Angela Allegria

Il potere logora chi non ce l’ha

Trasparenza nell’ufficio urbanistica. Interrogazione di Carmelo Cerruto e Nino Cerruto

In data 16 ottobre 2009 i consiglieri Nino Cerruto e Carmelo Cerruto, mediante interrogazione e proposta di discussione nel prossimo Consiglio Comunale utile, hanno chiesto all’Assessore all’Urbanistica Elio Scifo delucidazioni in merito alla trasparenza dell’ufficio urbanistica e della s.u.a.p.

In essa si legge: “Sulla base di accertamenti effettuati presso l’ufficio urbanistica e sportello unico di codesto comune di Modica, rilevano come non sia ancora stato istituito un registro aperto alla visione del pubblico che riporti le pratiche in ingresso, l’assegnazione ai tecnici istruttori, l’eventuale richiesta di integrazione e la data del rilascio dell’atto amministrativo e quanto altro occorra per la piena trasparenza sulla tempistica relativa alle autorizzazioni delle pratiche”.

I due consiglieri chiedono l’istituzione del suddetto registro nella versione sia elettronica che cartacea al fine di rendere effettivo il criterio di trasparenza della Amministrazione, il quale può essere riferito sia all’attività che all’organizzazione e, dunque, alla duplice declinazione del termine Amministrazione. Al criterio della trasparenza è ricondotto il diritto di accesso inteso come pubblicità degli atti, motivazione e univoca definizione delle competenze, introdotto dagli artt. 22 e ss. della Legge 241/1990 e successive modifiche.

Abbiamo sentito in merito l’Assessore all’Urbanistica Elio Scifo il quale riferisce che non esistono problemi di trasparenza. Infatti, previa richiesta formale, è possibile visionare l’iter completo di una pratica in quanto archiviata nel sistema informativo dall’ufficio protocollo.

Inoltre in futuro, disponendo delle somme necessarie, l’ente procederà all’acquisto di un software che gestirà le pratiche per via telematica grazie anche all’utilizzo della firma digitale.

Ad oggi, dice l’Ass. è possibile scaricare la modulistica necessaria dal sito del comune (www.comune.modica.rg.it).

Cliccando però sulle voci “Modulistica” e “Urbanistica” troviamo solo i contatti del Sindaco.

Conclude Scifo affermando che: “Al fine di velocizzare il rilascio di una pratica e così come previsto dalla legge, da circa 6 mesi è possibile presentare una pratica tramite perizia giurata. Con questo strumento il tecnico si assume tutte le responsabilità. L’ufficio urbanistica entro 120 giorni è obbligato a dare una risposta”.

“Lo scopo del registro sulla trasparenza – spiega Carmelo Cerruto –  è quello di dare contezza al cittadino dell’iter della pratica in maniera veloce e potersi rendere conto quante pratiche verranno esaminate prima di quella propria e la tempistica; questo consente al cittadino inoltre di poter  vedere quanto produce l’ufficio; quanto affermato dall’assessore “previa richiesta formale, è possibile visionare l’iter completo di una pratica in quanto archiviata nel sistema informativo dall’ufficio protocollo” non è quanto richiesto nella interrogazione”.

Nel caso di specie vero è che per l’istituzione del registro elettronico è necessario l’acquisto di un software specifico che consenta di gestire questi uffici e che il costo (circa 10.000 euro) non è disponibile presso le casse del Comune di Modica, però è anche vero, come precisa Carmelo Cerruto che “L’Amministrazione, anche se senza soldi, potrebbe per esempio, creare un registro cartaceo in cui appuntare lo stato di avanzamento di una pratica e cioè quando è stata presentata, quali passaggi ha superato, in quali date, da chi è presa in carico”.

Angela Allegria – Piero Paolino
Novembre 2009
In Il Clandestino con permesso di Soggiorno, anno 01, n. 09.

Dicembre 9, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Il Clandestino - con permesso di soggiorno | , , , , , | Ancora nessun commento.

Rosario Livatino, “Martire della Giustizia”

Sono passati 19 anni da quando sulla statale 640, fra Canicattì e Agrigento veniva ucciso il giudice ragazzino, 19 anni da quando l’auto di Rosario Livatino veniva affiancata e crivellata di colpi, da quando un uomo, poco più di un ragazzo, correva per le campagne ferito, per sfuggire ai proiettili che lo avrebbero finito, per continuare a vivere, per compiere fino in fondo il proprio dovere.
La volontà ferrea di compiere il proprio dovere, di svolgere fino in fondo i propri compiti, facendosi guidare dalla fede Livatino ce l’aveva da sempre, religioso e preciso come era, mai un passo indietro, nonostante sapesse che era in pericolo.
Aveva persino rinunciato alla scorta, ma non si rassegnava a continuare le sue indagini, firmare i mandati di cattura, andare in udienza per scoprire la Verità e chiedere per gli imputati le giuste condanne in nome della vera Giustizia.
La sua una esistenza semplice, come priva di artificiosità era la sua figura, la sua camera da letto, le sue abitudini.
Chi lo ha conosciuto l’ha definito brillante, dotato di eccezionale ingegno, preciso, estremamente scrupoloso: sono queste le qualità che emergono dal suo volto pulito da “ragazzino”, giovane nell’aspetto ma esperto nella professione che aveva scelto, lo stesso lavoro che gli procurò la morte il 21 settembre di diciannove anni fa.
Un giovane a modo, sorridente, magari un po’ introverso, un credente nel senso lato della parola. Infatti Rosario Livatino credeva in Dio, al quale si affidava da sempre, ma credeva anche nella Giustizia, nel suo lavoro che svolgeva con passione, con puntualità, con dedizione, credendo anche nell’ausilio delle nuove tecnologie si era interessato di informatica giuridica, ma soprattutto mettendo la propria attività sub tutela Dei, come si trova scritto spesso nella sua agenda.
Giovanni Paolo II lo definì “Martire della Giustizia”, sottolineando il suo impegno costante nelle indagini su Cosa Nostra, sulla Stidda, sul rapporto fra criminalità organizzata e società civile alla luce di collusioni riguardanti anche degli appalti non troppo regolari.
Per questo doveva pagare, doveva essere eliminato, operazione tanto più facile viste le abitudini del magistrato senza scorta.
L’unico testimone che ha visto la fuga del giudice per le campagne, come una preda braccata, prima che venisse freddato dagli ultimi colpi a bruciapelo, ha identificato uno dei sicari, Domenico Pace, il quale fu arrestato alcuni giorni dopo in Germania insieme con Paolo Amico, altro esecutore materiale del delitto. Entrambi, insieme a Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro sono stati condannati all’ergastolo con sentenza definitiva.
L’inchiesta sull’omicidio Livatino è sfociata in tre procedimenti giudiziari: nei primi due sono stati condannati all’ergastolo i killer del magistrato. Nel terzo processo, i giudici della Corte d’Assise d’appello di Caltanissetta hanno condannato all’ergastolo come mandanti gli stiddari Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanari il quale, si è appurato, aveva messo a disposizione del commando una abitazione e mantenuto i contatti con alcuni latitanti all’estero.
Un omicidio voluto dalla Stidda per dimostrare a Cosa Nostra la sua potenza nel punire un magistrato che non sapeva stare al suo posto, un tipo tosto, integerrimo, inavvicinabile, uno che poteva fermarsi solo da morto.
Eppure neppure da morto Rosario Livatino si è fermato, ha continuato a far parlare di sé, a provocare danni a mandanti ed esecutori del suo omicidio facendoli finire in carcere, dimostrando ancora una volta il vero senso della Giustizia che aveva scelto di seguire.
Il prossimo 23 settembre sarà intitolata al giudice di Canicattì la sala verde del Ministero della Giustizia, un gesto atto a ricordare una figura importante per l’alto senso civico, la devozione al lavoro, l’assenza di compromessi.
Angela Allegria
In Il Clandestino, n. 07, Settembre 2009

Ottobre 4, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Il Clandestino - con permesso di soggiorno | , , , , , | Ancora nessun commento.

Un giornalista scomodo: Mario Francese

“La mafia è come una congregazione di mutua assistenza che ha suoi uomini in ogni struttura dell’apparato dello Stato e della società dove li infiltra, nell’apparente rispetto della legalità, per ricavarne vantaggi puntando sulla corruzione, sull’omertà, sul rispetto. Attraverso il suo sviluppo, la mafia ha fornito negli anni possibilità di lavoro illegale o legalizzato, solidarietà, assistenza, collaborazione in ogni iniziativa le cui finalità non sono in contrasto con i principi dell’ “organizzazione”. Ma, pur assicurando collaborazione ed assistenza ad uomini inseriti nella malavita, la mafia non si identifica con nessuna delle associazioni a delinquere che proliferano nei quartieri popolari della città. Ogni gruppo può agire nell’ambito di una zona limitata in modo autonomo, purché non infranga le regole dell’”onorata società” e non ostacoli i piani delle “famiglie” che comandano. La mafia protegge questi gruppi così come alimenta ogni iniziativa parassitaria ed antisociale non allo scopo di demolire le istituzioni dello Stato ma, piuttosto, per penetrare meglio nel tessuto sociale e trarne vantaggi sempre più grandi. Nel corso degli anni, c’è stata una vistosa evoluzione all’interno dell’organizzazione, rappresentata come una piramide il cui vertice è costituito da persone non sempre facilmente identificabili che, con criteri manageriali, manovrano le fila di complessi interessi economici a livello nazionale e internazionale. Al vertice esecutivo dell’organizzazione si giunge per meriti propri, per capacità organizzativa, forte personalità, spregiudicatezza, coraggio”.
Già da queste parole tratte da un articolo di Mario Francese si intuisce la profonda analisi di fatti, eventi, episodi, eseguita con estrema cura e minuzia di particolari da un professionista indicato come simbolo del giornalismo d’inchiesta.
Francese, nato a Siracusa nel 1925, aveva iniziato come telescriventista all’Ansa di Palermo, collaborato con “La Sicilia” ed approdato alla fine degli anni ’50 a “Il giornale di Sicilia”.
Sin dai tempi dell’Ansa le sue capacità giornalistiche e l’esposizione fine e precisa dei fatti denotano le qualità di un giornalista di razza, uno che vuole scoprire la verità e vuole scriverla per informare veramente non fermandosi innanzi a niente e nessuno.
Francese scrive di mafia, di rapporti mafia politica, intervista personaggi di spicco di Cosa nostra quali Luciano Liggio e Ninetta Bagarella, intuisce già all’inizio degli anni Settanta il ruolo fondamentale dei corleonesi, denuncia, facendo nomi e cognomi, il traffico di stupefacenti e la fitta rete di rapporti che si intrecciano non solo in Sicilia, ma anche a livello nazionale ed internazionale volti alla circolazione della nuova sostanza capace di far moltiplicare i guadagni a dismisura, parla del ruolo di don Agostino Coppola all’interno dell’organizzazione, mette per iscritto gli interessi della mafia nel Belice, nella diga Gancia.
Il suo è un ruolo scomodo, una voce che non si acquieta, che urla, mettendo in luce collusioni, fornendo riscontri che risultano utili agli inquirenti.
Si legge nella motivazione della sentenza sull’omicidio Francese: “una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa nostra alle istituzioni”.
Per questo il 25 gennaio 1979 Mario Francese viene colpito da quattro colpi di arma da fuoco mentre tornava a casa in via Campania 15 a Palermo.
Per la sua morte sono stati condannati: Totò Riina, Michele Greco detto il papa, Francesco Madonia, Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci e Leoluca Bagarella quale esecutore materiale.
Angela Allegria
In Il Clandestino, anno 1, n.6, agosto 2009.

 

Parla la madre di Giuseppe Impastato

“Né terrorista né suicida . Mio figlio è stato ucciso!”

Felicia Bartolotta difende la memoria del figlio. E’ stata interrogata ieri dal magistrato – Dice di non sapere chi possano essere gli assassini. 

“Ho solo uno scopo: riuscire a fare accertare che mio figlio Giuseppe non si è suicidato e che non era un terrorista. Io sono certa che a mio figlio hanno teso un agguato. Gli assassini hanno avuto un obiettivo: quello di fare apparire Giuseppe un sanguinario che va a fare un attentato per screditarlo agli occhi del paese, dell’opinione pubblica e dei suoi compagni di partito”.

Lo dice Felicia Bartolotta, madre di Giuseppe Impastato, il trentenne studente fuori corso di filosofia dilaniato da una bomba ad alto potenziale esplosa al km. 30.800 della linea ferroviaria Palermo – Trapani. La madre della vittima di Cinisi, ieri, al Palazzo di giustizia, è stata interrogata dal sostituto procuratore Domenico Signorino, che conduce l’inchiesta su questo episodio.

Dice Felicia Bartolotta:

“Mio figlio da qualche tempo dormiva da mia sorella Fara, per farle compagnia. Lunedì 8 maggio, io non l’ho visto. Ero uscita alle 10.30 per andare a prendere a Punta Raisi una mia cugina proveniente dalla California. Ma l’aereo atterrò con molto ritardo, alle 16″.

“Quella mattina”, continua Fara Bartolotta, la sorella, “Mio nipote si alzò tardi e uscì intorno alle 10, diretto a casa sua. Mio nipote dormiva infatti da me ma mangiava da sua madre”.

“Penso che sia venuto a casa. Quando ritornai dall’aeroporto, notai che in cucina c’erano resti di pane e salame”, aggiunge la madre.

“Giuseppe”, dice il fratello Giovanni, “avrebbe dovuto venire immancabilmente a casa per conoscere e salutare la cugina venuta dalla California e anche per cenare. Poi doveva ritornare a Radio Aut di Terrasini entro le 21 perché doveva partecipare ad una riunione politica”.

Giuseppe Impastato, 30 anni, era entrato all’Università dieci anni fa. Contemporaneamente aveva intrapreso  l’attività politica. E ora a Cinisi era il leader di Democrazia proletaria. “Carattere introverso, ma affettuoso”,afferma il fratello Giovanni. “Faceva attività politica a tempo pieno. Io avevo le sue idee, ma non il tempo di svolgere attività politica. Con Giuseppe comunque, discutevo di politica. Condannava le Brigate Rosse ed il terrorismo”.

“Nel suo comizio”, ricorda il fratello, “Giuseppe era stato polemico con la mafia e con certi personaggi mafiosi. Noi, però, non possiamo dire nulla. Siamo certi che è stato assassinato ma non abbiamo alcuna idea di chi possa essere stato l’esecutore materiale di questo infame delitto”.

Otto mesi fa Giuseppe e Giovanni Impastato hanno perduto tragicamente il padre Luigi, di 72 anni, morto in un incidente stradale. Come aveva reagito Giuseppe?

“Giuseppe, aveva risentito come me della tragedia”, risponde Giovanni Impastato. “Però, per quanto avesse accusato la perdita, non ritengo che Giuseppe non sia stato capace come me, di reagire”.

E’ vero che Luigi Impastato era parente di Cesare Manzella, boss del clan di Liggio, dei Greco e di Badalamenti, fatto saltare nell’aprile 1963 con un’auto imbottita di tritolo abbandonata nella sua villa di Cinisi?

“Mio marito”, chiarisce la moglie, “era cognato di Cesare Manzella, che aveva sposato una sua sorella. Ma non capisco dove vuole arrivare”.

Un giornale del pomeriggio ha fatto martedì alcuni nomi legandoli alla tragica fine di suo figlio Giuseppe.

“Noi non abbiamo fatto alcun nome. Noi”,risponde secca Felicia Bartolotta, “non abbiamo fatto proprio né quei nomi né altri. Non abbiamo proprio alcuna idea di chi possa avere assassinato mio figlio. E poi il fatto di Cesare Manzella è lontano e con la vedova, che è sorella di mio marito, siamo in buoni rapporti”.

Il dottor Signorino interrompe la nostra conversazione. Nell’ufficio del magistrato Felicia Bartolotta ha sostato una decina di minuti. Ha riassunto praticamente quanto ci aveva anticipato lungo il corridoio della Procura.

Mario Francese

In Giornale di Sicilia 18.5.1978

Settembre 2, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Il Clandestino - con permesso di soggiorno | , , , , , , , , , , | 4 Commenti

Lo chiamano decreto sicurezza

Polemiche, dubbi, critiche, dubbi di costituzionalità, preoccupazioni da parte di associazioni, cittadini, giuristi, finanche da parte dell’Unione Europea coinvolgono il DDL 733 B, il c.d. pacchetto sicurezza.
Fra le novità più importanti le modifiche al codice penale e al codice di procedura penale, all’ordinamento penitenziario con conseguente inasprimento del regime del 41 bis con tanto di pene aumentate fino a 4 anni e carceri speciali, l’introduzione del reato di immigrazione clandestina e la restrizione delle procedure per l’ingresso ed il soggiorno in Italia, la previsione di ronde formate da ex agenti per mantenere sicure le città, l’instaurazione di un registro di clochard presso il Ministero dell’Interno.
Reintrodotti il reato di oltraggio a pubblico ufficiale con pena fino a 3 anni di reclusione (Non c’è condanna, invece, se è il pubblico ufficiale a commettere atti arbitrari).
I costruttori che non denunciano il pizzo saranno esclusi dagli appalti pubblici. Controlli rafforzati anche per ostacolare il riciclaggio dei proventi della criminalità organizzata.
L’immigrazione clandestina è punibile con una ammenda da 5000 a 10000 euro.
Lo straniero che, raggiunto da provvedimento di espulsione, continua a rimanere illegalmente in Italia nonostante il provvedimento del questore, va incontro ad una pena detentiva da sei mesi a un anno se l’espulsione è stata disposta perché il permesso di soggiorno è scaduto da più di 60 giorni e non ne è stato chiesto il rinnovo o se la domanda di titolo di soggiorno è stata rifiutata. La pena va da uno a quattro anni se lo straniero è raggiunto da un provvedimento di espulsione perché è entrato in Italia illegalmente o non ha chiesto il permesso di soggiorno nel termine prescritto, in assenza di cause di forza maggiore. La pena aumenta da uno a cinque anni se lo straniero destinatario dell’ordine di espulsione e di un nuovo ordine di allontanamento continua a rimanere illegalmente in Italia.
Rischia il carcere fino a tre anni chi da’ alloggio o affitta anche una stanza a stranieri che risultino irregolari al momento della stipula o del rinnovo del contratto nel caso in cui vi sia un ingiusto profitto.
La norma prevede inoltre la possibilità di denunciare gli irregolari all’autorità giudiziaria eccezion fatta per i medici ed i presidi.
Si stabilisce che la richiesta di rilascio e di rinnovo del permesso di soggiorno, dopo aver svolto un test di conoscenza della lingua italiana e la stipula di un accordo di integrazione (a crediti), sia sottoposta al versamento di un contributo che va da 80 a 200 euro, che le istanze di elezione, acquisto, riacquisto, rinuncia o concessione della cittadinanza siano soggette al pagamento di un importo pari a 200 euro. Tali somme concorrono alla formazione del c.d. fondo rimpatri.
L’acquisto della cittadinanza italiana per matrimonio potrà avvenire, dopo due anni di residenza nel territorio dello Stato o dopo tre anni nel caso in cui il coniuge si trovi all’estero. Tempi dimezzati in presenza di figli.
La presentazione del permesso di soggiorno è necessaria per il compimento di tutti gli atti di stato civile, con conseguente timore di mancata denuncia all’anagrafe dei figli di irregolari.
Sono in corso modifiche che fanno sperare, come nel caso della “sanatoria delle badanti”.
Angela Allegria
Luglio 2009
In Il Clandestino, anno 1, n.5, luglio 2009

Agosto 16, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Il Clandestino - con permesso di soggiorno | , , , , | Ancora nessun commento.

Le mille peripezie per il rifugiato politico

La figura del rifugiato, seppur accomunata alle figure di immigrati e profughi dall’espatrio involontario e dalla necessità di trovare accoglienza in altro Paese, differisce da queste per la caratteristica data dall’elemento persecutorio personale o collettivo. I rifugiati, infatti, sono persone costrette a fuggire dal loro Paese d’origine per violazione dei diritti umani, ovvero quando si verifica nei loro confronti “un elemento persecutorio, personale o collettivo, per motivi di razza, di religione, di nazionalità, di appartenenza ad un gruppo sociale, di opinione politica”.
Come si ottiene lo status di rifugiato?
Presupposto per fondare la domanda di protezione è che gli atti di persecuzione debbano essere legati alla razza, alla religione, alla nazionalità, all’appartenenza ad un determinato gruppo sociale, alla professione di un’opinione politica. Concretamente rileva non il fatto che il richiedente sia in possesso effettivamente di una di tali caratteristiche, ma che il persecutore lo ritenga in possesso di queste ed agisca di conseguenza.
La procedura per la valutazione delle domande di protezione internazionale consiste nella presentazione di essa all’atto dell’ingresso nel territorio nazionale o, in ogni tempo, presso la questura del luogo di dimora. Essa può essere presentata anche da un minore non accompagnato garantendo in tal caso la necessaria assistenza tramite la nomina di un tutore.
A fronte della domanda la questura competente redige verbale contenente le dichiarazioni del richiedente e la documentazione presentata dallo stesso. L’autorità ha l’obbligo di procedere e di provvedere, non essendo prevista la possibilità di un rifiuto di procedere: in caso di inammissibilità della domanda questa dovrà essere dichiarata dalla Commissione territoriale competente per il riconoscimento della protezione internazionale la quale, in base alle modifiche introdotte dal decreto legislativo 159/2008, è nominata dal Ministro dell’Interno.
Il richiedente, salvo nei casi espressamente previsti dalla legge, ha diritto di soggiornare in Italia durante l’esame della domanda in un luogo di residenza o in un’area geografica ove i richiedenti asilo possano circolare. Tali luoghi sono stabiliti dal prefetto competente con un permesso di soggiorno valido per tre mesi e rinnovabile fino al completamento della procedura.
Il richiedente ha l’obbligo, se convocato, di comparire personalmente davanti alla Commissione territoriale dalla quale sarà sentito entro trenta giorni. Ha altresì l’obbligo di consegnare i documenti in suo possesso pertinenti ai fini della domanda, incluso il passaporto.
Entro i tre giorni feriali successivi la Commissione decide sulla domanda in modo individuale, obiettivo ed imparziale.
L’esito della procedura non è necessariamente la concessione dello status di rifugiato, ma essa può concludersi anche con la concessione della protezione sussidiaria, riconosciuta a colui che non ha le condizioni sufficienti per ottenere tale status, ma che non può far ritorno nel proprio Paese di origine.
Di recente la I sez. civile della Cassazione con la Sentenza n.11264/2009 ha stabilito che può essere oggetto di provvedimento di espulsione anche lo straniero chiedente asilo politico sul presupposto che tale richiesta non blocca la procedura di espulsione.politico sul presupposto che tale richiesta non blocca la procedura di espulsione.

Tale pronuncia innesta molti dubbi circa le conseguenze pratiche legate all’espulsione di un soggetto che, se rimpatriato, corre rischi concreti legati alla violazione dei diritti umani.

Angela Allegria
Giugno 2009
Su “Il clandestino con permesso di soggiono”, anno 1, n. 4.

Luglio 6, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Il Clandestino - con permesso di soggiorno | , , | Ancora nessun commento.

Federica Poidomani Dolcetti

Pianista per passione, chopiniana per vocazione, Federica Poidomani Dolcetti amava la vita attraverso la musica. Tramite essa, infatti, riusciva ad esprimere gioie e dolori suscitando nei cuori di chi la ascoltava sublimi emozioni. Trascendendo ogni cosa visse un’esistenza in cui tutto è musica e in cui la musica è tutto.
L’amore per Chopin andava oltre la musica, includeva l’intera Polonia, il suo territorio, la sua cultura, la sua lingua, le sue tradizioni.
Di tutti questi elementi Federica amava parlare spesso definendoli le due passioni della sua vita e prendendoli come fonti di ispirazione, forza ed energia.
Del Maestro polacco suonava ogni opera, ma prediligeva i Notturni, in particolare il Notturno op. 9 n. 2 sul quale pubblicò nel 1988 uno studio.
Suonava questo pezzo in ogni suo concerto, lo aveva nel cuore, lo sentiva più forte degli altri che già sentiva, interpretava, viveva e faceva vivere.
Si, Federica viveva la musica come una grande forza che la trasportava, la guidava, un Nume che dava senso, linfa vitale al suo spirito, a tutto il suo essere.
Mi piace ricordarla così: seduta al pianoforte, capace di trasmettere la sua professionalità, il suo talento autentico ai suoi alunni, dotata di un tocco di vero artista, un dono raro che tuttavia non teneva chiuso, sottoterra, appartato dagli altri, ma che amava trasmettere spontaneamente con grande generosità.
Trasmetteva tanto sia agli allievi che in lei vedevano un maestro ma anche un’amica con cui parlare, dialogare di ogni cosa, trasmetteva anche a coloro che la ascoltavano suonare, al pubblico durante i concerti, al suo pubblico.
Federica non eseguiva né suonava semplicemente un brano, ma lo porgeva all’ascoltatore in tutta la sua magia e suggestione interpretando ogni singolo passaggio attraverso ciò che aveva condotto l’autore a comporre in quel dato modo piuttosto che in un altro, pesando ogni diminuendo e marcando ogni crescendo con la sua forza di volontà, con la sua voglia di vivere.
Era capace di destare grandi emozioni ora gioiose ora serene a seconda dei pezzi.
Una volta mi parlò di un valzer del maestro polacco, un pezzo che nell’interpretazione comune veniva eseguito in un modo vivace, ma al tempo stesso composto e pacato. Federica mi espose come lo sentiva lei partendo dal presupposto che Chopin intendesse descrivere una danza di contadini nella veste di un valzer: riusciva ricreare la scena di una festa di villaggio in cui uomini e donne ballano e si divertono insieme dopo una giornata di duro lavoro, intenti ad evadere anche solo per un momento le preoccupazioni quotidiane.
Ricordo la volta in cui mi parlò del “valzer dell’addio”, il valzer op. 69 n. 2, definito così perché era stato scritto per una contessa polacca della quale Chopin si era innamorato, ma che non rivide mai più.
Ogni volta che mi capita di ascoltare un brano di Chopin è inevitabile pensare a Federica, credo che questo capiti un po’ a tutte le persone che l’hanno conosciuta!
Quando morì il 15 giugno 1999 lasciò un enorme vuoto sia come pianista che come donna proprio perché Federica non aveva mai separato le due cose.
Angela AllegriaGiugno 2009
Su “Il clandestino con permesso di soggiono”, anno 1, n. 4.

Luglio 6, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Il Clandestino - con permesso di soggiorno | , , , , , , , | Ancora nessun commento.