Angela Allegria

Il potere logora chi non ce l’ha

Il Romanticismo di Ernani in scena a Catania

Opera contenente il più bel verso della letteratura italiana, “Udite tutti del mio cor gli affanni”, come scrive Umberto Saba nella Scorciatoia 113, l’Ernani di Verdi è andata in scena al Teatro Massimo Bellini di Catania a partire dal
L’opera, il cui libretto è di Francesco Maria Piave, è stata diretta dal maestro Antonio Pirolli, per la regia di Beppe De Tomasi, il quale ha messo in scena più di centoventi titoli ed ha realizzato, fra l’altro, tutte le scene liriche per il film su Giacomo Puccini di Sandro Bolchi.
La scena si apre con un drappo che, sulle note degli archi, diviene sempre più trasparente per mostrare i ribelli i quali, insieme ad Ernani, brindano nella foresta ricca di elementi gotici come il rudere e di colonne classiche sulle quali è adagiato un drappo rosso.
Anche i costumi sono molto curati in questa scena come nelle altre: mantelli neri, cappelli con lunghe piume, stivali, spade alla cintura.
Le trombe prorompenti sottolineano la duttilità, l’energia della scena e dei suoi personaggi.
Protagonista è Ernani, a cui ridà vita Marcello Giordani, tenore siciliano, originario di Augusta, dalla voce duttile e decisa, capace di esprimere il romanticismo del pretendente al trono e al cuore di una donna, Elvira, interpretata da Iano Tamar, che compare solo nella seconda scena.
Oltre ad Ernani i pretendenti alla mano di Elvira sono altri due: lo zio, Ruy Gomez de Silva, grande di Spagna e il futuro Carlo V.
Nei panni di re Carlo, Nicola Alaimo, evidenzia una forte presenza di scena, una voce calorosa, carica, come sono incisive le parole con le quali lusinga Elvira chiedendola in sposa.
Si instaura così un grazioso duetto che evidenzia la natura di stampo romanticistico dell’opera tratta dall’omonima di Victor Hugo, un botta e risposta che con parole precise indaga sui misteri dell’amore. Dice, infatti, Elvira rifiutando: “Ogni cor serba un mistero”. Ribatte Carlo parlando d’amore, “Da quel dì che t’ho veduta bella come un primo amore, la mia pace fu perduta, tuo fu il palpito del core. Cedi, Elvira, a’ voti miei: puro amor desio da te; ah gioia e vita essere tu dei del tuo amante, del tuo re”.
Ma, al ripetuto rifiuto della donna mostra la sua arroganza, l’altezzosità, la superbia del re.

Gomez de Silva, Giovanni Parodi, esprime appieno i valori cavallereschi non tradendo colui che gli aveva chiesto protezione a costo della propria vita, ma pretendendone nel finale la morte.
Nel finale le due figure di uomini di potere divergono fra di loro: se Carlo, una volta incoronato, ricongiunge le mani di Ernani ed Elvira sollevando lo stupore e la sorpresa dei protagonisti e del popolo che urla “sia lode eterna, Carlo, al tuo nome”, il nobile Silva richiede il pagamento del pegno, la vita di Ernani.
Connubio delizioso fra cori diretti da Tiziana Carlini, archi, percussioni, fiati ed i movimenti del Maestro Pirolli, vero dominus dell’opera.
Suggestivo l’intervento dell’arpa di Giuseppina Vergine che si esprime durante l’incoronazione di Carlo V, con un suono limpido, fluente a cui si aggiungono i pizzicati dei violini dell’orchestra del Teatro Bellini.
Angela Allegria
07 maggio 2009
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Maggio 7, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , , , , , | Ancora nessun commento.

Unione dei Paesi euromediterranei alla luce delle assonanze linguistiche?

Italia, Grecia e Spagna, Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, terre accomunate da cultura, costumi e mentalità, ma anche aspetti linguistici che, seppur diversi, prendono vita da una radice comune, come nel caso delle lingue neolatine, da assonanze linguistiche risultato di contaminazione, come nel caso di greco e spagnolo. Un’analisi linguistica, fonetica, morfologica dei aspetti comuni fra le tre lingue è fatta da Gianna Filau, giovane studiosa greca, lettrice di greco moderno presso l’Università Orientale di Napoli. A lei va il merito di aver ricercato le parole comuni, le assonanze fonetiche, fra due lingue apparentemente tanto diverse fra loro: il greco e lo spagnolo. Già il titolo del libro “Affinità fonetica tra Greco e Spagnolo”, mette in luce il lavoro puntiglioso e preciso dell’autrice, di lingua greca, ma profonda conoscitrice della cultura italiana e spagnola. Gianna Filau propone una possibile unione dei Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo in base alle affinità linguistiche che abilmente dimostra nel suo testo. In che modo ce lo spiega la stessa autrice.
D: Gianna, da dove nasce il libro e che finalità si propone?
R: Il libro nasce dal desiderio di costruire un lavoro che rappresenta in modo sistematico la parentela linguistica-culturale tra il greco antico e moderno, l’italiano e il latino, questo e lo spagnolo. In questo mosaico linguistico esperti, interpreti ed traduttori vanno a scoprire le radici comuni analizzando le quali si coglie come l’identità linguistica di ciascuno contiene caratteristiche comuni con l’identità linguistica d’un altro. Appropriarsi d’un mosaico linguistico tale può comportare, oltre una apertura mentale e una precisa e determinata impostazione nei confronti della vita, il risultato di riuscire ad affrontare con prudenza, umorismo ed indulgenza ogni disgrazia quotidiana della vita ed essere comprensivo e tollerante nei confronti degli atti compiuti dal prossimo.
D: Chi sono gli interlocutori a cui ti rivolgi?
R: Il libro si rivolge a tutti loro che sono appassionalti di linguistica e di interazione tra le lingue e le combinazioni sintatiche, grammaticali, semantiche avvenute tra i parlati. Non solo, anche a linguisti, studenti, interpreti e traduttori che vogliono avere una formazione-informazione che spazia in un ottica spiccatamente interculturale e comparata.
D: Quali sono le funzioni della linguistica comparata?
R: Il metodo comparativo-ricostrutttivo ha come punto di partenza il confronto tra le forme delle lingue storiche e come punto d’arrivo la formulazione d’ipotesi sul patrimonio fonologico, lessicale e morfologico della fase preistorica.
Il momento iniziale consiste dunque nell’individuazione delle forme da confrontare.
Il caso più semplice è quello in cui si hanno forme affini sia nel significante sia nel significato: ad esempio le parole lat.pater, gr.patēr, sono fondamentalmente simili tra loro e hanno tutte il significato di padre.
Da confronti di questo tipo, immediatamente evidenti, presero le mosse i primi studi di indoeuropeistica.Tuttavia la confrontabilità sul piano formale delle forme storiche è garantita non dalla somiglianza, ma dalla regolarità delle corrispondenze fonetiche.
Ciò significa che due parole simili nella forma e nel significato non sono identificabili se il confronto comporta delle corrispondenze irregolari. Ad esempio lat. deus ‘dio, gr. theòs, pur somiglianti nella forma e nel significato, non sono confrontabili perchè a un d latino iniziale di parola corrisponde regolarmente un d greco, mentre a un th greco iniziale di parola corrisponde regolarmente un f latino.
Nel mio libro metto a confronto l’affinità semantica e formale esistente tra queste tre lingue mettendo in evidenza l’affinità fonetica tra greco e spagnolo, prendendo come punto di riferimento l’italiano.
D: Cosa hanno in comune greco e spagnolo?
R: I contatti tra i parlanti e l’influenza di individui bilingui possono determinare fenomeni d’interferenza anche tra lingue contigue che siano del tutto diverse e reciprocamente non intelligibili. In particolare le possono attraversare facilmente un confine linguistico e diffondersi da una lingua in un’altra. Si tratta del c.d. fenomeno d’imprestito. Dal confronto degli alfabeti greco e spagnolo si può notare come esistono nel alfabeto spagnolo le lettere y, ci, zu, ce, ge, dad, jo, che riproducono il suono delle lettere greche Γ,Δ,Θ,Χ. In alcuni vocaboli spagnoli viene aggiunto il suffisso -ciòn che foneticamente produce esattamente il suono dentale della lettera del alfabeto greco -θ- come nelle parole greche (thi)mame,-θυμάμαι, θυμάρι (thi)mari etc. In alcuni vocaboli spagnoli viene aggiunto il prefisso –dad (bondad, verdad) che foneticamente corrispondono al suono dentale della lettera greca –Δ come nelle parole greche δάσος, δέος etc. Ad alcuni altri termini spagnoli invece viene aggiunto il suffisso –aje ad esempio blindaje di cui suono corrisponde alla lettera gutturale greca -x-come nella parola greca χέρι, inoltre il suffisso -yo come Mayo, il cui suono corrisponde alla lettera gutturale -γ-come nelle parole greche γεμίζω. E così via.
D: Nella prima parte del testo parli di reciproca influenza tra greco e Latino. In cosa si concretizza?
R: La reciproca influenza tra greco e latino si può osservare nelle diverse trasformazioni che hanno subito le diverse parole nel corso di tempo. Nella panoramica fonologica di entrambe osservando certi fenomeni si nota che: liquide e nasali sono stabili come ad es. il greco αγρός, lat. Ager.
Davanti ad un vocale la -s- in greco diventa -h- che si mantiene sotto una forma di un spirito rude ad es.επτά in lat.septem. In un altro caso le labio-velari si trasformano in dentali, quindi troviamo υπαρ-ύπατος (lat.iecur). Le occlusive p, b, t, d, k, g rispondono in greco come: π, β, τ, δ, κ, γ e cosi abbiamo gr. πεκω, lat. pectō, gr επτά lat. septem, gr. ερπω, lat. serpō gr. τείρω lat. tero, gr. δόμος, lat. domus, gr. δέκα lat. decem. Conservazione de prepalatales c,e,g come ad esempio lat. centum, gr ,lat dicere,gr lat genus ,lat agere.
Queste trasformazioni fonologiche tra greco e latino, l’interazione e la connessione tra le parole dimostrano la nostra parentela linguistica, e l’appartenenza comune ad una cultura marcata dagli stessi riti, abitudini, costumi, mentalità.
D: Nella seconda parte sperimenti l’ affinità fonetica tra greco e spagnolo ponendo come punto di riferimento la lingua italiana. A quali risultati sei giunta?
R: In primo luogo il mio lavoro vuole mettere in evidenza la dignità ortografica della lingua spagnola e la sua affinità fonetica con il greco. Ciò che rimane un atto curioso è che nonostante la parentela strutturale tra spagnolo e l’ italiano (entrambe le lingue di origine latina) si nota un affinità fonetica tra greco e spagnolo.Questa peculiarità può sembrare una dimensione interessante per chi si occupa di linguistica per mestiere oppure solo per il fascino e la curisosità di conoscere le radici culturali della nostra origine. Il presente lavoro fornisce un adeguata conoscenza fonetica, ortografica e semantica, perché tende a scomporre ogni parola nelle sue parti (tema, radici, suffissi) mettendo a confronto parole corrispondenti, colte dai dizionari Greco, Italiano e Spagnolo allo scopo di trascrivere e commentare il suono che ogni sillaba produce in ciascuna parola di cui fa parte. Ad es. (gr.)Ολεθρος-pestilenza-pestilencia(lat.pestilentǐa) (gr.)σύγκλιση-convergenza-convergencia(lat.convergĕre) αυστηρότητα-severità-severidad-(lat.sevērus). Il nostro esempio, tratto da un campione di 10.000 parole trascritte vuole mettere in evidenza il fatto che nonostante al livello ortografico lo spagnolo non presenta nessuna somiglianza con il greco il suono prodotto dalla silaba finale dello spagnolo, assomiglia al suono pronunciato dal greco(θ,th,δ). Un fenomeno tale avviene grazie ad alcune influenze che la lingua spagnola subí dallo spostamento dai diversi popoli (Greci, Arabi etc.) e grazie a certi prefissi e suffissi(ciòn,dad,ncia,ado,aje) che vengono aggiunte a certe parole spagnole purchè esse tendono ad indicare:azione,valore,aspetto,luogo,dignità, somiglianza,differenza etc. L’affinità fonetica tra greco e spagnolo viene dimostrata dai singoli suoni che la lingua Italiana non dispone, mentre quella spagnola produce e felicemente corrispondono ai suoni prodotti da alcune lettere del alfabeto greco sono:la dentale θ ε δ,la gutturale χ γ.
In base a questa somiglianza fonetica emerge la parentela linguistica-culturale, in base a cui è stata formata la nostra mentalità, usi costumi, ideologie politiche-sociali-religiose e su questi parametri è stato delineato il nostro temperamento a cui tutti noi popoli residenti nel bacino del Mediterraneo ci identifichiamo.
Angela Allegria
3 maggio 2009
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Maggio 4, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , , , , , , , | Ancora nessun commento.

La Maria Stuarda di Donizetti in scena al Bellini di Catania

Maestosità della scena, cura nei costumi d’epoca, nelle acconciature, fiati giocosi pur in una vicenda tragica, pizzicati degli archi accompagnati da legati sublimi, curata sinergia fra orchestra e cantanti, in una parola coralità: queste le caratteristiche della Maria Stuarda, messa in scena a Catania dal Teatro Massimo Bellini sotto la direzione del regista Francesco Esposito e del Maestro Antonino Fogliani.
La scena si apre come un quadro: il trono, le sbarre di una prigione, e agli estremi di esse due donne, due regine, le protagoniste dell’opera, Maria Stuarda e Elisabetta.
Le due donne sulla scena non si toccano mai, sono divise da una grata, dalle sbarre del carcere, all’interno del quale finisce chi ha meno potere.
Al centro della vicenda la vendetta di due donne per un uomo e per un regno.
La scena per i primi due atti è quasi interamente dominata dalla presenza di Elisabetta, orgogliosa, superba, altera, espressione del potere, ma anche donna innamorata di Roberto, conte di Leicester.
La personalità di Maria Stuarda viene in luce nel primo atto attraverso le parole di Talbot che, dialogando con Leicester la definisce: “Un angelo d’amor, bella qual era, e magnanima sempre”.
Ma più ancora, nel secondo atto è la regina d’Inghilterra a fornire una raffigurazione della rivale a tutto tondo: “È sempre la stessa superba, orgogliosa; coll’alma fastosa m’ispira furor; ma tace; sta oppressa da giusto terror”.
Roberto, sulla scena Alexandru Badeu, innamorato di Maria Stuarda, intercede per lei presso la regina, ma nessuna lite fra donne può essere compensata da un uomo, e in tal contesto la posta in gioco non è solo il cuore di Leicester, ma il potere.
È infatti il potere a muovere ogni azione, ed è su tale brama, sull’idea che il popolo inglese ha della sua regina che Cecil, il tesoriere di Elisabetta, la convince ad emettere la sentenza di morte.
Il terzo atto è dominato dal rosso del sangue che si sta per versare, il rosso del potere che con il sangue si consolida, ribadendo la sua caratteristica di assolutezza: è Elisabetta a legiferare, ad emettere la sentenza, a far eseguire la condanna, è Elisabetta che potrebbe concedere la grazia, ma sa che se lo fa, il suo potere non sarebbe incontrastato.
In correlazione al rosso sta il nero alla consegna della sentenza.
Fra questi due colori emerge la luce della fede che accompagna la regina cattolica alla scure.
Il contrasto religioso fra cattolici e protestanti non è ignorato dalla regia: accanto alla preghiera di Maria Stuarda che perdona anche chi la priva della vita, cavalieri e dame indossano un crocifisso rappresentando la Scozia cattolica.
Ciò si coglie anche negli ultimi versi “Or su l’Angla la pace è sicura”, unico regno, unica fede.
Un crescendo di toni accentua la drammaticità della esecuzione, l’uso delle percussioni scandisce, esalta i momenti intensi della vicenda.
La sincronia vocale fra i protagonisti e fra questi ed il coro è eccellente. Sublime l’interpretazione di Maria Costanza Nocentini che ha fatto rivivere Maria Stuarda, buona anche quella di Maria Pia Piscitelli, Elisabetta.
Accorato ed appassionato Alexandro Badeu nel ruolo di Leicester, accompagnato da un profondo Enrico Turco, Talbot.
Sensibile alla musica, alle parole, alla scena, preciso, coinvolto e coinvolgente il maestro Fogliani ha diretto con maestria l’orchestra del Teatro Massimo Bellini.
L’arpa nella preghiera della regina di Scozia prima sussurrata, aumenta di intensità per sottolineare il vero potere, il vero trionfo: colei che, innocente, viene sacrificata.
Angela Allegria
25 marzo 2009
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Marzo 26, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , , , | Ancora nessun commento.

9 maggio 1978: la notte buia dello stato italiano

“La notte buia dello Stato italiano”, questo il titolo della conversazione, ha visto un dialogo fra il pubblico e Carlo Ruta per gli aspetti storici, il regista Alfio Scuderi, che ha diretto lo spettacolo “9 maggio 1978”, e gli attori Paolo Briguglia ed Andrea Tidona, interpreti de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana.
“Dopo il 9 maggio 1978 niente fu più come prima” spiega Alfio Scuderi, il quale pone l’accento sul dato emozionale, sulle testimonianze che mette sulla scena al fine di comprendere che aria si respirava in quel periodo anche alla luce dei due film “Buongiorno Notte” di Marco Bellocchio e “I cento passi” di Giordana.
“Attraverso questo spettacolo – continua –  cerchiamo di riportare l’attenzione su quella giornata: le lettere di Moro, la telefonata dei brigatisti, la testimonianza di un membro delle Brigate Rosse. Da tali spunti nasce un percorso emotivo, non storico, che racchiude le figure di Moro e di Peppino Impastato comunicando emozioni sia con i testi che con la musica. In tal modo si percepisce, inoltre, come l’arte, il teatro, il cinema, possano contribuire a non far dimenticare, a mantenere viva la memoria”.
Sul ruolo della memoria affidato anche al cinema torna il giovanissimo Paolo Briguglia, il quale esordisce dicendo “Agli attori siciliani viene spesso chiesto di partecipare a film sulla mafia. D’istinto dico di no, preferisco le commedie, le trame divertenti. Ma, dopo il rifiuto iniziale si fa strada in me la presa di coscienza, la volontà di aggiungere tasselli al mosaico della memoria, per ricordare, per non far dimenticare”.
L’atmosfera legata alla percezione degli eventi da parte della gente comune è raccontata da Andrea Tidona, il quale ricorda come alla notizia del sequestro Moro fosse sceso in piazza Duomo a Milano per cercare il contatto con la gente aspettando l’evolversi degli eventi.
Le parole di Tidona esprimono una certa, costante, cruda amarezza: “Mi emoziona la responsabilità di interpretare Falcone, Chinnici, ma mi rattrista il fatto che, nonostante questi siano morti, nella gente non è cambiato niente. Personalmente realizzerei un film non su Riina o Provenzano, ma sulla mentalità mafiosa, sulla gente che mette l’etichetta eroe con riferimento a Falcone, a Borsellino, che, seppure persone eccezionali, sono state persone normali, persona capaci di compiere il proprio dovere”.

L’inquadramento storico è stato affrontato da Carlo Ruta, storico, scrittore, giornalista, il quale ha posto l’accento sulle differenze fra le due storie che tuttavia possono considerarsi parallele, accomunate dallo stato di necessità che ne determina l’epilogo: sia Aldo Moro che Peppino Impastato avevano comportamenti, atteggiamenti che contrastavano con il potere, quello politico imposto dal patto atlantico il primo, quello mafioso il secondo.
In un contesto statale caratterizzato da una divergenza verticale data dal governo ultratrentennale delle DC nel quale il PC, pur liberandosi dall’influenza sovietica, non dava piena fiducia agli Stati Uniti, Moro proponeva la politica delle divergenze parallele e l’apertura alla sinistra non solo socialista, ma anche comunista. Lo stesso giorno che Moro veniva ucciso in Italia si stava preparando un governo democristiano con l’appoggio esterno del PC. Ciò poteva essere condiviso da alcune fazioni del potere, ma non da altre.
“L’assassinio di Moro per mano delle Brigate Rosse – afferma Carlo Ruta – nasconde qualcosa di molto più complesso. Risulta impensabile che i Servizi Segreti sia italiani che americani non sapessero nulla. I quarantacinque giorni dal rapimento allo assassinio hanno dimostrato ciò perché le Brigate Rosse si sarebbero accontentate non del riconoscimento ufficiale chiesto all’inizio, ma solo della liberazione di due o tre persone, di un atto di generosità da arte dello Stato. Ciò si evince dalle testimonianze di alcuni brigatisti pentiti. La morte di Moro è quella di un soggetto che si è messo di traverso”.
Peppino Impastato aveva vissuto la mafia perché essa era nella sua famiglia, tuttavia era figlio del suo tempo giacché lottava contro l’autoritarismo. Egli compier una rottura totale: uccidere dentro di sé l’idea di mafia, compiendo in tal senso un “parricidio ideologico”.
Il contesto mafioso in quegli anni presentava una crisi di trasformazione che, dopo la guerra di mafia degli anni Ottanta avrebbe portato ad un cambiamento nelle coordinate dell’associazione.
Negli anni precedenti la mafia poteva contare sul grande contrabbando, sui proventi derivanti da questo e che dovevano essere reinvestiti nella cementificazione della Conca D’Oro, sul contatto con la politica per l’accaparramento degli appalti.
Già nel 1978 si intravedono i primi segni della guerra di mafia che si svolgerà negli anni Ottanta.
In tale contesto si assisteva ad una vicenda anomala: una famiglia mafiosa che prima si stacca da essa per poi rinnegarne per intero la matrice.
Il 19 marzo 1978 si riunisce la Cupola per discutere del rapimento Moro. Pippo Calò sostiene che bisogna far intervenire Buscetta, detenuto nel carcere di Torino (stesso istituto penitenziario in cui erano reclusi alcuni membri di spicco delle BR) per chiedere i membri da liberare.
In seguito la mafia non decide di interferire, come fece anche lo Stato.
Angela Allegria
23 marzo 2009
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Marzo 23, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , , , , , | Ancora nessun commento.

Le altre siciliane: due parole con l’autore. Intervista a Giacomo Pilati

A Modica per presentare il suo ultimo libro “Le altre siciliane. Dodici storie vere”, Giacomo Pilati, scrittore, giornalista siciliano racconta la sua esperienza letteraria e umana all’interno dell’universo femminile presentando figure di donne coraggiose, “ribelli”, protagoniste del proprio destino.
Presso il teatro Garibaldi si è svolta domenica 8 marzo una serata dedicata alla letteratura, al teatro, alla cultura in genere, organizzata dalla Università delle Tre età.
Uno spettacolo diviso in due parti: una teatrale, a cura della Compagnia del piccolo teatro, ed un dibattito. Sotto la regia di Marcello Sarta, Fatima Palazzolo ha interpretato Margherita Asta facendo rivivere il dramma di una bambina in seguito alla strage di Pizzolungo in un silenzio quasi surreale.In seguito un dibattito ha visto le parole di alcune donne impegnate nel sociale, nell’imprenditoria, nella vita politica, nella libera professione.
A far da cornice l’intervento musicale di Gianluca Abbate al pianoforte e la voce di Flora D’Angelo.
A Giacomo Pilati, giornalista di carta e di televisione, scrittore, abbiamo fatto qualche domanda.

D: Giacomo, chi sono le protagoniste del tuo libro?
R: L’idea nasce da alcune interviste che ho svolto circa dieci anni fa per una trasmissione che si chiama proprio “Le Siciliane”. Si trattava di 15 storie di donne che mi hanno colpito, mi sono sembrate così importanti da bloccarne la memoria con l’inchiostro piuttosto che affidarle alla televisione che, come sappiamo, le frammenta con la pubblicità, o affidarle a un giornale che dopo un periodo di tempo scade. Allora mi sono detto che l’unico modo per rendere loro una parola dimenticata e vera era di affidare tali storie ad un libro. Da qui è nata l’idea de “Le Siciliane”che racconta storie di donne coraggiose: qualche sconfitta, qualche vittoria, ma comunque donne  che hanno sempre deciso da sole e hanno pagato in prima persona le loro decisioni.
La prima storia è quella di Felicia Impastato che ho avuto la fortuna di conoscere prima che esplodesse il caso Impastato con il libro “I cento passi” di Marco Tullio Giordana. Questa donna rappresenta il volto femminile che non si arrende con i suoi silenzi che diventano urla, le sue pause che sono brividi sulla schiena, le sue parole che trasmettono forti emozioni.
Un’altra storia è quella di Rita Bartali Costa, la moglie del giudice Gaetano Costa, una vicenda di giustizia portata avanti fino alle estreme conseguenze.
Accanto a queste anche storie sconosciute raccolte nella Sicilia più recondita, più nascosta come la storia di una pastora di Castelbuono, figlia unica di un allevatore, costretta a portare al pascolo gli animali per mantenere la famiglia. Nonostante questo non aveva rinunciato del tutto alla propria femminilità perché covava un sentimento d’amore per un compagno che non vedeva più da trent’anni, ma di cui conservava gelosamente un bigliettino nonostante ormai fosse attempata, rugosa, trasformata dalle sofferenze di quella vita.
Poi la storia di Rosalinda Di Gregorio, affetta da sclerosi multipla, che con la sua forza e il suo coraggio aveva cambiato il destino della sua malattia, imponendosi una forza straordinaria di resistenza attiva, la vicenda della catanese Rosa Martino, con la passione del canto, costretta a dimenticarla per aver sposato un barone che riteneva scandaloso quel passato.
Sono tutte storie che mi hanno appassionato.

D: E “Le altre siciliane”?
R: Dieci anni dopo, l’editore, Salvatore Coppola, mi aveva proposto di ripubblicarle, magari ampliandole. In quel momento ripensai a dodici storie che mi erano rimaste fra le dita: da lì nasce “La altre siciliane” che hanno un ritmo narrativo diverso rispetto alle prime. Infatti, mentre le prime nascevano come interviste destinate alla televisione convertite, tradotte in racconto, questa volta, invece, sono passato dalla sceneggiatura al racconto. Ho cercato di creare una sorta di trasposizione emozionale: le storie sono vere, sono quelle dei loro racconti, ma poi io ho inserito gli aggettivi, i sostantivi, ho aggiunto le mie emozioni, le mie sensazioni dando voce anche ai loro silenzi.
Anche in questo caso si tratta di storie di coraggio, di sconfitte, vicende bizzarre che mi hanno permesso di viaggiare all’interno dell’universo inesplorato femminile.
Ogni storia è un ritratto e non è casuale che ad ogni racconto si accompagni un’immagine fotografica. Come un fotografo ho cercato di cogliere un momento, un punto di vista, un profilo, un taglio di luce, per questo non ho voluto raccontare tutta la vita delle donne intervistate, ne ho narrato solo un pezzo, il ritaglio che più mi è piaciuto, che più mi ha emozionato.
Fra queste c’è la storia di Margherita Asta, che ha perso la sua famiglia alla fine del 1985 a Trapani e che ho avuto la sventura di vivere in prima persona perché ha rappresentato il mio debutto nel mondo giornalistico, la storia di Libero Grassi attraverso le parole della moglie Pina, la storia di una baronessa catanese che scopre la “stanza dello scirocco”, una costruzione realizzata da un suo avo, seppellita però in un terreno perché in realtà era una garconnière di cui i discendenti provavano vergogna, lei ne fa il punto di maggiore attrazione del suo agriturismo, oppure Amelia Scimone, sorella del re della dolcevita taorminese, la quale ha ora novanta anni e racconta come intendeva da giovane la libertà non solo spirituale ma anche sessuale, Bice Mortillaro che ha creato nel quartiere Zen di Palermo un gruppo che lavora a servizio del quartiere, una ludoteca, dei laboratori per le donne che possono condividere insieme dei progetti, Caterina Milana, la quale ha rinunciato alle sue fortune per costruire case in tutto il mondo per i bisogni degli ultimi, creando in Brasile un villaggio che è diventato un comune che le ha dedicato la piazza principale.

D: Le storie che racconti seguono una sorte di iter logico oppure no?
R: Si tratta di storie che mi hanno colpito, non avevano una loro progettualità, non un obiettivo. Le ho raccontate perché sono convinto che ciascuna donna abbia storie eccezionali da raccontare, basta posizionarsi all’ascolto e tirarle fuori. Sono delle storie d’amore, di grande passione, non per gli uomini ma per la vita.

D: Alla luce di questo esiste ancora oggi in Sicilia, in Italia la distinzione netta fra uomo e donna?
R: In questi ultimi cinquanta anni la donna ha fatto molti più passi dell’uomo, ha conquistato nuove posizioni, è uscita di casa, ha fatto tante cose, mentre gli uomini sembra che non si siano mossi neppure di un centimetro. Il problema è che la donna non è riuscita ad interferire nella politica, laddove si prendono le decisioni, dove effettivamente le cose si possono cambiare. Vi è però ancora un problema per le donne, soprattutto in Sicilia mancano asili nido, mancano scuole a tempo pieno, strutture idonee per poter supportare la libertà delle donne che devono scegliere fra la casa e l’imprenditoria o l’impiego. Questo, secondo me, è un bivio tremendo per le donne.
Il quadro generale è se vuoi sconfortante perché soprattutto in Sicilia esiste ancora una società patriarcale costruita dagli uomini. Le storie che ho raccontato nei due volumi costituiscono ancora oggi delle eccezioni alla regola, rappresentano delle urla, delle ribellioni a tale tipo di società. Però in fondo a questo tunnel c’è una grande luce: i passi che vengono fatti velocemente. La cosa che ci auguriamo tutti è vedere un coinvolgimento maggiore delle donne affinché le cose vadano meglio.

D: Come vedi il futuro della donna siciliana?
R: Non lo so, io purtroppo sono pessimista, secondo me ci sono difficoltà per il futuro sia delle siciliane che dei siciliani. Ribadisco che fino a quando non ci saranno delle sovrastrutture capaci di sopportare l’impegno delle donne fuori casa la figura della donna sarà sempre difficile da proiettare avanti. Occorre cambiare questa società. Io penso che la società siciliana diverrà migliore se diverrà un po’ più femmina.

Angela Allegria

11 marzo 2009

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Marzo 11, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , , , , , | Ancora nessun commento.

Modica e la Sicilia attraverso gli occhi di un attore. Intervista ad Andrea Tidona

In un pomeriggio di marzo, innanzi ad un tazza di cioccolata calda modicana, ho incontrato Andrea Tidona. Lo stimato attore modicano è giunto nella sua città natale per assistere alla processione della Madonna Vasa Vasa e per trascorrere nella sua Modica qualche giorno di vacanza.
Andato a Milano agli inizi degli anni Settanta Andrea Tidona ha iniziato la sua carriera artistica che lo vede oggi attore di teatro, di cinema, di televisione, oltre alla partecipazione a musical e monologhi.
Attento nella recitazione, sensibile nella ricerca interiore dei personaggi che presenta al pubblico, coinvolgente nella interpretazione, Andrea Tidona sente la forza della semplicità che lo caratterizza.
Di recente su Rai Uno col film “Il coraggio di Angela” ha accettato di rispondere a qualche domanda per Modica Info.

D: Andrea, quando e come ha sentito il demone del teatro?

R: Avevo 8 anni credo quando recitavo innanzi allo specchio della camera da letto dei miei genitori. Mio padre da piccolo mi portava al cinema a vedere i film che vedeva lui: western, mitologici ed altri di cui non capivo nulla. Io mi impaurivo innanzi a sparatorie, combattimenti, sfide, duelli, spade, sangue. Mio padre mi diceva di non aver paura perché “sono attori, non sono veri” ed io guardavo le scene con la certezza che prima o poi avrei dovuto scoprire il trucco, avrei dovuto accorgermi che non si trattava di un re vero o di un vero cow-boy, bensì di uno che faceva finta. Invece questo non accadeva mai. Così ho provato a mettermi innanzi allo specchio di casa e a provare a fare quello che facevano gli attori del cinema.
Crescendo c’è stata la possibilità con alcuni qui a Modica, con Giorgio Sparacino, di fare delle commedie. Così ho cominciato veramente a recitare, a stare sul palcoscenico, sempre a livello di divertimento. In tal modo la mia passione per il teatro aumentava sempre di più, ma non avrei mai pensato di fare l’attore di professione.
Dopo il diploma andai a Milano, ma mi dispiaceva il fatto che non avrei mai più recitato perché lasciavo gli amici qui a Modica. Lì però l’università non mi piaceva, l’idea di chiudermi in un ufficio non mi andava. Così chiesi a me stesso cosa volevo fare davvero e mi risposi che mi sarebbe piaciuto fare l’attore.
In quegli anni scegliere di fare l’attore era difficile e in più c’era il timore di parlarne a mio padre.
Poi sono stato ammesso all’Accademia e allora ho iniziato la carriera teatrale.

D: Attore di teatro, cinema, televisione: quale sente più vicina?

R: Credo sia una questione di periodi storici. In questo periodo mi piacerebbe fare bene il cinema anche se la televisione è anch’essa cinema, entrambi sono cinema. Il problema è che il cinema presenta un’organizzazione diversa, tempi più comodi, possibilità maggiore di entrare in fondo al personaggio rispetto che sul piccolo schermo. Spesso sono i registi stessi della tv a dire di mantenersi sulla superficialità. Io sono stato fortunato perché ho interpretato in film come “Paolo Borsellino”, “Il coraggio di Angela”, “Il capo dei capi” dove c’è pregnanza, ci si riferisce a fatti storici e lì non si può bleffare. Guarda caso i registi di tali film hanno fatto anche cinema.
Il primo amore però non si scorda mai: il teatro, perché la gioia di recitare davanti ad un pubblico è unica. È il pubblico che ti dà energia, mentre la macchina da presa no, anzi, prosciuga la tua energia. Purtroppo oggi il teatro è molto mal ridotto rispetto a quando ho cominciato io. 

D: Prima ha fatto riferimento ai ruoli di Rocco Chinnici in “Paolo Borsellino” e Giovanni Falcone in “Il capo dei capi”. Da siciliano, da modicano, cosa ha provato nell’interpretare tali ruoli?

R: Ciò che si prova è duplice: da un lato una grande emozione, una gioia per il piacere di ridare vita a questi personaggi, dall’altro rabbia per come sono andate le cose storicamente e come continuano ad andare ancora oggi. Ci sono momenti emozionali quando questi uomini vengono uccisi, ogni tanto momenti rievocativi, ma “a stutata i cannili” tutti tornano alla loro vita riprendendo il solito malcostume di sempre. Come diceva Falcone “Non c’è nulla da fare, la Sicilia è una società con mentalità mafiosa”, distinguendo fra mafia come organizzazione dalla mentalità mafiosa.
Ma quando si parla di mafia bisogna parlare anche di antimafia: sono gli stessi siciliani a ribellarsi ad essa. Falcone era di Palermo, Chinnici di Misilmeri, Basile di Catania, non dobbiamo mai dimenticarlo!
Spesso però l’antimafia non è supportata dal governo centrale ed è per questo che soccombe, perché è abbandonata, destinata ad essere isolata dall’autorità centrale che non l’ha messa nella possibilità di andare fino in fondo nella loro strada.

D: “I centopassi”, “La meglio gioventù”, “Quando sei nato non puoi più nasconderti”, tutti film di Marco Tullio Giordana nei quali il regista ha affrontato i temi della mafia, del terrorismo, dell’immigrazione clandestina. Ora un film sulla comunità di Nomafelfia nel quale interpreta Don Zeno. In qualità di attore come riesce a porgere tali tematiche sociali in maniera semplice al pubblico?

R: Penso che ogni atto umano sia semplice, non superficiale, non bisogna confondere. Per me non è uno sforzo raggiungere la semplicità, mi aiuta anzi a stabilire un contatto umano col personaggio che interpreto. Mi ritrovo nella semplicità dei personaggi che ho interpretato, nella loro capacità di andare oltre le dottrine spicciole, oltre le ideologie, i loro mestieri, oltre le divise: essi sentono che lo spessore umano va oltre ed hanno la capacità di essere aperti. Essi sono semplicemente uomini, appartenenti alla “razza umana” come disse Eistein al suo arrivo in America rispondendo ai giornalisti che lo interrogavano sulle leggi raziali.
D: Ne “Il 7 e l’8” di Ficarra, Picone ed Avellino ha rincontrato Beppe Caschetto, suo conterranero. Come è stato lavorare con un altro modicano?

R: Purtroppo ci siamo conosciuti dopo. Io avevo sempre sospettato che Beppe fosse modicano, ma durante la lavorazione capitava che quando io ero a Modica perchè ero libero dal set lui era a Palermo e viceversa. Io sapevo che lui era bolognese, ma avevo questo forte sospetto derivante dal nome.
Quando siamo arrivati all’anteprima ci siamo incontrati e lui mi disse: “Ma tu lo sai che ho visto il film con una compagna di scuola di tua sorella che è mia cugina?”. Mi ha fatto molto piacere, è stata una cosa molto carina. É stato inoltre divertente fare il film con Ficarra e Picone i quali sono personaggi deliziosi. Altra cosa piacevole è stata vedere lo stupore della gente palermitana per il mio ruolo in una commedia, la stessa gente che mi vedeva sempre lì per girare film di mafia.
D: Ha interpretato don Calogero Vizzini nel musical “Salvatore Giuliano” di Pagliese. Posso chiederle cosa pensa della vicenda di Salvatore Giuliano?

R: Da un punto di vista del malcostume personalmente penso che Giuliano sia il classico esempio dello Stato che usa tutto, banditi, paesi, qualunque cosa a proprio vantaggio in un contesto internazionale caratterizzato dal blocco dell’Est, dal blocco dell’Ovest.
In un momento in cui la Russia e gli Stati Uniti cercavano basi l’una contro l’altro, nel momento in cui la Russia si alleava con Cuba e gli Stati Uniti cercavano una base in Italia contando sull’idea indipendentista della Sicilia, Salvatore Giuliano si trovò in un gioco molto più grande di lui.
Fin quando ha fatto comodo la leggenda di Giuliano è stata aumentata facendo sì che lui somigliasse ad un Robin Hood, dopo, quando non serviva più è stato fatto fuori. E la cosa più curiosa è stata quella che Carabinieri e Polizia facevano a gara per chi lo prendesse prima.

D: Il rapporto con la sua Modica. Si dice che quando l’ha lasciata ha giurato di non volerci più tornare. Ora, col passare del tempo, che legame si è instaurato con la sua città natale?

R: Il rapporto con Modica è legato ai miei genitori, ai miei parenti. Quando la lasciai, nel 1971,  sentivo il richiamo della del sessantotto e l’attrazione della città era viva. La voglia di andar via era forte. Il legame con la famiglia però rimane e piano piano sentì il richiamo delle radici. Impossibile per motivi di lavoro vedermi lontano dalla città, ma quando posso sento l’esigenza di tornare a casa mia, a Modica.

Angela Allegria

30 marzo 2008

In www.modica.info

Marzo 11, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , , , , | Ancora nessun commento.

Giovani talenti modicani crescono: intervista a Riccardo Tona

Modesto, timido e riservato, simpatico e grintoso sulla scena, Riccardo Tona calca le scene rivestendo ogni ruolo

Giovane artista modicano, fondatore di una compagnia teatrale, la Hobby Actor (s), Riccardo Tona si cimenta nei vari ruoli del teatro passando dall’attore al regista allo scrittore di racconti.
Classe 1983, fin da piccolo coltiva la passione del cinema e del teatro. Già a 12 anni scrive la sua prima piccola sceneggiatura.
Laureato in Scienze dell’amministrazione e del Governo, debutta il 26 gennaio 2001 al teatro S. Anna con la commedia “Bar Italia”, storia dei costumi italiani rivisti attraverso le vicende di singoli personaggi, episodi separati, ma che si intrecciano fra loro.
Nel 2005 pubblica “Negativi”, edito da De Falco, una raccolta di racconti. Nello stesso anno esce il cortometraggio “L’apparenza inganna”, proiettato al Festival del Cinema di Roma nel 2006 ed in concorso per “I corti 2006”.
Nel 2008 “Proprietà commutativa”, il suo secondo corto con Piero Pisana e Fatima Palazzolo.
Un giovane modicano pieno di idee da realizzare, di volontà e di capacità. Forse un po’ troppo modesto, ma grintoso e con l’obiettivo di migliorarsi sempre di più.
Ma parliamone con lui.
D: Riccardo, come nasce la passione per il teatro?
R: Un anno che facevo Grest dalle suore mi sono trovato a dover organizzare una serata per i genitori dei bambini. Nello stesso periodo avevo cominciato a scrivere una commedia: “Bar Italia”.
Una ragazza mi ha convinto a mettere in scena il mio lavoro ed il 26 gennaio 2001 debuttò con la compagnia Hobby Actor (s). Da quel momento è iniziata l’avventura della compagnia, si sono aggiunti nuovi membri, ma sostanzialmente i vecchi compagni sono rimasti.
D: Parlaci delle commedie che metti in scena: quali sono i temi, come ti approcci ai testi, come le prepari.
R: A dire il vero non scelgo i testi in base ai temi che affrontano, mi piace molto sperimentare, mi piace fare di tutto, dalla commedia dialettale alla commedia in lingua, come l’ultima di Ray Cooney “Se devi dire una bugia dilla grossa”, un testo molto complicato e al tempo stesso molto divertente! Ecco a me piace variare, non dedicarmi solo ad un tipo di commedia. Penso che sia un buon modo per crescere per una compagnia emergente! E prima o poi mi piacerebbe fare qualcosa che punti al drammatico.
D: Attore e regista: in quale dei due ruoli ti vedi di più e perché?
R: Sinceramente come regista, perché cerco di mettere in scena uno spettacolo per come io lo vorrei se ne fossi spettatore. Inoltre da regista provo tutte le parti degli attori: si tratta di un connubio inscindibile.
Anche fare l’attore mi piace parecchio perché posso comportami sul palco in modo diverso da come effettivamente sono, come ad esempio il “Rompiballe” nell’omonima commedia.
D: In che modo comunichi con i colleghi nella veste di regista?
R: La parola regista è troppo. Io non sono un regista, sono un ragioniere, nemmeno praticante, che prova ogni tanto a giocare a fare la regia di qualche spettacolo. Quando con gli altri ragazzi mettiamo in scena qualche commedia cerco di spiegare loro come vedo i personaggi e le scene.
Molto cambia da attore ad attore, nel senso che c’è qualcuno che dà il massimo se gli si lascia molto spazio. In quel caso mi limito a dare solo qualche indicazione lasciandolo abbastanza libero di crearsi il loro personaggio. C’è, invece, chi dà il meglio se è seguito in tutto nella creazione del personaggio. In questo caso insieme cerchiamo di costruire il personaggio, pezzo per pezzo, dai toni della voce ai dai movimenti.
D: E da attore?
R: Da attore mi piace molto interpretare personaggi che sono lontani da me anni luce! E mentre proviamo chiedo sempre agli altri come vedono il mio di personaggio visto che magari a me può sfuggire qualcosa.
D: Non solo teatro ma anche cinema.
R: Sin da piccolo sono sempre stato attratto dal cinema. Ho visto tantissimi film. Un professore una molta mi ha invogliato a scrivere, poi mi è capitato di leggere una sceneggiatura, quella di “Johnny Stecchino”, e da lì è cominciato tutto. Ho scritto la sceneggiatura per realizzare il mio primo corto “L’apparenza inganna” nel 2005.
D: Hai già realizzato due corti: da cosa traggono spunto e cosa vuoi comunicare?
R: Il primo corto “L’apparenza inganna” mi è venuto in mente pensando a come è la società oggi, nella quale tutto è basato sull’immagine ed ho voluto raccontare una storia in cui si mette in risalto come l’apparire non sempre fornisce la chiave di lettura giusta del reale.
Il secondo corto, “Proprietà commutativa” non vuole comunicare proprio niente. Si tratta di un altro genere, comico. L’idea nasce dal voler riproporre un tipo di comicità vecchia, se così si può dire, una comicità basata sull’azione e non sul dialogo. Per questo ho voluto con me Piero Pisana che è un ottimo caratterista.
D: Sei un artista poliedrico. Nel 2005 (verificare se la data è giusta) hai scritto “Negativi”, il tuo primo libro di racconti. Perché dedicarsi ai racconti?
R: Innanzitutto anche la parola “artista” forse è un po’ troppo, diciamo che sono uno che fa tutto quello che gli piace senza saperlo fare! Non c’è un motivo particolare per cui mi sono dedicato ai racconti. A me piace raccontare delle storie e i modi per farlo sono tantissimi. Quando ho scritto questi racconti non pensavo minimamente di pubblicarli, ma il caso ha voluto che incontrassi un editore con una grande voglia di novità (che purtroppo non c’è più!) e mi ha voluto pubblicare questo libro! Ma non era assolutamente nelle mie intenzioni!
D: Quale racconto tieni di più nel cuore e perché?
R: Sinceramente non saprei rispondere a questa domanda, nel senso che sono affezionato a tutti quei racconti, non riesco a sceglierne uno! Tutti quelli che hanno letto il libro mi hanno detto che è piaciuto molto “Merenda per pesci”. Il perché non saprei bisognerebbe chiedere a loro!
D: Mi hanno da poco detto che ti sentiremo anche alla Radio. In che ruolo?
R: Quello della radio è un progetto che abbiamo portato avanti con due cari amici, Giorgio Di Martino e Marco Giurdanella. Inizieremo il 14 Marzo su RTM dalle 15:30 alle 16:30 tutti i sabati andremo in onda per, se mi passate il termine, cazzeggiare! Non so cosa faremo esattamente, ti posso dire che il titolo è “Senza nulla a pretendere” quindi non abbiate pretese!
D: Progetti futuri cinematografici, teatrali, letterari, artistici?
R: Fra i progetti futuri c’è sicuramente una nuova commedia teatrale che spero di portare in scena ad agosto, e dei nuovi cortometraggi di cui però questa volta mi dedicherò solo alla recitazione mentre la regia sarà curata da Francesco Turlà, un altro modicano in questo campo in gamba.
Angela Allegria
5 marzo 2009
In www.modica.info

Marzo 6, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , , | Ancora nessun commento.

Faccia a faccia con l’amico del Commissario Montalbano. Intervista a Cesare Bocci

Ha esordito come attore di teatro all’età di ventitré anni con la Compagnia della Rancia di Tolentino e sul grande schermo nel film “L’Aria serena dell’Ovest” di Silvio Soldini, a cui sono susseguiti tanti altri fra cui Comunque mia” con Sabrina Paravicini e Francesco Martino, “L’amore non basta” per la regia di Ricky Tognazzi.
Per la televisione ha interpretato il capitato Emanuele Basile in “Giovanni Falcone” per la regia di Andrea ed Antonio Frazzi, è presente in “Elisa di Rivombrosa” e “Terapia d’urgenza” in cui qualcuno l’ha voluto paragonare al George Clooney di “ER”.
Impegnato nel sociale, scherzoso, solare, questo ed altro è Cesare Bocci, diventato popolare nell’interpretazione di Mimì Augello de “Il Commissario Montalbano” per la regia di Alberto Sironi.
D: Interpreti un collega ma anche un amico del Commissario Montalbano, un personaggio dal carattere totalmente diverso. Come ammesso da Montalbano stesso sei più acuto di lui nel ragionamento e spesso questo ti discrimina perché Montalbano ti toglie il caso. Come è il rapporto fra Mimì Augello e Salvo Montalbano?
R: Il rapporto tra loro si sviluppa su due piani. Quello dell’amicizia, unica e esclusiva. Mimì è l’unico amico di Montalbano e Montalbano è l’unico amico di Mimì. Poi c’è il lavoro: li ci si scorna pesantemente. Non c’è mai pace tra di loro, anche se alla base c’è una stima reciproca fortissima. E alla fine i risultati li ottengono insieme.
D: E fra Cesare Bocci e Luca Zingaretti? E con gli altri personaggi tipo Fazio, Catarella?
R: Fra Luca e me c’è un rapporto di collaborazione totale, anche se a volte non la pensiamo alla stessa maniera sullo sviluppo di alcune scene. Ma anche qui, la stima reciproca, rende tutto risolvibile. E così è con tutti gli altri componenti del cast, Fazio, Catarella etc. È questa perfetta amalgama che, oltre alle sceneggiature uniche, ad una regia impeccabile, ha reso Montalbano grande. Siamo stati tutti fortunati a far parte di questo progetto.
D: Quale episodio della serie ti è particolarmente caro e perché?
R: Sono molto legato ai primi episodi della serie, forse proprio perché erano i primi, perché stavamo tutti scoprendo e creando sfumature che poi sono diventate la norma. C’era un entusiasmo in tutto il gruppo che singolarmente come professionisti non avevamo mai provato. Non che ora non ce ne sia più, ma dopo dieci anni, ci siamo abituati. Tutto viene naturalmente, quasi senza fatica.
D: Girando gli episodi de “Il commissario Montalbano” hai avuto modo di entrare in contatto con i siciliani e la Sicilia. Cosa pensi di loro e della Sicilia? Posto preferito?
R: Conosco profondamente la Sicilia e ne sono profondamente innamorato. La prima tournèe teatrale della mia carriera l’ho fatta in Sicilia. Eravamo un gruppo di giovani attori che aveva appena fondato la Compagnia della Rancia. Non avevamo una lira, ma in tasca avevamo la promessa di dieci spettacoli in giro per l’isola. La prima serata venne rimandata e io andai a pescare al molo di Marsala. Non presi nulla e quel giorno a pranzo mangiammo in sei mezzo chilo di spaghetti, aglio e olio, ma in compenso la notte mi venne la febbre per l’ustione che il sole a picco mi aveva regalato. Da quel giorno il mio rapporto con la Sicilia e i Siciliani non si è mai interrotto. Sono passati 25 anni, e ogni volta che passo lo stretto, sento profumo di casa.
D: Ci saranno altri episodi della serie?
R: Si, credo ci saranno altri episodi… vedo che Camilleri continua a scrivere. Ma non so quali e quando si faranno.
D: Una domanda per il pubblico femminile: negli ultimi episodi Montalbano sembra non resistere più al fascino femminile. Pensi che durerà o che metterà la testa a posto e sposerà Livia?
R: Se posso essere sincero, spero che non durerà e avrei voluto non fosse mai iniziata questa fase “machista” di Salvo Montalbano. A me piaceva il commissario incorruttibile e irraggiungibile, era questo che lo distingueva da tutti.
E poi, scusate, ma il “femminaro” era Mimì o no? Le “fimmine”, tutte, di proprietà sua esclusiva debbono rimanere!
D: Hai iniziato come attore teatrale. Quale è la tua idea di teatro?
R: Il teatro è quel luogo dove si sceglie di andare a passare una serata diversa in toto da tutte le altre, dove si va per guardare gente in carne ed ossa che ci vuol far credere che quello che rappresentano è vero, e noi, se ci lasciamo andare riusciamo a coglierla quella verità. È in quel momento che il gioco del teatro è riuscito.
D: Preferisci il teatro o la tv? Perché?
R: Non ho preferenze tra teatro e TV. Sono due cose completamente diverse, emozionanti per me che le faccio in due modi diversi. Di sicuro non amo le brutte cose, che siano di teatro o in TV.
D: Come fai ad entrare nel personaggio che devi interpretare?
R: Ci sono delle tecniche per entrare nel personaggio Io, come ho già detto, non ho studiato molto e me ne pento, per questo mi appoggio alla lettura critica del personaggio e all’istinto. Sono un istintivo, non potrei fare altrimenti
D: E con Mimì Augello?
R: Con Mimì sono stato fortunato, c’era poco da analizzare. L’analisi l’aveva fatta già Camilleri, era perfetto il suo personaggio. A me è bastato dargli la voce.
D: Cosa ti piace di lui e cosa no? Cosa c’è di Cesare in Augello? E di Mimì in Cesare?
R: Di Mimì a me piace tutto. La sua leggerezza, il suo essere combattuto tra fedeltà e tradimento, l’amare incondizionatamente la donna, il suo essere un poliziotto onesto.
Quanto Mimì mi assomigli? Non posso dirlo, sono un uomo impegnato.
D: Progetti futuri cinematografici, teatrali, umanitari?
R: Il futuro si sta progettando in questi mesi per il nostro settore, che è in crisi come gli altri. Si concretizzerà verso la Primavera. Ho appena finito due puntate per RAI 1 su San Agostino. Il teatro spero di poterlo fare nella prossima stagione, cioè da Ottobre in avanti, con un progetto ambizioso, del quale ancora non posso parlare.
Progetti umanitari? Collaboro con ANFASS, associazione di famiglie con figli disabili intellettivi e relazionali. Stiamo costruendo l’ampliamento di una struttura che accoglie già una media di 50 tra bambini e adulti ogni giorno. È un’opportunità preziosa che mi stata offerta per mettere servizio la mia popolarità e della quale debbo ringraziare Marco Scarponi uno dei soci fondatori dell’ANFASS di Macerata.
Angela Allegria
29 gennaio 2009
In www.modica.info

Gennaio 29, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , , , | Ancora nessun commento.

La Medea apre la stagione lirica del Teatro Bellini di Catania

Dopo la prima ed unica esecuzione il 30 gennaio 1981 torna a Catania la Medea, opera in tre atti di Luigi Cherubini con libretto di François Benoit Hoffmann in traduzione italiana di Carlo Zangarini per la regia di Lamberto Puggelli.

La scena si apre con un telo bianco che, come la vela di una nave, porta lo spettatore dal teatro Bellini, in Grecia, dentro un teatro antico.

Come in un sogno il regista Lamberto Puggelli tesse la trama del racconto a cui il direttore d’orchestra, Evelino Pidò, dà la voce musicale.

La vela comincia a gonfiarsi, dietro appaiono gli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, le battaglie, la passione di Giasone per Medea, l’ausilio di lei che per amore arriva anche ad uccidere.

Poi ancora una dissolvenza: dal teatro si passa al palazzo di Corinto all’interno del quale Glauce, figlia del re Creonte, si prepara alle nozze con Giasone, ma non senza un oscuro presagio.

L’ingresso di Medea sulla scena è teatrale e macabro: vestita di nero, col velo scuro che ne cela il volto e un pugnale cinto alla vita.

Il primo atto si conclude con un telo rosso, sapore di morte, odore di sangue, che scende sulla scena e che anticipa ciò che Medea stessa ha innanzi annunziato al consorte: “Ma prima di morir la mia vendetta avrò!”

La tragedia si realizza nel secondo atto che si conclude con la discesa di un velo nero, simbolo di morte per l’antagonista Glauce e per quel Creonte che aveva intimato alla maga colchide l’esilio.

L’esecuzione è caratterizzata da un’intensa coralità scenica, vocale, strumentale e di luci.

L’acceso simbolismo è evidenziato dalle maschere greche che si sovrappongono alla scena, dalle statue di pietra all’interno delle quali prima Creonte e poi Giasone si chiudono per dimostrare la loro fortezza d’animo, il senso del dovere che Medea, donna, astuta, maga, aiutata da Finzione riesce a trasformare in umani per farli cadere nella sua trappola, dalla visione delle immagini di donne con bambini che sovrastano la scena mentre all’inizio del terzo atto si vede, come un’anticipazione, Medea nell’atto di completare la sua vendetta uccidendo i suoi figli, i figli di Giasone.

Non importa all’eroina euripidiana il dolore che proverà come madre, ha un solo unico scopo: divorare come una fiera la sua preda, Giasone, colui per il quale ha dato tutto sacrificando persino il suo sangue. E lui, “crudel”, aveva sciolto tutti i suoi giuramenti dicendo alla donna ormai ripudiata “Me lieto aspetta l’alba al talamo di Glauce mia diletta”.

Intensa e decisa la musica di Cherubini che con i suoi crescendo e diminuendo crea una coralità uniforme, un’unità di cui il direttore d’orchestra è l’artefice, il magister, il protagonista, proprio come lo aveva concepito l’autore.

La capacità artistica del Maestro Evelino Pidò è esclusiva: dirige suoni, silenzi, musica ed arie trasmettendo al pubblico la carica emotiva, la passione, il vigore di un’opera vissuta e che fa rivivere sul palcoscenico.

Il virtuosismo vocale di Anna Chierichetti nel ruolo di Glauce e la vibrante voce di Chiara Taigi, la quale, con la sue innate doti sceniche, ha ridato la vita a Medea, porgendola ad un pubblico attento e partecipante, la potenza della voce di Carlo Cigni, Creonte, e la limpida seppur tenue esecuzione di Andrea Carè, Giasone, sono state sostenute dal coro del Teatro Massimo Bellini diretto da Tiziana Carlini.

Un’opera sempre attuale come lo fu fin dalla sua prima apparizione sulla scena del teatro classico a firma di Euripide, il quale aveva scritto la tragedia per dar voce all’editto che dichiarava nulli i matrimoni fra greci e barbare e invitava costoro a lasciare il suolo ellenico.

È Puggelli stesso a scrivere nella Nota di regia quali sono i suoi obiettivi: “Raccontare una storia appassionante collocandola dentro la Storia o il mito senza imbalsamarla in stereotipi fermi nel tempo, ma rivelando il segreto movimento che la rende perenne. Adoperare il pirandelliano cannocchiale rovesciato e allontanare brechtianamente la vicenda per osservarla lucidamente e scientificamente. Raccontare quindi l’eterna storia dell’uomo che nasce, vive, ama, odia, muore.

Raccontare una storia appassionante che si svolge qui ed ora, che “accade” per noi, attraverso di noi, senza passato e senza futuro. Osservandola con una lente, un microscopio, e guardando dentro l’uomo, dentro di noi con passione e disperato amore, lacerando i veli del mistero che infittiscono sempre di più partecipando al dolore del mondo”.

A far da cornice all’evento la mostra pittorica di Giuseppa D’Agostino, dedicata proprio a Medea e collocata nel foyer del teatro.

Con colori intensi, robusti,  possenti l’artista riesce a penetrare l’animo umano tramite il dramma di Medea che colloca in un’atmosfera inquietate data dai rossi violenti, dai blu scuri, dai neri con cui rappresenta il tormento di morte.

Una tela, “Alle vittime innocenti”, colpisce l’occhio, inquieta, fa riflettere sul binomio ingiustizia-vendetta che avvolge la vita di Medea e non solo di lei.

Angela Allegria

25 gennaio 2009

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Gennaio 25, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , , , , | Ancora nessun commento.

Fare impresa per gli Stranieri in Italia e Finanza Islamica

Si terrà a Bologna sabato 13 dicembre 2008 il secondo convengo nazionale dal titolo “Fare impresa per gli Stranieri in Italia e Finanza Islamica”, organizzato da ANIMI, Associazione Nazionale per l’immigrazione, in collaborazione con Acai, Confimea e FederImmigra.
L’evento, a cui parteciperanno docenti universitari,esperti del settore e personalità del mondo giuridico, economico e politico, si articolerà in tre diverse sessioni all’interno delle quali verrà analizzato il ruolo che gli immigrati ricoprono nel nostro Paese, le loro attività professionali. le proposte di ANIMI FederImmigra. E’ prevista inoltre una tavola rotonda all’interno della quale discutere le problematiche legate al fenomeno politico, sociale ed economico che coinvolge tanto gli italiani quanto gli stranieri.
In un Paese come il nostro, crocevia di popoli diversi già da tempi remoti, il dialogo è l’unica via per appianare gli inevitabili contrasti derivanti dal contatto fra culture, lingue, modi di pensare.
Nel momento in cui i migranti si stabiliscono in Italia si pone la questione legata al loro sostentamento e nulla vieta di far crescere l’economia di un Paese attraverso l’impegno di coloro che, seppur non nati in esso, vi si sono stabiliti ed hanno creato una rete umana di affetti, il centro della loro vita proprio in esso, soprattutto alla luce della globalizzazione.

“Lo sviluppo economico dei Paesi ricchi – spiega l’Avv. Mario Pavone, presidente di ANIMI – è legato alla crescita intensiva delle nuove tecnologie e alla globalizzazione ed ha ulteriormente aggravato lo squilibrio già esistente con i Paesi in via di sviluppo.
Ciò ha creato le premesse per l’accentuarsi dei flussi migratori,causati tra l’altro anche dai conflitti etnici e regionali, dalle persecuzioni politiche e dalla povertà.
Per questa ragione, l’immigrazione oggi rappresenta un problema per l’Europa, ancor più per l’Italia, dove il numero degli extracomunitari supera i 4,2 milioni di regolari con un trend in costante aumento.
Eppure, finora il tema dell’integrazione e dell’immigrato regolare in quanto lavoratore non è mai stato affrontato in un’ottica “ne’ sindacale ne’ datoriale”.
Sta di fatto che i Migranti, se non muoiono annegati prima di sbarcare a Lampedusa;se non vengono rispediti col foglio di via per non essere riusciti a dimostrare di aver diritto allo status di rifugiati politici; se ancora, una volta entrati in Italia, non decidono di cambiare Paese o tornare indietro, gli immigrati che resistono e,nonostante tutto, riescono a rimanere, diventa no imprenditori,magari di piccolissime aziende,ma è ormai un fatto che la tendenza è questa: fuga dal lavoro dipendente per il salto verso attività in proprio”.

“In presenza di un alto livello di strumentalizzazione politica del fenomeno – continua – si è portati a fermare l’attenzione sulle difficoltà dell’integrazione, anziché sui dati reali della ricchezza, prodotta grazie agli immigrati.
Peraltro, le migrazioni richiedono cultura adeguata, organizzazione sociale e capacità d’intervento lungimirante e non strumentale, elementi, questi, che spesso sono mancati nelle scelte politico istituzionali ed economiche.
Gli accordi di Schengen sulla circolazione sono la dimostrazione che la scelta di non ridurre tutto alle questioni di Pubblica sicurezza e alla repressione dei reati può essere assai proficua sotto molti punti di vista.
Poiché, in Italia, dopo la legge 40/88, si è avviata una nuova fase di governo dei flussi migratori, occorre ora accelerare l’attuazione della normativa vigente (Legge Bossi – Fini), con alcuni adegua menti per rafforzare il controllo del fenomeno della clandestinità ma anche per ampliare la possibilità di inserimento dei lavoratori e delle imprese straniere.
Si pensi, ad esempio, agli accordi bilaterali sulla sicurezza delle frontiere e sulla lotta alla criminalità che, senza stravolgere il legame tra il permesso di soggiorno e il rapporto di lavoro, con sentono all’immigrato di operare e vivere nel paese ospite in un quadro di legalità.
Infine, poiché si agisce nel quadro di un’Europa sempre più unita, dovranno essere le istituzioni comunitarie a impostare una strategia efficace per la gestione dei flussi migratori”.

Angela Allegria

9 dicembre 2008

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Dicembre 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | , | Ancora nessun commento.