Collocata fra via Crociferi e via Vittorio Emanuele, piazza San Francesco d’Assisi ingloba una serie di strutture interessanti dal punto di vista artistico.
Al centro spicca il monumento dedicato al Cardinale Dusmet proclamato Beato da Giovanni Paolo II nel 1988. Il suo impegno nella carità è espresso nella frase posta sotto al monumento: “Finchè avremo un panettello lo divideremo con il poverello”.
La chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi all’Immacolata, ricostruita dopo il terremoto, presenta una facciata composta da due ordini e due campanili paralleli posta su un sagrato delimitato da colonne e statue di Santi. La navata centrale è divisa dalle due laterali da una serie di semicolonne con capitello composito mentre, al centro, una statua della Immacolata realizzata in pietra bianca su sfondo celeste.
L’interno è diviso in tre navate decorate coi colori bianco ed oro zecchino quella centrale, bianco, oro e azzurro, le due laterali, e terminanti con tre absidi, delle quali, quella centrale è decorata da Olivio Sozzi, che vi rappresentò le quattro virtù cardinali.
Fra i dipinti presenti all’interno da segnalare alcune tele di G. Rapisarda e G. Zacco e “La salita al Calvario” di Jacopo Vignerio del 1541, copia de “Lo spasimo di Sicilia” di Raffaello oggi custodito al Prado.
L’organo posto nel presbiterio insieme al coro, è quello sul quale si esercitava il piccolo Vincenzo Bellini.
La chiesa custodisce, inoltre, le candelore dei fiorai (in stile gotico veneziano), dei pizzicagnoli (in stile liberty), dei bettolari, dei pastai, dei fruttivendoli, dei macellai.
Le candelore, alte colonne di legno decorate con scene della vita e del martirio di Sant’Agata e contenenti un grosso cero, cominciano a circolare fra i quartieri già da metà gennaio per finire le proprie “annacate” la mattina del 6 febbraio allorquando collocate all’interno del Duomo, aspettano la Santuzza dopo averla accompagnata per le vie della città.
Al numero tre della piazza si trova palazzo Gravina Cruyllas dei principi di Palagonia, all’interno del quale nacque il 3 novembre 1801 Vincenzo Bellini e dove visse fino ai sedici anni, e nella quale furono ospiti Enrico d’Aragona nel 1453 e il viceré di Sicilia, Giovanni Vega, nel 1552.
Ricostruito in seguito al terremoto del 1693, palazzo Gravina Cruilas poggia in parte sulle rovine del teatro romano. Il prospetto principale si collocava originariamente su via Vittorio Emanuele, come si può vedere dalla facciata più ricca su quel lato, mentre solo a partire dal 1870, in seguito ai lavori atti alla sistemazione urbanistica delle vie della città, il portone principale fu spostato sul lato della piazza.
Al suo interno si trovano il museo civico Belliniano, situato nella casa natale del compositore catanese, dove si possono ammirare spartiti, libri, dipinti, strumenti musicali appartenenti all’artista e alla sua famiglia, ed il museo Emilio Greco, dedicato allo scultore catanese divenuto famoso per aver realizzato il monumento di Pinocchio a Collodi, contenente centocinquantanove fra litografie ed acqueforti realizzate fra il 1955 ed il 1992.
Nel 1959 fu ritrovata una stipe votiva dedicata a Demetra, dea dell’agricoltura e delle messi. Tali ceramiche, fra cui statuette votive, coppe, piatti e vasi, sono datati fra la fine del VII e tutto il VI secolo a.C. quindi in epoca arcaica. La varietà e la ricchezza della stipe fa comprendere il ruolo centrale che aveva il santuario all’interno del mediterraneo.
Fa’ da sfondo l’arco di via Crociferi, detto la Passerella di San Benedetto, atto ad unire la badia piccola a quella grande e scenario di strane leggende popolari.
Angela Allegria
Novembre 2009
In Katane
Museo Bellini
Il museo civico Bellini fu inaugurato il 5 maggio 1930. Sorto all’interno della casa natale del compositore che vi nacque il 3 novembre 1801 e nella quale visse fino all’età di 16 anni, comprende cinque stanze, tre più ampie e due più piccole.
All’interno, accanto a dipinti e stampe raffiguranti Catania, si possono ammirare “L’apoteosi del Bellini”, opera di Rapisardi, alcuni ritratti fra i quali uno a stampa eseguito da Bozzo ed il mezzobusto realizzato da Dantan, oltre alla maschera mortuaria del compositore.
Numerosi autografi, manoscritti originali fra cui la partitura de “La sonnambula”, una lettera firmata di pugno da Rossini e diversi strumenti musicali: un clavicembalo appartenuto all’omonimo cugino, la spinetta ed il pianoforte del nonno, un pianoforte verticale, uno a tavolino ed il fortepiano del Cigno.
Angela Allegria
Novembre 2009
In Katane
Novembre 14, 2009
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Perla del barocco catanese, avvolta da una alone di sacralità e di mistero, via Crociferi vede opere dei più significativi artisti del barocco che ne progettarono chiese e conventi, parallela a via Etnea, prende il nome dal convento dei padri Crociferi che si stanziarono a Catania dopo il terremoto del 1963.
L’accesso ufficiale è dalla scalinata di via Alessi restaurata nel 1969, per far giungere il visitatore innanzi alle chiese di S. Benedetto e S. Francesco Borgia, facendogli trattenere il fiato per la maestosità e l’incanto delle facciate.
Fondale perfetto è l’arco che collega la badia grande di San Benedetto a quella piccola attribuita al Vaccarini: si tratta dell’unico arco esistente a Catania, detto anche della passerella di S. Benedetto, che si dice costruito in una sola notte per volontà del vescovo della città e completato in tre anni.
Altra leggenda è legata all’arco, quella del cavallo senza testa, un fantasma che si aggirava per la via, ma che, come dicevano le malelingue, si vedeva in giro solamente quando, nel cuore della notte, dai conventi uscivano personaggi avvolti in mantelli o scialli che tenevano fra le braccia ben celato qualche neonato.
La chiesa di San Benedetto, ricostruita sopra le macerie della vecchia chiesa crollata interamente durante il terremoto e costata la vita a ben 55 suore delle 60 presenti, ha una facciata in pietra calcarea, composta nel primo ordine da semicolonne con capitello composito che supportano una trabeazione dentellata sulla quale si staglia il frontone spezzato che regge le allegorie della Fortezza e della Temperanza.
La piccola scalinata è chiusa da una cancellata (contenente i simboli della pax benedettina) dalla quale si affacciano le suore all’alba del 6 febbraio, per rendere omaggio a Sant’Agata con le loro angeliche voci e consegnare un omaggio floreale alla Santuzza. Finito l’omaggio l’imponente portone ligneo raffigurante scene della vita di S. Benedetto, viene chiuso per essere riaperto solo l’anno dopo nella stessa data.
La chiesa di S. Francesco Borgia, nella quale è stato battezzato Bellini, fu ricostruita fra il 1698 ed il 1736 sulle fondamenta di una già progettata da fra’ Angelo Italia e si eleva su un’alta scalinata in pietra lavica a due braccia. Il prospetto bianco comprende due ordini: nel primo si inserisce il portone centrale, sul quale si adagia un timpano spezzato sorretto da due coppie di colonne scanalate con capitello composito, mentre ai lati si elevano verso l’altro altre due coppie di colonne tuscaniche, nel secondo una finestra al centro, con timpano sorretto da lesene con capitello composito, e altre due coppie di colonne tuscaniche laterali, poste sopra le sottostanti, che sorreggono un’ampia trabeazione spezzata.
Il chiostro del convento dei gesuiti, diviso in due ordini con archi a tutto sesto sorrette da colonne tuscaniche cinquecentesche il primo e loggiato con archi ad inversione di curvatura sorretti da pilastri di chiara matrice barocca, ha un pavimento policromo dato dai ciottoli di pece nera intervallati a tasselli di pietra calcarea e decorato con motivi floreali e geometrici.
Sul lato opposto il Palazzo Zappalà e subito dopo la chiesa di S. Giuliano, attribuita al Vaccarini e datata fra il 1739 e il 1751, caratterizzata una cancellata panciuta, che segue l’andamento della facciata convessa. Anche le finestre sono chiuse da grate panciute, rifatte dopo il ventennio, durante il quale, le grate originarie finirono addirittura in California per ornare le ville di nababbi e dive del cinema.
Di fronte sorgeva un giardino pensile, sostituito, in seguito, da un palazzotto.
Alcuni ritengono che proprio all’angolo fra via Crociferi e via Sangiuliano sorgesse il tempio di Esculapio, mentre altri lo collocano all’angolo fra via Crociferi e via Vittorio Emanuele.
Superato l’incrocio, a destra due palazzi signorili: il palazzo Villaruel del Battaglia seguito dal palazzo Sturzo, che il proprietario blasonato, perse in una notte giocando a carte con il Duca di Misterbianco. Il palazzo fu ampliato fino al 1929 allorquando il duca di Misterbianco ne chiese ed ottenne l’autorizzazione al podestà. Negli anni Cinquanta la residenza gentilizia è stata smembrata in più parti vendute singolarmente nuovo proprietario il quale aveva il vizio di non pagare i propri dipendenti.
Sulla sinistra sorgono il convento dei padri Crociferi e la chiesa di San Camillo le cui costruzioni si protrassero fino alla fine del sec. XVIII vedendo l’opera di Domenico La Barbera a partire al 1723 e del Battaglia dal 1771 al 1788.
Chiude la via, in perfetta simmetria con l’arco di San Benedetto, il portale di villa Cerami, realizzato dal Vaccarini, con arco a tutto sesto bordato da due lesene con capitello ionico con volute verso l’interno e decorazioni fogliacee. La chiave dell’arco è accentuata da un capitello con conchiglia e rosa mentre sopra due galli, altezzosi, paralleli, si guardano. L’architrave ospita tre faccioni grotteschi con bocche spalancate, lo sguardo cupo e le sopracciglia aggrottate. Lo stemma dei Rosso di Cerami è sorretto da due putti e sormontato da una corona.
Angela Allegria
Ottobre 2009
In Katane, anno I, numero 8, Ottobre 2009
Ottobre 21, 2009
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Barocco, Catania, Sicilia, Via Crociferi |
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Ricco di molteplici e caldi colori, allegre musiche, tintinnii di campanellini degli abiti orientali, profumi intensi e coinvolgenti, fra i tendoni rossi, blu e bianchi, si snoda il mercato storico di Catania, in gergo a Fera o Luni.
Luogo folkloristico, ricco di tradizione, in cui si può trovare davvero di tutto, dalla frutta e verdura al pesce, dalle carni ai formaggi, dagli indumenti agli attrezzi e ai materiali per realizzarli, dagli utensili alle scarpe, dalle stoffe ai vestiti e agli accessori di seconda mano.
Vi si accede da via S. Gaetano alla Grotta, dietro piazza Stesicoro, dove fa angolo palazzo Beneventano, con il suo portone possente, sopra il quale, sostenuto da due angeli, si colloca lo stemma del casato raffigurante un leone e un orso in posizione eretta.
Qui si trovano per lo più bancarelle di indumenti, caratterizzati dai colori eccentrici dei costumi e delle magliette, da quelli caldi delle tuniche arabe e delle pashmine, dal luccichio dei piccoli gioielli realizzati a mano accostando coralli, ametiste, turchesi ad argento o metallo.
Percorrendo tale via, fra le musiche diverse ed il vociare incessante si incontra sempre un signore di colore, anziano, magro e pacato, il quale, con voce gentile offre la sua merce: federe di cuscini colorati, azzurri, verdi, bianchi e al rifiuto del passante augura con il sorriso sulle labbra un buongiorno.
Seguendo l’arteria si giunge in piazza Carlo Alberto, centro della fiera, zona di pesce fresco, di merluzzi, triglie, calamari, polipi, pesce spada, frutti di mare adagiati su un letto di ghiaccio e innaffiati con acqua di mare. Accanto a questi gli aromi per condirli: aglio, prezzemolo, basilico, limoni grossi, gialli, succosi, spezie ed aromi, offerti al passante dai venditori che magari intercalano qualche commento, a volte anche in versi, che descrive la merce esposta.
Vengono poi i banchi di frutta di stagione, sapientemente adagiata in forma di piramide, e le ceste di verdure, di peperoni rossi e verdi, di melanzane violacee, di pomodori indicati dai venditori con solerzia ai passanti e i banchi dei formaggi dove una voce sovrasta le altre urlando “Pepato vecchio”.
In questo periodo l’arancione delle arance rosse di Sicilia è sostituito dal verde dei fichi d’india, e dal giallo delle pesche, accompagnati dai colori forti delle ciliegie, dalla delicatezza delle fragole, dal tocco esotico di ananas. Non possono mancare neppure i meloni: essi, gialli, rossi, piccoli, grandi, angurie o c.d. cantalupi, si comprano “a prova”, ovvero dopo averne assaggiato il sapore.
La via Pacini e la via Grotte Bianche sono dominate per lo più da macellerie che espongono le carni all’aperto, le tagliano in strada, espongono ceste ricolme di uova sovrastate spesso da una gallinella di paglia. In quelle zone si trovano anche terrecotte artigiane decorate, arnesi da cucina in latta e vetri colorati.
Sia fra i venditori che fra gli acquirenti le nazionalità sono diverse: africani, asiatici, italiani di Catania e provincia, siciliani si incontrano, chiacchierano, propongono i loro prezzi, li comparano con la qualità offerta, discutono fra loro del Catania calcio o del film visto in tv la sera precedente, intessendo una vera e propria amicizia che si accresce giorno dopo giorno.
Anche i prodotti da consumare al minuto hanno la loro importanza in un contesto tanto tradizionale e folkloristico: accanto a pizzette, cartocciate, patè e cipolline, è possibile assaporare il seltz, ottima bibita artigianale in diversi gusti che vanno dal limone al mandarino verde, dal chinotto al tamarindo, bevanda che, soprattutto in estate, riesce a far tollerare meglio il caldo catanese.
Fanno da sfondo palazzi d’epoca e due chiese: la Basilica del Carmine del 1737, che presenta una facciata di pietra calcarea con zoccolato in pietra lavica e tre navate precedute da un ampio vestibolo sormontato da tribuna, all’interno della quale si possono ammirare quattordici vetrate artistiche raffiguranti Santi carmelitani, realizzate con la tecnica medievale grisaille che, mediante l’uso della polvere di piombo sul vetro, permette la realizzazione di particolari policromi e del chiaroscuro, e la piccola chiesetta rupestre di San Gaetano alle grotte, costruita su una grotta vulcanica, con affreschi cinquecenteschi purtroppo andati quasi interamente perduti.
Sovrasta, ma senza interferire, l’Etna che dall’altro veglia su Catania.
Angela Allegria
Luglio 2009
In Katane luglio/agosto 2009
Luglio 14, 2009
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angelaallegria |
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