attraverso la vicenda di Antonio, coinvolge l’uomo in termini universali, incapace di realizzare se stesso in mancanza di libertà.
Angela Allegria
14 giugno 2009, n. 47
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Giugno 14, 2009
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Bell'Antonio, Cultura, Dittatura, letteratura, Libertà, Sicilia, Vitaliano Brancati |
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Ricci, cozze, gamberetti sgusciati, cicale vive, anguille che ancora si muovono e uomini che, dalle prime ore della mattina sistemano le casse con il pesce appena pescato, bagnandolo di tanto in tanto con acqua di mare per mantenerlo fresco il più a lungo possibile.
Macellai che espongono parti di vitelli, di agnelli, di maiali, di pollo sulle strade, mettendole in bella mostra per il passante, il turista, il consumatore che sa’ di trovare qualità, cura, e soprattutto umanità.
Negozietti di alimentari, banchi di frutta e verdura con pomodori rossi e limoni gialli e grossi, arance siciliane, peperoni colorati e melanzane corpulente che riempiono di colore i palazzi di pietra lavica che contornano il mercato storico di Catania, la Pescheria.
Odori intensi e un vociare di altri tempi: questi gli elementi che caratterizzano il mercato collocato nel centro di Catania, a due passi da piazza Duomo, dietro a “Funtana o Velu” che incanala per un tratto il fiume Amenano.
Vi si arriva dagli Archi della Marina, sotto ai quali prima c’era il mare, o infilando una delle traverse basse di via Garibaldi, prima quartiere ebreo.
Le immagini, le scene, i volti, le voci, gli aromi rievocano ricordi lontani, fanno ripensare a tutti quegli scrittori catanesi e non che ne hanno descritto la quotidianità fatta di piccole cose, di gesti scontati per i protagonisti, per i venditori, ma che si arricchiscono di un profondo senso quasi mistico per chi li osserva.
Non è difficile trovare decine di fotografi professionisti, pronti con i loro obiettivi ad immortalare un’espressione, uno sguardo, un gesto anche involontario.
E non è neppure tanto difficile trovare nell’acquirente gli occhi attenti che scrutano, che comparano qualità e prezzo nel mentre intavolano una discussione con il venditore con quale, giorno dopo giorno, si è istaurata una vera amicizia.
I protagonisti della Pescheria sono persone semplici, uomini di “sale e sapienza”, come un fotografo li aveva definiti, custodi di una arte antica, manifestazioni della fatica del lavoro, ma anche della meticolosità e dell’amore che per questo nutrono.
Alcuni sono lì perché già i padri e prima ancora i padri dei padri erano pescatori o macellai o fruttivendoli, perché hanno ereditato da loro un mestiere che li porta a vivere in maniera intensa il rapporto con il paese d’origine, con Catania, con i suoi prodotti, con il contesto che li circonda, con i concittadini, con gli stranieri.
Un incontro di culture diverse, non solo perché dissomiglianti sono le nazionalità di chi visita il mercato, ma anche perché differenti sono le mentalità dei venditori e degli acquirenti.
In un’epoca di crisi, infatti, il cittadino sa’ di poter trovare ad un prezzo più basso prodotti freschi provenienti dal proprio territorio o da quelli limitrofi, sa di potersi fidare, di poter scegliere e potersi anche far consigliare sull’acquisto.
Non manca proprio nulla per fare spesa per un pranzo o una cena completa spendendo poco: carne, pesce, contorni, ortaggi, verdure, frutti colorati e succosi, aromi, spezie.
Quando si esce, salendo qualche gradino e passando dietro la fontana dell’Amenano la meraviglia si accresce: si apre piazza Duomo con i suoi palazzi signorili, il Liotru, simbolo di Catania, e la facciata della chiesa di Sant’Agata, opera del Vaccarini.
Qualche passo ancora e si ritorna nell’affollata e frenetica via Etnea, si torna alla solita vita di prima, con le primizie in busta ed il ricordo di quei gesti inconsueti ancora negli occhi.
Angela Allegria
14 aprile 2009, n. 45
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Aprile 15, 2009
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Catania, mercati storici, mercato, Sicilia, turismo |
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Dopo il vertice Italo francese del 24 febbraio scorso svoltosi a palazzo Madama che dato vita ad un accordo sul nucleare fra Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy e sancito la collaborazione fra i due Paesi si è aperto il dibattito sulla realizzazione delle prime quattro centrali nucleari di terza generazione da collocare sul suolo italiano.
Si ripropone la questione del nucleare sulla quale gli italiani si erano pronunciati nel 1987 con ben tre distinti referendum che hanno visto la risposta affermativa rispettivamente del 80,6 % per il primo che prevedeva l’abolizione della procedura per la localizzazione delle centrali elettronucleari, del 79,7% per il secondo sulla abolizione dei contributi a regioni e comuni sedi di impianti elettronucleari, del 71,9% per il terzo per l’abolizione della partecipazione dell’Enel alla realizzazione di impianti elettronucleari all’estero (Fonte: Ministero dell’Interno, Dipartimento per gli Affari interni e territoriali, Direzione Centrale dei Servizi Elettorali).
Una nuova strategia energetica che, come ha riferito il ministro Scajola, prevede di ricavare dal nucleare il 25% del fabbisogno elettrico.
Fra i siti candidati per la realizzazione delle centrali si è parlato della Sicilia, candidata volontariamente dal Governatore Lombardo, ed in particolare della provincia di Ragusa.
Le reazioni sono state immediate: i sindaci, il Presidente della Provincia, Confindustria, le associazioni ambientaliste, i politici, i cittadini, tutti schierati per il “no”.
Una protesta che si è allargata anche sul web: su facebook parecchi gruppi per la raccolta delle firme contro il nucleare in provincia, motivando la scelta sulla zona sismica, sui vincoli ambientali, sulla valenza turistico – culturale del territorio, sulla vocazione agricola e zootecnica.
Da pochi giorni la smentita: in realtà non si tratterebbe di un sito in provincia di Ragusa, ma del territorio di Palma di Montechiaro.
Chiarito l’equivoco derivante da un banale errore di stampa (si sarebbe scritto RG al posto di AG) la situazione rimane la medesima e il quesito da risolvere è: vogliono davvero gli italiani tornare al nucleare quando si potrebbe investire in altre fonti di energia non inquinanti?
Il sindaco di Palma di Montechiaro con riferimento al suo territorio spiega: “La costa è collinare, con una orografia molto travagliata: benché dobbiamo sopportare i pali eolici messi su e giù per le colline, appare inverosimile che analogamente una centrale nucleare possa arrampicarsi sulle colline o scendere sul fianco di un calanco argilloso. Poiché non esiste un’area pianeggiante e regolare sufficientemente estesa, fatta eccezione per la piana posta tra la città ed il mare, non pare che si possa individuare un sito idoneo. D’altra parte metà della costa è tutelata come sito di interesse comunitario, l’altra metà dal vincolo paesaggistico ed è da ritenere che la centrale nucleare non sia perfettamente compatibile con i relativi regimi di tutela. Ancora, si potrebbe rilevare come in Trentino ed in Germania vi sia stata una grande diffusione di impianti fotovoltaici ed è ben singolare che in Sicilia, terra del sole, dove gli stessi impianti produrrebbero forse dieci o venti volte di più rispetto al nord Europa, non si faccia molto per incentivare i pannelli solari e si parli di impianti nucleari. Facciano un bel regalo, Berlusconi e Lombardo, alla Sicilia: una politica di massicci incentivi per il fotovoltaico, invece della centrale nucleare!”
Oltre alle preoccupazioni legate ad una “scelta emotiva” come definita da Governo con riferimento ai disastri nucleari, restano i problemi del normale inquinamento derivante dal rilascio di piccole dosi di radioattività durante l’ordinario funzionamento dell’impianto, delle scorie, ovvero dello smaltimento dei residui.
Come si legge nel rapporto “Il nucleare non serve all’Italia” presentato da Greenpeace, WWF e Legambiente a Roma nel maggio 2008 “Non esistono poi ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall’attività delle centrali o dal loro decommissioning. Le circa 250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte fino ad oggi nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivo. Lo stesso vale ovviamente anche per il nostro Paese che conta secondo l’inventario curato da Apat circa 25mila m3 di rifiuti, 250 tonnellate di combustibile irraggiato – pari al 99% della radioattività presente nel nostro Paese -, a cui vanno sommati i circa 1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria e i circa 80-90mila m3 di rifiuti che deriverebbero dallo smantellamento delle quattro centrali e degli impianti del ciclo del combustibile. Una montagna di rifiuti che necessitano di un sicuro sito di smaltimento, che il governo Berlusconi e la Sogin alla fine del 2003 avevano pensato bene di collocare a Scanzano Ionico, in Basilicata, sbagliando nel merito (il sito non era stato studiato con rilievi sul campo, ma solo attraverso indagini bibliografiche) e nel metodo (non coinvolgendo enti locali e cittadini), e creando un pericolosissimo precedente per la necessaria realizzazione del sito di smaltimento delle scorie italiane”.
Con riferimento inoltre ai costi eccessivi di produzione sono illuminanti le conclusioni della ricerca “The economic future of nuclear power” condotta dall’Università di Chicago nell’agosto 2004 per conto del Dipartimento dell’energia statunitense sui costi del nucleare confrontati con quelli relativi alla produzione termoelettrica da gas naturale e carbone. Secondo il rapporto dell’Università Usa, considerando tutti i costi, dall’investimento iniziale e dalla progettazione fino ad arrivare alla spesa per lo smaltimento delle scorie (che incide fino al 12% del prezzo totale di produzione elettrica), il primo impianto nucleare che entrerà in funzione produrrà elettricità a 47-71 dollari per MWh, escludendo qualsiasi sovvenzione statale all’industria dell’atomo, contro i 35-45 dei cicli combinati a gas naturale. Conclusioni paragonabili a quelle raggiunte dal Massachusetts Institute of Technologynel rapporto “The future of nuclear power” pubblicato nel 2003.
A fronte di tali dati ci si chiede da più parti se non sia doveroso un nuovo referendum popolare al fine di comprendere quale sia la volontà dei cittadini e seguirla in attuazione del principio di rappresentanza popolare.
Angela Allegria
14 marzo 2009, n.44
In www.operaincerta.it
Marzo 16, 2009
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centrale nucleare, energie alternative, Nucleare, Sicilia |
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Il dibattito sul ritorno al nucleare dell’Italia dà vita a profonde riflessioni sull’uso di tale energia alternativa, ma non ecologica.
C’è chi dice che il rifiuto del nucleare è ormai una residuo di tipo emotivo conseguente al terribile disastro di Chernobyl, chi parla di antieconomicità dell’utilizzo di tali strutture, chi sostiene che il nucleare costituisca l’energia del futuro, chi si pone problemi legati alla dispersione dei rifiuti. Non un fronte unitario, ma opinioni diverse, frutto di differenti concezioni non solo politiche.
Al fine di cercare di comprendere le dinamiche legate all’utilizzo di tale forma di energia, di percepirne i vantaggi e i rischi, abbiamo chiesto ulteriori chiarimenti ad un esperto, il dott. Fabrizio Nardo, membro del comitato scientifico Legambiente Sicilia.
D: Dott. Nardo, quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell’uso dell’energia nucleare?
R: Per un tecnico parlare di nucleare è molto difficile. La propaganda messa in campo dai sostenitori del nucleare in Italia è, forse, seconda soltanto a quella messa in campo in favore degli inceneritori, i quali sostenitori preferiscono chiamare “termovalorizzatori”! Infatti, il nucleare, così come gli inceneritori, viene presentato all’opinione pubblica come una fonte energetica inesauribile, a portata di mano ed economicamente vantaggiosa. Niente di tutto ciò è vero. Si può parlare di vantaggi del nucleare soltanto se si è disposti a chiudere un occhio sulla pericolosità intrinseca alla tecnica di fissione nucleare, se si chiude l’altro occhio sullo smaltimento delle scorie radioattive e, avendo già chiuso entrambi gli occhi, dimenticarsi dei costi effettivi della produzione di energia da centrali termonucleari. Con tale premesse è corretto affermare che il nucleare presenta dei vantaggi. Vorrei quindi spendere qualche parola chiarificatrice sulle tre condizioni poste nella premessa: pericolosità, scorie ed economicità.
Pericolosità le centrali termonucleari di III generazione, quelle di cui si parla, sono tecnologicamente identiche a quelle costruite trenta anni fa. Quindi su quella classe tecnologica non è stato risolto alcun problema. L’aspetto più importante della questione pericolosità è quello del controllo dell’evento pericoloso, il cosiddetto incidente. Infatti, per sua natura le reazioni a catena, siano esse dovute a materiale fissile, siano esse dovute a reazioni radicali che chimiche, sono difficilmente controllabili. Quindi quando si verifica un incidente, seppur statisticamente poco probabile, è molto difficile controllarlo, delimitarlo e ridimensionarlo. Se Chernobyl rappresenta un caso limite e maggiormente noto, vi sono decine di altri incidenti altrettanto gravi ma con conseguenze molto più limitate. In tutti questi incidenti le squadre di pronto intervento sono composte da veri e propri kamikaze, cioè tecnici che hanno la consapevolezza di andare incontro a sicura morte, a prescindere dal risultato del’intervento. Dal punto di vista della pericolosità passi avanti saranno compiuti con le cosiddette centrali nucleari di IV generazione che però saranno disponibili non prima del 2030.
Scorie. Non esistono ad oggi soluzioni concrete allo smaltimento di scorie radioattive. I trattamenti previsti seppur costosissimi prevedono la produzione di materiali che conserveranno la radioattività elevata per circa 1000 anni, ed oltre. Le circa 250.000 tonnellate di scorie altamente radioattive prodotte in tutto il mondo sono ancora in attesa di un sito di stoccaggio permanente. In Italia dove sono presenti 250 tonnellate di materiale irraggiato e migliaia di metri cubi di rifiuti radioattivi di varia pericolosità non si è riusciti ad individuare un sito di stoccaggio permanente.
Economicità. Se si consultano gli studi ed i report pubblicati da enti superpartes come l’agenzia di rating Moody’s, o il DOE (Department Of Energy) degli USA o articoli apparsi sul WSJ (Wall Street Journal) tutti concordano della non competitività economica dell’energia nucleare, in assenza di ingenti finanziamenti pubblici. Solitamente i costruttori sottostimano i costi di realizzazione di centrali termonucleare che poi per essere completate e avviate necessitano di rifinanziamenti che fanno lievitare il costo del 100% rispetto a quello stimato originariamente. Il costo reale di una centrale termonucleare della potenza di 1,8 GW, secondo stime pubblicate sulla rivista internazionale “Power Engineering”, si aggira intorno ai 3.500 €/kW. Ben al di sopra del costo dell’eolico e confrontabile con quello del solare Fotovoltaico, con la differenza che le fonti rinnovabili non sono pericolose, non presentano problemi di approvvigionamento di combustibile, hanno costi gestionali post-chiusura trascurabili, e soprattutto sono molto longevi; una centrale FV può durare anche 50-60 anni senza costi di manutenzione significativi. Per questo motivo negli Stati Uniti non si costruiscono Centrali termonucleari da 30 anni. Occorre infine ricordare che le centrali nucleari, così come le scorie necessitano di investimenti, pubblici, per la gestione post-chiusura per circa 100 anni. Basti pensare a quelle italiane che seppur di piccola taglia assorbono ogni anno circa150 milioni di € per la gestione post-chiusura. Questi soldi sono prelevati direttamente dalla bolletta che i cittadini pagano alla tariffa A2. I costi che i cittadini sostengono per pagare la tariffa A2 e gli incentivi cip6 per gli inceneritori sono decine di volte superiori a quelli sostenuti per le FER (Fonti di Energia Rinnovabile come eolico, FV e biomassa). Di questo nessuno ne parla. Un altro aspetto poco rassicurante è costituito dai costi assicurativi che pur coprendo solo una minima parte dei rischi hanno prezzi enormi. Per i rischi più gravi se ne deve fare carico lo Stato, quindi la collettività.
D: Che impatto ha una centrale nucleare sul territorio?
R: Su questo aspetto mi permetto di fare delle osservazioni non tecniche, ma secondo me rilevanti. L’Italia è, purtroppo, un Paese dove sono presenti alcune peculiarità negative. Prima tra tutte la presenza di organizzazioni criminali che in alcune regioni hanno un reale controllo del territorio. L’Italia vanta, inoltre, una scarsa trasparenza, efficienza ed efficacia della gestione pubblica. Tale problema è alla base della scarsa fiducia dei cittadini nei confronti delle autorità pubbliche. Infine, come per il Ponte sullo Stretto vi è un concreto rischio che soltanto l’ipotesi progettuale possa avere dei costi sulla collettività senza che il progetto possa mai vedere la luce. Tutto ciò rappresenta una seria ipoteca per progetti che richiedono ingenti investimenti e un ‘elevata attenzione per i rischi di incidenti.
D: Quali forme di energia alternative potrebbero essere utilizzate in cambio di quella nucleare?
R: Le FER (Eolico, solare FV, biomasse, del moto ondoso, idroelettrico, geotermia, ecc.) rappresentano oggi gli attori principali della rivoluzione energetica in atto da circa 2 anni in tutto il pianeta. La nuova amministrazione americana ha manifestato con determinazione l’intenzione di porsi alla guida della rivoluzione energetica in corso. Questo significa che chi, come l’Italia, ha già un ritardo tecnologico sarà destinato a importare tecnologia per lo sfruttamento delle FER dall’estero. Quindi la perdita di un’occasione di sviluppo industriale pulito senza precedenti. Il ricorso alle FER garantisce anche un sistema di produzione territorializzato e diffuso in modo democratico. Il sole ed il vento sono gratuiti. Tanti piccoli produttori sparsi sul territorio significa anche ridimensionare le perdite di energia dovute al trasporto di elettricità tramite elettrodotti di lunghe distanze. Un risparmio significativo per la collettività e per le emissioni di CO2. Le imprese e le famiglie dovranno al più presto scoprire i benefici del solare termico e di quello FV. Munirsi di un impianto FV significa approvvigionarsi di energia elettrica per un periodo di almeno 50 anni. Occorre soltanto avere cura di scegliere progettisti competenti e materiali di buona fattura. Le aziende potranno acquistare competitività azzerando la bolletta elettrica. Ma anche alberghi, agriturismo, aziende agricole, officine meccaniche possono migliorare i propri bilanci munendosi di un impianto FV. Per le aziende agricole c’è anche la possibilità di sfruttare l’energia eolica. Una semplice raccomandazione: niente impianti FV a terra, tutti rigorosamente su tetti o su coperture come parcheggi e pensiline. Per quando riguarda il solare termico dovrebbero essere disincentivati gli impianti con boiler esterno. Questi oltre ad avere efficienze minori costituiscono anche un impatto visivo negativo ed evitabile.
Angela Allegria
14 marzo 2009, n.44
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Marzo 16, 2009
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