Angela Allegria

Il potere logora chi non ce l’ha

Pronto Soccorso di Modica: mancata assegnazione di codici d’emergenza

Gentili signore e signori, per noi e per voi il tempo al Pronto Soccorso è molto importante perché a volte il ritardo di pochi minuti può rappresentare un reale pericolo di vita.
martedì 22 gennaio 2008, di Angela Allegria – 242 letture

 

Ha dell’inverosimile la situazione in cui giace il Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Modica nel quale per entrare non si osservano i codici rosso, giallo, verde e bianco, bensì l’ordine di arrivo.

A fare eccezione sono solo i pazienti giunti in ambulanza, unici codici rossi riconosciuti a ragione.

Gli altri devono pazientemente aspettare il proprio turno seppur gravi, perché sono giunti in Pronto Soccorso in auto o con altro mezzo.

“Gentili signore e signori, per noi e per voi il tempo al Pronto Soccorso è molto importante perché a volte il ritardo di pochi minuti può rappresentare un reale pericolo di vita. Per questo al momento della vostra accoglienza l’infermiere che vi riceve vi assegnerà un codice di emergenza corrispondente alla valutazione del vostro caso. Durante l’attesa l’infermiere che vi ha accolto e il personale presente in servizio si fanno carico delle vostre esigenze”.

Questo è l’annuncio a firma del personale del Pronto Soccorso esposto in più posti nei locali dello stesso.

Le parole però non corrispondono ai fatti.

Innanzitutto non c’è un infermiere che accoglie il paziente al suo arrivo e, quando lo si trova, non è materialmente previsto che questi proceda all’assegnazione di un codice.

Allora si chiede quale sia il criterio per entrare e l’infermiere di turno risponde in maniera poco cordiale: “Entrate uno alla volta”.

Ma il paziente non è stato visto per nulla dall’infermiere o se è stato visto e presenta chiari sintomi di trombosi o di infarto deve comunque aspettare il suo turno.

E allora ci si chiede a cosa serva tanto di proclama affisso se poi non corrisponde al vero?

Altro punto che non corrisponde al vero: l’assistenza da parte di tutto il personale medico e paramedico. Purtroppo spesso non si trova nessuno e quando si trova qualcuno questi ha appena preso servizio e non sa nulla.

Quest’ultima situazione fortunatamente non accade sempre, ma molto spesso. Resta pur sempre grave la mancata assegnazione dei codici visto che, come sostengono i medici stessi, “il tempo al Pronto Soccorso è molto importante perché a volte il ritardo di pochi minuti può rappresentare un reale pericolo di vita”.

Angela Allegria

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Giugno 7, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.

Il primo delitto eccellente

Per la prima volta l’opinione pubblica sentì parlare di “mafia”, termine nuovo, associato al territorio siciliano e che vedeva nell’atteggiamento omertoso degli imputati, tenuto durante tutto il corso del processo, un carattere peculiare.
mercoledì 16 maggio 2007, di Angela Allegria – 1632 letture

 

Il 1° febbraio 1893 su un treno proveniente da Messina, nel tratto fra Termini Imerese e Trabia, veniva ucciso con ventisette coltellate Emanuele Notarbartolo, politico siciliano, uomo eccellente per onestà e abilità amministrativa. Nonostante l’arma del delitto, usata per lo più nei delitti passionali, la “voce pubblica” ipotizzò un delitto di mafia. Il procuratore generale Sighele, inoltre, parlò di “alta mafia” nella relazione al guardasigilli del 26 febbraio 1894.

Per cercare di capire questo fatto di sangue che, per la prima volta, nel 1894 aveva visto come protagonista un uomo politico, è necessario chiedersi chi fosse Notarbartolo e quale fosse il suo ruolo nel contesto storico politico siciliano e italiano. Marchese di San Giovanni, discendente dei duchi di Villarosa, Emanuele Notarbartolo aderì da giovane alla causa garibaldina unendosi ai Mille e si distinse nelle battaglie di Milazzo e nell’occupazione di Messina. Nel periodo in cui fu sindaco di Palermo, dal 1873 al 1876, trasformò la città in un grande cantiere completando il mercato degli Aragonesi, la copertura del Politeama, diede il via all’ammodernamento della rete viaria, il collegamento della stazione centrale con il porto, posò la prima pietra per la realizzazione del teatro Massimo. Durante il suo mandato combatté il fenomeno della corruzione nelle dogane. Risanò le finanze comunali attirandosi per questo molti nemici i quali cercarono in ogni modo di isolarlo, mettendolo nella condizione di dover lasciare l’incarico.

Dal 1876 al 1890 fu presidente del Banco di Sicilia. La situazione del Banco di Sicilia all’arrivo di Notarbartolo era disastrosa: l’istituto si trovava quasi sull’orlo del fallimento derivante da speculazioni azzardate e un’amministrazione a dir poco avventurosa, la quale aveva permesso l’utilizzo agli speculatori di un capitale di otto milioni e ottocento mila lire e una riserva metallica di tredici milioni. Per risanare l’istituto Notarbartolo optò per un regime di austerità, invitando, da un lato, i direttori delle sedi a far rientrare i clienti più scoperti e consentire crediti solo ai titoli protetti da solide garanzie e, dall’altro, denunciando i nomi degli speculatori all’allora Ministro dell’agricoltura Micieli. La strategia ebbe in ben quattro anni ottimi risultati. Allo stesso tempo apportò modifiche allo statuto dell’istituto in modo da eliminare le componenti politiche in favore di quelle essenzialmente commerciali. Questo inasprì ancora di più gli animi dei suoi nemici al punto da ordinarne l’omicidio. Il delitto fu eseguito da due uomini, armati rispettivamente di pugnale triangolare e coltello a lama larga a doppio taglio con il manico d’osso.

Le prime indagini si concentrarono subito sul conduttore del treno, Giuseppe Carollo, il quale fu arrestato immediatamente dopo l’omicidio dalla polizia ferroviaria. Questi, incorso in varie contraddizioni fin dal primo interrogatorio, fu ritenuto il maggiore indiziato. Ma già agli inizi dell’estate dello stesso anno si assistette ad una clamorosa rivelazione ad opera del carabiniere Giuseppe Garrito, il quale dichiarò di essere venuto a conoscenza di un brindisi a favore della morte di Notarbartolo avvenuto nella tenuta La Montagnola, di proprietà dell’on. Palizzolo, brindisi tenuto da un gruppo di mafiosi. Un successivo rapporto dei carabinieri indicava come esecutore materiale Giuseppe Fontana, autore di almeno venti omicidi dei quali era stato assolto per insufficienza di prove. Questi, “intimo” di Palizzolo, era il capo della cosca di Villabate, che a quei tempi contava oltre 240 affiliati, dei quali almeno 24 avevano brindato a La Montagnola. Gli indizi raccolti non furono ritenuti sufficienti dal Tribunale di Palermo che emise una condanna di assoluzione nei confronti di tutti gli imputati, senza sentire neppure come teste il Palizzolo.

Due anni più tardi, nel 1895 un detenuto, Augusto Bartolani, dichiarò sotto giuramento che responsabili del delitto Notarbartolo erano il ferroviere Carollo e il killer Fontana. Tali dichiarazioni indussero la magistratura di Palermo a riaprire il caso, ma anche stavolta il Fontana fu assolto per insufficienza di prove, mentre Carollo e Baruffi, anch’egli ferroviere, furono rinviati a giudizio. Il figlio della vittima, Leopoldo, il quale si era sempre battuto per ottenere giustizia, riuscì a mobilitare l’opinione pubblica, in particolare Colajanni e De Felice Giuffrida, e, costituendosi parte civile, ottenne il rinvio del processo a Milano per legittima suspicione. Leopoldo Notarbartolo denunciò in tribunale la dilagante corruzione del Banco di Sicilia e i suoi sospetti su Raffaele Palizzolo. Con don Palizzolo, “u Cignu”, come fu detto, il marchese Notarbartolo si era più volte scontrato in passato, per aver cercato di ostacolarne le spregiudicate operazioni finanziarie di cui l’onorevole si era reso autore. Le carte processuali dimostrano in maniera copiosa che la mano omicida fu mafiosa e che il Palizzolo era un bravo “guanto giallo” sempre in ottimi e intimi rapporti con i mafiosi. L’istruttoria, infatti, evidenziò vecchi sodalizi fra il deputato parlamentare siciliano e la malavita palermitana e trapanese, a favore della quale egli si era prodigato più volte ottenendo scarcerazioni e riduzioni delle pene, al fine di conquistarne il sostegno elettorale. Il processo di Milano, inoltre, evidenziò un sistema di corruzione generale che coinvolgeva le istituzioni dello Stato. Divennero in tal senso imputati la mafia e le istituzioni statali presenti in Sicilia. Per la prima volta l’opinione pubblica sentì parlare di “mafia”, termine nuovo, associato al territorio siciliano e che vedeva nell’atteggiamento omertoso degli imputati, tenuto durante tutto il corso del processo, un carattere peculiare. Il processo di Milano si concluse con la condanna solo degli autori materiali del delitto.

Il vero processo a carico di Palizzolo si svolse dinnanzi alla Corte d’Assise di Bologna nell’autunno 1901, dopo che l’anno precedente era giunta l’autorizzazione a procedere da parte del Parlamento nazionale con 230 voti favorevoli e soltanto 18 contrari. Palizzolo era diventato “l’onorevole padrino”, il simbolo dei connubi fra mafia e politica. Dalla Corte bolognese Palizzolo fu condannato a trenta anni di reclusione insieme a Fontana, mentre Garufi e gli altri imputati furono assolti.

Il clima di generale indignazione e di superficiale classificazione nei confronti della Sicilia, che si era instaurato durante i processi portò all’esplosione di vive reazioni di protesta da parte dei siciliani, ma anche di autorevoli intellettuali fra cui Pitrè e De Roberto. Essi, infatti, costituirono un Comitato pro-Sicilia per riscattare l’isola da tali infamie. Quale potè essere il motivo di una simile scelta? Essi, in realtà, volevano riscattare la Sicilia da quell’onta mafiosa che già da processo di Milano era stata attribuita a quel territorio, volevano evitare che il termine “mafia” potesse connotare tutti i siciliani, anche i siciliani onesti. Tali proteste, unite all’interessamento da parte di Cosa Nostra della vicenda Palizzolo, portarono alla inattuazione della sentenza bolognese, la quale venne portata in Cassazione e poi definitivamente annullata con il rinvio alla Corte di Assise di Firenze.

Ritorna a Palermo su una nave, a mo quasi di trionfo Raffaele Palizzolo, onorevole e consigliere d’amministrazione del Banco di Sicilia, il quale, dopo esserci arricchito con la liquidità dei risparmiatori, esser stato condannato per l’omicidio di colui che era stato preposto all’istituto di credito per risanarne la situazione, fu assolto e acclamato dal popolo siciliano che preferì lasciare un delitto insoluto piuttosto che vedersi attribuito l’appellativo di “mafioso”.

Angela Allegria

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Giugno 7, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.

Catania dopo il 2 febbraio

A Catania si è tenuta una manifestazione ad una settimana dalla morte di Raciti, in piazza Spedini, il luogo nel quale si sono svolti i fatti che i media continuano a farci vedere.
giovedì 15 febbraio 2007, di Angela Allegria – 878 letture

 

L’uccisione dell’Ispettore capo Filippo Raciti, avvenuta lo scorso 2 febbraio 2007, ha scosso le coscienze di tutti gli italiani, tifosi e non tifosi. Mentre gli inquirenti continuano ad indagare per assicurare i colpevoli alla giustizia, a Catania si è tenuta una manifestazione ad una settimana dalla morte di Raciti, in piazza Spedini, il luogo nel quale si sono svolti i fatti che i media continuano a farci vedere. Ma cosa pensa davvero la gente, cosa pensano i catanesi di ciò che è accaduto?

Per cercare di comprendere la mentalità e lo stato d’animo dei catanesi, dei giovani cittadini del capoluogo etneo, ho chiesto ad Agatino Lanzafame, vent’anni, studente, catanese.

Agatino, cosa pensi da catanese dei fatti accaduti al Massimino lo scorso 2 febbraio?

I tristissimi fatti accaduti la scorsa settimana al Massimino hanno fatto riflettere profondamente tutti quei Catanesi che come me, amano la propria città. Da Catanese mi sento profondamente responsabile dell’accaduto, poichè, anche se quei 200 teppisti non sono assolutamente rappresentativi della nostra città, chi ama Catania non può considerare questi episodi come un proprio fallimento. Un fallimento che parte innanzitutto dalle istituzioni e dalle agenzie educative. Le istituzioni perchè sono state incapaci di gestire correttamente la sicurezza dell’incontro (e il mio pensiero si rivolge a tutti i teppisti entrati allo stadio senza biglietto e armati di tutto punto), perchè non hanno avuto il coraggio di imporsi e di rimandare una partita a rischio in una data e ad un orario che fosse adeguato alle esigenze di sicurezza, e soprattutto perchè non hanno saputo rendere conforme alla normativa vigente lo Stadio Massimino. Un fallimento che è condiviso dalle agenzie educative, e mi riferisco alla scuola e alla famiglia, che non sono più capaci di educare veramente ai valori della cittadinanza e della convivenza civile (penso all’elevatissimo numero di giovani e giovanissimi fermati per i disordini).

Immagino anche tu sia tifoso: com’è possibile che una manifestazione sportiva che dovrebbe unire invece divide al punto di dar vita alla formazione di un vero e proprio nemico?

Non ho la presunzione di considerarmi un tifoso del Catania, non avendo l’intensa passione che anima migliaia di tifosi che seguono con amore e compostezza la loro squadra (ebbene sì, ci sono anche quelli). ma senz’altro sono un appassionato di calcio che segue con piacere le vicende del Calcio Catania. Personalmente ritengo che il mondo del calcio in generale debba interrogarsi sulle proprie responsabilità, perchè al giorno d’oggi il calcio non è visto più come uno sport, e anche la naturale e comprensibile rivalità tra supporter si è trasformata in un odio inaccettabile e violento. È doveroso che le società di calcio si impegnino a promuovere un’idea di sport come momento formativo ed educativo, dove non c’è spazio per l’odio. È il primo passo è senz’altro recidere di netto, come hanno fatto i presidenti Lotito e Pulvirenti, i legami con i gruppi che propugnano la violenza all’interno degli impianti sportivi.

Come stanno reagendo Catania ed i catanesi?

I Catanesi, così come tutti gli uomini del sud, sono profondamente emotivi, e la morte di un uomo giusto ed onesto quale era Filippo Raciti a causa di una insensata violenza non li ha lasciati indifferenti. E questo è un primo dato profondamente positivo. Come recitava uno striscione ieri durante una assemblea Cittadina convocata in piazza Spedini (oltre 1000 i partecipanti), “la peggior violenza è l’indifferenza”, di conseguenza la straordinaria partecipazione della cittadinanza alle manifestazioni di solidarietà che da una settimana si susseguono nei luoghi dei tragici incidenti fanno ben sperare chi come me crede nella possibilità che i Catanesi possano voltare pagina e costruire una città più vivibile e solidale. Tutti insieme, partendo dalle associazioni di società Civile, dai partiti, dalla Chiesa, dalle Istituzioni, siamo chiamati ad operare in questa direzione. Speriamo che questo entusiasmo però non si spenga con il passare del tempo.

Cosa a tuo avviso è necessario fare per far si che fatti del genere non accadano più?

Per prevenire tali avvenimenti è necessaria un’azione strutturata su diversi livelli. Innanzitutto sul piano repressivo è necessaria una maggiore certezza della pena per chi commette questo tipo di reati. Dal punto di vista della prevenzione ritengo che vadano attuate completamente le normative vigenti circa la sicurezza negli stadi, e vada impedito di giocare negli stadi non a norma, senza alcun tipo di proroga, è importante far comprendere ai teppisti che lo stadio non è un luogo di impunità.

Il secondo e forse più importante livello di intervento è quello da esercitare a livello educativo. È necessario che la scuola sappia formare studenti capaci di essere cittadini del domani, capaci di spendersi per la legalità e la giustizia, in grado di esprimersi e confrontarsi nel rispetto reciproco senza barriere ideologiche e culturali. Per fare questo è necessario investire sull’istruzione e combattere la dispersione scolastica. Ultimo ma non meno importante intervento deve essere condotto dalle amministrazioni, centrali e locali, per combattere il degrado sociale, la povertà (specialmente nelle periferie) e nell’offrire opportunità che diano speranza ai giovani e li allontanino dal mondo dell’illegalità.

Angela Allegria

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Giugno 7, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.

I giochi di ruolo: nuova tendenza sociologica

Con l’ausilio di Maurizio Bonolis, Ordinario di Sociologia presso l’Università La Sapienza di Roma, cercheremo di cogliere qualche punto essenziale della diffusione del fenomeno a livello sociologico
venerdì 8 dicembre 2006, di Angela Allegria – 922 letture

 

La diffusione fra giovani e meno giovani dei giochi di ruolo apre una problematica assai importante da diversi punti di vista: sociologico, pedagogico, psicologico, filosofico-letterario. Con l’ausilio di Maurizio Bonolis, Ordinario di Sociologia presso l’Università La Sapienza di Roma, cercheremo di cogliere qualche punto essenziale della diffusione del fenomeno a livello sociologico.

A cosa può essere dovuta la tendenza diffusa fra i giovani riguardante i giochi di ruolo e nel particolare i giochi di ruolo online?

I giochi di ruolo online sono in parte come il gioco dei soldatini, il quale, appunto, era un gioco di ruolo esso stesso.

Sotto il profilo sociologico che valenza si può attribuire ai giochi di ruolo?

I giochi di ruolo online sono però qualcosa di più, perché, essendo online ed essendo a sviluppo-di-trama (se non fossero online non poptrebbero essere così), non finiscono mai (o quasi). Perciò possono procurare in modo esasperato l’effetto narcotizzante già presente nelle comunicazioni massa. Producono cioè dipendenza e si può verosimilmente ritenere che tale dipendenza, per definizione,sia tanto più forte quanto più funzioni come vicaria (sostitutiva) di impegni che il giocatore non riesce a mantenere nella vita reale. O perché non li ha o perché richiedono una fatica in cui le soddisfazioni coprono a mala pena i costi, senza eccedere.

Un grande manager, pensiamo a Montezemolo, non si annullerebbe mai in giochi del genere, perché non dispone del minimo spazio (mentale e fisico) per dar luogo alla loro ’vicarietà’. Per un adolescente e/o per adulti frustrati, è facile che questa realtà attragga più di quella effettuale.

Lo studio di tale fenomeno può indurre la scienza sociologica a quali risvolti?

Non si vedono risvolti peculiari per la sociologia, sull’argomento. E’ già tutto chiaro. L’importante è tutelare i minori in materia di accesso. E cose simili, quasi ovvie.

Personalmente cosa pensa dei giochi di ruolo?

Capisco certi passatempi, da intercalare al lavoro con pc. Ma giochi del genere sono un’altra cosa e “mangiano” le persone: le mangiano però (lo ribadisco) quando essi incontrano persone appetibili, cioé pronte a essere mangiate.

Angela Allegria

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Giugno 7, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.

La pena oltre il delitto

A Modica un convegno di studi giuridici per ricordare l’avvocato Giorgio Cassarino.
domenica 12 novembre 2006, di Angela Allegria – 249 letture

 

Si è svolto a Modica (Rg) nei giorni 3-4-5 novembre 2006 un convegno di studi giuridici dal titolo Sistema penale e protezione delle vittime, che ha visto la partecipazione e il confronto di esperti del diritto in una società che cambia.

L’Ordine degli avvocati del Foro modicano in collaborazione con la Camera penale dello stesso hanno voluto ricordare in questo modo l’avvocato Giorgio Cassarino, prematuramente scomparso lo scorso anno.

“Un avvocato eccellente” è stato definito dall’avvocato Ignazio Galfo, collega ed amico fraterno di Giorgio Cassarino, “un uomo di intelligenza superiore” è stato chiamato dal prof. Salvatore Aleo, ordinario di diritto penale presso l’Università di Catania.

Inscindibile i due ruoli in Giorgio Cassarino: dotato di grande bontà nelle questioni quotidiane, di profonda umanità e di una immensa capacità di ascolto nel rapporto con i clienti e con gli amici. Un uomo che amava la vita in tutte le sue sfumature, capace di sorridere e di non arrendersi neppure innanzi alla malattia.

Il convegno, tenutosi nel Teatro Garibaldi, ha visto relatori (avvocati, magistrati e professori universitari ad alto livello) sottili e attenti alle problematiche attuali e all’aggiornamento del sistema penale italiano alla luce dei nuovi scenari europei. Adattare gli istituti di diritto penale presenti nel nostro ordinamento alle esigenze di una società multifattoriale e complessa, da un lato, concedere uno spazio maggiore alle vittime dei reati, dall’altro: queste le linee guida dei tre giorni. Bisogna in altri termini tener conto di tutti i fattori extrapenali in una società in continua evoluzione, varia, da un lato, spostare l’asse del sistema processuale penale verso l’ottica della vittima dell’illecito, alla quale si deve assicurare ogni sorta di garanzia, cominciando con l’assicurarle il diritto all’informazione.

L’intento di offrire alla persona offesa dal reato maggiori rimedi sia processuali che extraprocessuali induce l’operatore del diritto a compiere scelte che vanno recepite non solo dal punto di vista interpretativo, ma soprattutto richiedono l’opera del legislatore.

Il confronto con la realtà globalizzata aiuta a riflettere e a far sì che per collocare il nostro paese all’interno del sistema europeo prima, mondiale dopo, è necessario adattare gli strumenti con i quali si è finora lavorato alle nuove esigenze.

Questo in parte è stato fatto, come ad esempio con l’introduzione dell’istituto della mediazione penale (esempio di giustizia riparatrice, nel quale si crea un contatto extrapenale fra il presunto colpevole e la vittima dell’illecito), ma tanto ancora resta da fare.

Angela Allegria

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Giugno 5, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.

Il cioccolato solidale per combattere lo sfruttamento dei bambini africani.

 

La presenza di Botteghe solidali sul nostro territorio induce alla riflessione sulle condizioni di vita delle popolazioni del terzo mondo.
lunedì 28 agosto 2006, di Angela Allegria – 1025 letture

 

La presenza di Botteghe solidali sul nostro territorio induce alla riflessione sulle condizioni di vita delle popolazioni del terzo mondo. Tali cooperative, esercitando il commercio equo-solidale, collaborano all’eliminazione o quanto meno alla riduzione dello sfruttamento di tali popoli.

La situazione dei bambini è quella più grave: essi, fin dai primi anni, si alzano all’alba e vanno per i campi in aiuto ai propri familiari, devono in seguito percorrere un bel po’ di chilometri a piedi per raggiungere la scuola, al ritorno è la stessa storia. Alla fine della dura giornata resta appena un filo di sorriso sulle loro labbra, prima di assopirsi per cercare di recuperare le forze per il giorno dopo.

Il tenore di vita è molto basso in quelle zone. Iniziativa delle botteghe solidali consiste nella vendita di oggetti, di vestiti, di prodotti tipici, fabbricati in quei posti. Fra questi c’è il cioccolato modicano. Si tratta di un’iniziativa nata dalla tradizione del cacao grezzo, il quale viene trasformato in cioccolato modicano attraverso una antica ricetta di origine azteca.

La Cooperativa Sociale “Quetzal – La Bottega Solidale” è produttrice del cioccolato modicano “Quetzal”. Essa produce il cioccolato solidale nel proprio laboratorio modicano, nato nell’ottobre 2004, in cui lavorano regolarmente 12 addetti ai lavori. Da qui partono le tavolette che vengono distribuite e vendute in tutti i punti vendita aderenti al Consorzio ed esportata in Grecia, Portogallo e Danimarca. I semi di cacao vengono acquistati direttamente dai produttori di America Latina, Asia ed Africa tramite il Consorzio CTM-Altromercato costituito dalle botteghe solidali presenti in Italia e la cui sede principale è a Verona. I semi vendono poi lavorati e trasformati in pasta amara in Italia dalla Icam.

I materiali coloniali, fra cui il cacao, sono quotati nelle borse di New York e Londra e di conseguenza il loro valore è suscettibile di oscillazione. Il Consorzio ha fissato un prezzo base, minimo, che è più alto del prezzo di borsa. Anche questo prezzo minimo fissato dal Consorzio è suscettibile di aumento in caso di aumento del prezzo di mercato. Tutto ciò al fine di agevolare la produzione nel c.d. Sud del Mondo ed evitare lo sfruttamento delle popolazioni produttrici di materie prime.

Si vuole inoltre incentivare la produzione biologica tramite ulteriori incentivi al fine di tutelare sia il produttore, sia il consumatore tramite un prezzo equo e trasparente e una qualità biologica, legata comunque alle tradizioni sia dei paesi produttori, sia della realtà modicana. Il cacao proviene dalla Repubblica Dominicana, lo zucchero di canna (grezzo) dalla Costa Rica, le spezie (Chili, zenzero, cannella) dallo Sri Lanka, la vaniglia dall’India, il caffè dal Messico. Anche le confezioni sono fatte con spago prodotto da un gruppo di donne del Bangladesh, gli astucci in paglia sono fatti in Mozambico. Già da questo si può notare la stretta collaborazione fra tali Paesi e la nostra realtà. Al fine di agevolare l’incontro di culture diverse ha preso vita il Favarè, un nuovo tipo di cioccolata modicana fatta con fave cottoie proprie della tradizione modicana.

Tale iniziativa è manifesto di una collaborazione possibile, continua e fruttifera fra i Paesi del Nord e del Sud del Mondo, con vantaggi giusti per entrambi e senza sfruttamento di uomini, donne e bambini. Il Consorzio, infatti, appoggia anche progetti locali di sviluppo ambientale e sociale al fine di costruire un’economia solidale.

Angela Allegria

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Giugno 5, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.

Notte da campioni a Modica

Anche Modica, come tutte le altre città d’Italia, ha sofferto, tenuto duro per 120 minuti, e gioito alla fine per gli azzurri.
giovedì 13 luglio 2006, di Angela Allegria – 297 letture

 

Anche Modica, come tutte le altre città d’Italia, ha sofferto, tenuto duro per 120 minuti, e gioito alla fine per gli azzurri.

Cosa è successo a Berlino riecheggia già nella storia del calcio mondiale, ciò che è accuduto in questo centro ibleo merita di essere menzionato.

I modicani, acuti sostenitori dei “nosti” calciatori, si sono riversati in piazza Matteotti, punto di ritrovo per eccellenza, per seguire la partita prima e per festeggiare dopo.

Il Popolo modicano, il Popolo italiano unito unito da una grande passione: l’Italia. La cornice barocca ha vestito il tricolore. In essa piccoli e grandi, giovani e meno giovani, tutti in una parola hanno potuto vantare la propria cittadinanza italiana sventolando le bandiere rosso bianco e verde e cantando l’inno di Mameli. Una vera soddisfazione per gli eroi del Risorgimento!

L’ultimo rigore. Grosso. Gooool! Da quel momento si è scatenata la gioia, l’entusiasmo ha preso il sopravento, la tensione accumulata durante quei fatidici 120 minuti e poi ai rigori si è manifestata in tutta la sua potenza e la parola “Gol” ha riempito la Cava, si è sparsa sopra i quattro colli ed è voltata oltre di essi aggiungendo chissà quali mete.

“Campioni del Mondo per la quarta volta dopo 24 anni di digiuno!” ha esclamato un tifoso. Ed un altro: “Sono felicissimo! E’ la prima volta che vedo l’Italia vincere! E’ una gioia immensa!”

È in casi come questo che l’individuo può sentirsi parte di una collettività, creando con questa un legame inscindibile che ci auguriamo non sia solo momentaneo.

Angela Allegria

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Giugno 5, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.

L’altra piazza

Rita Borsellino incontra i modicani
lunedì 22 maggio 2006, di Angela Allegria – 321 letture

 

L’acutezza dello sguardo, la semplicità delle parole, la logica linearità del ragionamento nato dalla piena coscienza della realtà e dalla speranza ottimistica di cambiare le cose: questi gli elementi colti dai modicani sabato 13 maggio in piazza Matteotti. Sono le parole di Rita Borsellino che scuotono le coscienze e che illuminano le menti e i cuori. Lo sguardo pacato di una donna che ha deciso di fare qualcosa per i siciliani perché è una di loro, perché ha vissuto in prima persona quegli eventi che ormai hanno assunto la certezza di fatto storico.

Presente nell’Altra Piazza -questo il titolo della manifestazione- anche Claudio Fava il quale ha introdotto Rita Borsellino con parole semplici e concise, quasi lapidarie. Un uomo, un giornalista, un siciliano che ha saputo impegnarsi nella vita politica per far respirare un pò d’aria fresca ai suoi conterranei. Emblematico nel discorso di Fava l’incipit in cui ha parlato del ruolo attivo dei familiari delle vittime della Mafia sfatando il mito secondo il quale ad essi è riconosciuto solo il diritto di piangere i propri morti, disconoscendo loro il diritto al governo della Res Pubblica, il che implica la partecipazione politica. Tale ragionamento è stato ripreso da Rita Borsellino la quale ha ribattuto alle critiche avanzate circa l’importanza del suo cognome ribadendo che Borsellino è innanzitutto il suo proprio cognome, quello che usa da quando è nata.

L’emozione della folla è cresciuto maggiormente nella conclusione allorquando Rita Borsellino ha dichiarato, quasi confessandolo ad amici, che la morte di Paolo Borsellino l’ha cambiata profondamente. Se la mafia non avesse ucciso Paolo Borsellino forse lei sarebbe stata diversa. Ma ciò che è accaduto è accaduto e lei ha fatto una scelta la scelta di chi vuole cambiare le cose e vuole tenere la testa alta. E’ stato quel tragico evento a darle la forza di non dimenticare e di non far dimenticare, è stata la strage di via D’Amelio a farle conoscere gli italiani. E sono stati gli italiani a mostrarle non solo la loro solidarietà ma addirittura il loro affetto. Si perché è proprio affetto il sentimento forte che lega Rita Borsellino agli italiani! Ora sull’onda di questo affetto profondo Rita vuole fare qualcosa per i siciliani.

Angela Allegria

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Giugno 5, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.

La semplicità di compiere il proprio dovere

La morte di Rosario Livatino, giudice e credente, interpella la coscienza dei magistrati e dei credenti, ma anche di ogni cittadino.
giovedì 2 marzo 2006, di Angela Allegria – 933 letture

 

Rosario Livatino viveva il suo lavoro isprirandosi a valori morali e religiosi sostanziali che riflettevano ciò che egli sentiva dentro. Scrive infatti riferendosi al ruolo del giudice: “Il giudice di ogni tempo deve essere ed apparire libero ed indipendente, e tanto può essere ed apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato.”

Ciò prospetta una personalità ferma ed irremovibile, non ricattabile, semplice e schietta, guidata dal desiderio di amministrare per il meglio la Giustizia. Scelta non facile in una società in cui imperversa la corruzione, il clientelismo, la Mafia.

Scelta che deve essere guidata da Dio che conosce anche le cose che sfuggono a noi poveri esseri finiti. Una scelta di fede che lo accompagnerà per tutta la sua breve esistenza. Scrive infatti nella sua agenda nel 1978: “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”.

Il senso di religiosità insito nel suo essere lo accompagna sempre: ogni mattina prima di recarsi al lavoro il giudice Livatino va in chiesa, si inginocchia e prega per alcuni istanti.

La sua è una vita semplice come semplice era la sua camera a Canicattì: un letto anonimo, sul cui cuscino é adagiato un rosario; in un angolo, una vecchia macchina da scrivere; una sedia di plastica ed una comunissima scrivania, sulla quale trova spazio solo una lampada ed un Vangelo; un armadio anonimo ed una bassa scansia, dove sono rimaste alcune riviste, una libreria con tante videocassette di film.

Scrive il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso nel 1990, poco dopo l’attentato: ” Un ondata di commozione pervade l’Italia tutta, che scopre attraverso i giornali la sua storia di giudice, dal volto pulito di ragazzino, dallo sguardo limpido, schivo in vita da qualsiasi esibizionismo. Il sacrificio di Rosario Livantino, anche se si è consumato nell’ambito di una vicenda umana, può bene essere considerato un martirio.

Lo stesso Pontefice nella sua visita pastorale in Sicilia, il 9 maggio 1993,con parole commosse, ricorda come martiri della giustizia Rosario Livantino e don Pino Puglisi, “che , per affermare gli ideali della giustizia e della legalità hanno pagato con il sacrificio della vita il loro impegno di lotta contro le forze violente del male”.

Vorrei concludere queste brevi riflessioni su un grande esempio di professionalità, di diligenza, di impegno ed equilibrio, di purezza e semplicità, di profonda umanità con le parole del Presidente Ciampi: “Livatino ci ha lasciato una eredità morale che tutti noi siamo chiamati a raccogliere, una testimonianza di fede, di coerente rigore e di impegno civile da non dimenticare”.

Angela Allegria

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Giugno 5, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.

Storia di una ragazza coraggiosa

Il 5 novembre 1991 Rita Atria ha 17 anni. Si presenta ai giudici per raccontare la sua storia credendo in questo modo di poter vendicare gli assassini del padre e del fratello uccisi da una faida criminale…
giovedì 16 febbraio 2006, di Angela Allegria – 1861 letture

 

“ Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo ”.

Queste sono le parole di Rita, una ragazza siciliana, nata a Partanna, figlia di mafiosi, una giovane donna coraggiosa che ha avuto la forza di ribellarsi alla regola dell’omertà che regge Cosa Nostra.

Il 5 novembre 1991 Rita Atria ha 17 anni. Si presenta ai giudici per raccontare la sua storia credendo in questo modo di poter vendicare gli assassini del padre e del fratello uccisi da una faida criminale.

La sua non è una scelta facile: è la ribellione a generazioni di donne che avevano visto, avevano sentito, ma non hanno mai parlato di un mondo tanto distante e tanto diverso dalla concezione di comune di Stato, ma che per loro era la realtà.

Rita Atria varca la soglia della legalità divenendo così un’”infame”per il mondo a cui appartiene, cosciente che la sua vita cambierà, consapevole che sarà sola, lontana dalla sorella che rifiuta di incontrarla per non essere coinvolta, rifiutata dalla madre.

Quello che la spinge è un sentimento di vendetta che si trasforma in desiderio di giustizia sotto la guida di Paolo Borsellino, lo “zio Paolo” come era solito chiamarlo. Rita aveva visto il sangue di due familiari macchiare il pavimento della sua casa, aveva sofferto, aveva provato la paura che nasce dalla consapevolezza di vedere la propria vita appesa al filo dell’illegalità che governa il paese. Non ci sta, non accetta tanto.

Ai giudici fa i nomi, fornisce riscontri, denuncia, parla anche dei rapporti che sussistono fra il suo ex fidanzato e Cosa Nostra.

Avendo una conoscenza più approfondita del fenomeno mafioso, diviene collaboratore di giustizia, creando in tal modo le premesse per una più adeguata risposta istituzionale al fenomeno stesso.

Nella sua vita l’incontro con il giudice Borsellino è fondamentale: Rita si sente protetta, riesce a vedere le cose in modo diverso, ha finalmente fiducia nello Stato e nelle istituzioni.

Solo con lui Rita riesce ad andare avanti nella ricerca della verità, a non fermarsi innanzi a nessuno. Viene trasferita a Roma sotto falso nome. Vive lì con la cognata Piera Aiello, anche lei collaboratore di giustizia,. E’ costretta a cambiare dimora continuamente, a vivere un’identità che muta sempre, che non è la sua. Raccoglie i suoi pensieri su di un diario, un regalo dello “Zio Paolo”, diario che è il suo testamento spirituale. Il 19 luglio 1992 l’attentato di Via D’Amelio.

Il dolore è troppo forte, Rita stavolta non ce la fa e una settimana dopo questo tragico evento si toglie la vita. Il suo esempio non è stato dimenticato. In Sicilia esistono dei comitati di lotta alla Mafia intitolati a lei, sono stati fatti film e rappresentazioni teatrali in nome di quella ragazza pentita che tuttavia non aveva nulla di cui pentirsi, ma che ha dato un esempio forte alla società civile, sottolineato anche dalla sua giovane età.

Angela Allegria

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Giugno 5, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Girodivite | | Ancora nessun commento.