Angela Allegria

Il potere logora chi non ce l’ha

Intervista a Carlo Ruta

Storico, giornalista, amante della Sicilia e dei suoi misteri, Carlo Ruta svolge la sua attività interessandosi alle storie della sua terra, a quelle non dette, a quelle non scritte, ai fatti che sono immersi dalla coltre della dimenticanza, quegli eventi e quei personaggi storici di cui sarebbe meglio non parlare.
Nel 1994 si è occupato del tema storico di Portella della Ginestra, fornendo materiale, negli anni successivi, al regista Benvenuti per la realizzazione del film “Segreto di Stato”. Tre anni dopo lo stesso filone d’inchiesta è stato rilevato e continuato da Giuseppe Casarrubea, il quale è giunto a sue conclusioni.
Nei suoi libri, nei suoi scritti Carlo Ruta si è occupato di fatti di mafia, denunciando i poteri forti del sudest siciliano, illuminando la scena in quelle zone che definisce “coni d’ombra”, quali ad esempio il caso vittoriese o la morte dell’imprenditore Carbone di Scicli.
Su quest’ultimo caso è stato processato per calunnia e di recente assolto in formula piena. L’oscuramento del sito www.accadeinsicilia.net, le minacce, i procedimenti giudiziari, non gli hanno fatto mai fare un passo indietro, anzi, il ruolo di “vittima” a Carlo non piace proprio per nulla.
Di recente ha pubblicato un nuovo libro “Segreto di mafia”, nel quale propone un’analisi storica e sociale dettagliata e profonda del sudest negli anni settanta, a partire dalla sera del 25 gennaio 1972 nella quale fu ucciso l’ingegnere ragusano Angelo Tumino su cui indaga Giovanni Spampinato, giornalista de “L’ora”, ucciso poco dopo.
La figura di Spampinato, come anche quella di Carlo Ruta non possono non far riflettere sul ruolo del giornalista in terra di mafia, di cui parla lo storico siciliano per “Antimafia Duemila”.
D: Carlo, quale è il ruolo del giornalista in riferimento alla informazione e comunicazione di eventi legati alla criminalità organizzata?
R: Il crimine organizzato reca declinazioni complesse, tanto più quando si combina con l’esercizio del potere. Si tratta comunque di un dato evoluzione, che è cambiato, si direbbe geneticamente, in sintonia con i mutamenti dell’ultimo secolo. Nell’economia odierna, imperiale e globale insieme, le sacche di concertazione criminosa sono divenute un fattore economico in senso stretto. Ne danno prova i paradisi bancari off-shore, i transiti di capitale in nero, la grande evasione fiscale. Tale concertazione, se può essere rigettata quindi dal singolo operatore, dall’impresa che tiene al rispetto delle regole, può esserlo sempre meno dal sistema nel suo complesso, per come è andato strutturandosi. Sempre più, in aggiunta, il destino dei paesi si trova percorso ed influenzato da economie tipicamente illegali, che muovono dai grandi traffici di narcotici, armi, schiavi, preziosi, tabacchi, materiale radioattivo, rifiuti tossici. In definitiva, se è andato ampliandosi l’orizzonte dei diritti, sanciti, riconosciuti, rivendicati, dall’altro, a dispetto delle sicurezze del vecchio liberalismo, taluni mali delle attuali società vanno evolvendo in modo severo, generando dei veri e propri punti di collasso. È allora importante che il giornalista, oggi, si assuma l’onere di rendere visibili, attraverso la denuncia e la documentazione, tali punti di collasso, a salvaguardia delle leggi giuste, delle libertà, della democrazia.

D: Nel tuo ultimo libro “Segreto di mafia”, ti sei occupato del delitto Spampinato. A che conclusioni sei giunto? Perché Giovanni Spampinato è morto?
R: L’uccisione di Spampinato, per quanto se ne conosca l’autore, è ancora da contestualizzare, mentre quella dell’ingegnere Angelo Tumino, palazzinaro del ragusano, rimane un rebus da risolvere, sul piano giudiziario come su quello informativo. Una cosa comunque può essere detta con certezza: il giornalista de “L’Ora” si trovò a incalzare il nocciolo profondo del sudest. Per decenni i due delitti sono stati posti in relazione con le emergenze neofasciste dell’epoca. Tale pista non trova tuttavia alcun riscontro, mentre si mostra debole, in via generale, il modello interpretativo che tende ad individuare degli spessi punti di contatto fra le trame nere degli anni sessanta-settanta e le vicende della Cosa Nostra siciliana. Numerosi indizi corroborano, invece, l’ipotesi dell’affare di mafia, sullo sfondo del grande contrabbando. Va tenuto conto che il cono d’ombra del sudest, da Catania a Gela, passando per il Siracusano e i settanta chilometri di costa iblea, costituiva un punto nevralgico di quei traffici, trattandosi dell’area siciliana più permeabile e più prossima alla coste jugoslave, greche e maltesi, lungo le quali le grandi società di tabacchi avevano dovuto dislocare i loro depositi.
D: Perché a distanza di trentasette anni la verità sui delitti Tumino e Spampinato non deve ancora essere svelata?
R: Non è ravvisabile, al riguardo, un retroscena misterioso e profondo, né un puparo che tira le fila e che governa i silenzi. In realtà è nei caratteri degli esseri umani cercare di dimenticare il passato quando fa male, quando testimonia importanti deficit di coscienza. Quel 1972 costituisce una perdita secca per le società iblee, per quella ragusana in particolare, perché in tale storia non si sono registrati solo manchevolezze ed errori, ma pure omertà diffuse, profonde, coazioni a tacere che hanno impedito di percorrere determinate strade, le sole che avrebbero potuto permettere di conoscere i fatti. La Ragusa che non ama farsi parlare addosso non ha mai iniziato ad elaborare un lutto. Sin dall’apparizione di via Ciarberi ha scelto invece di dimenticare.
D: La provincia di Ragusa è sempre stata definita “provincia babba” (lett. provincia sciocca), estranea ai fatti di mafia o comunque legati alla criminalità organizzata. È davvero così?
R: La provincia di Ragusa, come accennavo prima, non può essere considerata un’isola felice perché ha giocato un preciso ruolo nell’ambito degli affari più oscuri della Sicilia, soprattutto a partire dagli anni sessanta dopo la chiusura del porto di Tangeri, quando le società produttrici di tabacchi sono state costrette a trasferire i loro magazzini dall’ovest all’est del Mediterraneo. In quel contesto, per ragioni di vicinanza materiale e per la facile permeabilità delle coste, si è reso necessario, appunto, fare del sudest siciliano un’area operativa, nella quale far circolare non solo tabacchi, ma anche armi, reperti archeologici. Se dal punto di vista sociale, degli stili di vita, la contaminazione mafiosa poteva dirsi allora minima, sul piano logistico e materiale le cose erano del tutto differenti. Nella cuspide ibleo-siracusana convergevano interessi importanti, con le massime garanzie di copertura, in virtù della buona reputazione di cui godeva l’intero sud-est, reputato ameno, lindo, estraneo a fatti di mafia. Ben si capisce allora che Giovanni Spampinato, il primo giornalista a mettere in discussione lo stereotipo dell’isola tranquilla, finì per costituire un pericoloso inconveniente.
D: Cosa sono i coni d’ombra?
R: Sono anzitutto delle aree fisiche, territoriali, che sono in grado di godere di grande reputazione, e che tuttavia possono finire per essere funzionali a traffici di tipo mafioso. Fino a trenta anni fa, ad esempio, la camorra veniva associata principalmente a Napoli. Quanto avveniva nel Casertano e in altre province campane veniva a trovarsi quindi fuori dal cono di luce mediatico, sovente pure giudiziario. Poi c’è stato l’omicidio di don Giuseppe Diana e l’attenzione di tanti giornalisti, magistrati, sociologi, storici si è spostata su questa città, che prima era stata rappresentata appunto come normale. Evidentemente, Caserta costituiva un cono d’ombra. Altra vicenda esemplare è quella del Nord-est, area che gode di grande reputazione in Italia e all’estero, quale motore dell’economia nazionale e sede di piccole imprese che sono diventate grandi nel mondo. Negli ultimi anni novanta, alcuni magistrati di Venezia hanno scoperto che proprio nel Veneto, epicentro del Nord-Est, si era radicata, in piena sordina, una spessa organizzazione criminale, finita poi nelle cronache come la “mafia del Brenta”,. capeggiata da Felice Maniero. E non si tratta del solo fatto degno di nota. L’ameno Nord-Est, ancora con i favori dell’ombra, ha potuto costituire, lungo gli anni settanta-ottanta, una della aree del paese più intaccate dalla grande speculazione edilizia, con effetti di devastazione non indifferenti. Tanti elementi lasciano ipotizzare infine che la crescita economia di tale economia sia stata alimentata pure da scambi fuori le righe, a partire dal riciclaggio di denaro. Ma su questo punto non sono ancora possibili risposte definitive. I coni d’ombra non sono comunque soltanto fisici, possono riguardare bensì la politica, l’economia, i poteri. Una vicenda rappresentativa è quella della Banca d’Italia negli anni di Antonio Fazio. L’aura di irreprensibilità che cingeva il santuario più in alto della finanza nazionale è servita infatti a celare fatti e atteggiamenti anche gravissimi, che in ultimo sono finiti comunque sotto i riflettori dei media, italiani e internazionali. Tutto questo definisce allora i coni d’ombra. Si tratta di luoghi ovattati, refrattari alla luce e alla conoscenza, per ciò stesso dei punti di collasso della democrazia. Proprio perché connessi a un oltre intangibile, una sorta di terra di nessuno, finiscono infatti con intaccare in profondo il sistema dei diritti. L’informazione, ovviamente, reca il compito fondamentale di riconsegnare tali luoghi, fisici e non fisici, alla luce, quindi alla democrazia.
D: Che percezione hanno i cittadini di tali poteri?
R: I cittadini, che non vivono astrattamente ma in realtà concrete, più o meno difficili e tuttavia sempre condizionate e condizionanti, possono avere dei poteri una percezione molto varia. Possono sentirli remoti, estranei, insondabili. Possono sentirli invece minacciosamente vicini. In quest’ultimo caso, l’omertà diffusa può essere parte integrante dell’ombra, quale sapere che collassa esso stesso nel buio, nel vuoto di comunicazione. La reticenza sociale può essere motivata tuttavia da altro. Può essere espressione di culture, di atavici sensi dell’appartenenza. In ogni caso, le democrazie, se veramente tali, recano l’onere di espugnare i territori dell’oblio, attraverso progetti di garanzia civile e di conoscenza.
D: Secondo te, perché il terrorismo eversivo legato alle Brigate Rosse e Nere può considerarsi una parentesi completamente chiusa, mentre le associazioni di tipo mafioso continuano ad esistere, svolgere le proprie attività, continuare ad infiltrarsi nel tessuto statale?
R: Terrorismo e mafia sono due fra i maggiori mali della società. Ma sono diversi, irriducibili l’uno all’altro. Il primo erompe dalla politica, si direbbe in modo ritmico, in particolari frangenti storici. La seconda, più profondamente strutturata in senso antropologico, trova il suo terreno cardine nelle economie, perché in queste può essere espresso al meglio il potere di soggiogamento delle comunità. Il terrorismo è un po’ l’antefatto dei regimi autoritari. Ne fecero ampio uso il nazismo, con le Camicie Brune e le SS, il fascismo con le squadre. Ne hanno fatto un uso costitutivo le dittature latino-americane del secondo Novecento. Il terrorismo è stato infine il leit motiv degli anni settanta-ottanta in Italia, che segnarono il punto più alto della strategia della tensione. La mafia è tutt’altra cosa, perché non reca un particolare gusto per gli eccessi di tensione, né annuncia fascismi o regimi autoritari, s’incardina bensì e trae le migliori condizioni di esistenza proprio nei regimi liberaldemocratici, con l’avocazione a sé di poteri, con il controllo di territori, la scesa a patti con fette di stato, e così via. Ovviamente, attraverso tale opera, corrode la democrazia nell’intimo, ne intacca la sostanza, rischiando di svuotarla, in ultimo, di senso.
Angela Allegria
11 luglio 2009
In www.antimafiaduemila.com

Luglio 12, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Antimafia Duemila | , , , , , , | Ancora nessun commento.

Salvatore Coppola: così nascono i pizzini della legalità

L’impegno del cittadino libero innanzi alle organizzazioni di tipo mafioso si può esprimere nei modi più svariati: non solo con una semplice ma importante denuncia innanzi alla richiesta di pizzo, all’estorsione, al semplice favore, ma anche con il rifiuto di qualsiasi tipo di connivenza, con la diffusione di notizie, in una parola, con la attività che si è soliti svolgere.
Questo ha fatto e continua a fare Salvatore Coppola, editore siciliano di Trapani, un uomo che ama la sua terra in maniera profonda, che soffre nel vederla vittima di un giogo che non merita, che la rende famosa al mondo non solo per il suo territorio, per le bellezze naturali ed artistiche, ma per qualcosa di più: la mafia.
Sin dagli esordi Salvatore Coppola ha deciso di pubblicare il “vero”, la “verità delle cose”, la “realtà” della Sicilia e dei suoi personaggi.
Nel 2006, prendendo spunto dai pizzini trovati nel covo di Bernardo Provenzano, ha dato vita ad un’iniziativa singolare nel suo genere: i “pizzini della legalità” che da marzo 2009 sono prodotti anche a Scampia.
Ma parliamone direttamente con lui.
D: Salvatore, quando hai pensato di fare editoria e come questa può interessansi di problemi sociali come la mafia?
R: L’esperienza della casa editrice è iniziata nel 1984 e durò circa quattro anni dopo i quali mi dedicai ad altro, andai all’estero a Parigi. Nel 1998 ricominciai con il nuovo marchio a livello professionale. Ho cercato da un lato di curare l’editoria sulla Sicilia vista sempre in modo positivo, non solo come località turistica, ma attraverso scrittori, personaggi e saggistica che fossero legate alla realtà e non a storie di fantasia, inventate o usate per fare cassetta. Vero è una casa editrice, un’azienda deve vendere, far profitto, ma approfittare del mali della Sicilia, della mafia per fare soldi non mi sembra giusto, non è il mio caso. Magari, sicuramente sono “scemo” come mi possono definire gli altri, ma sono onesto con me stesso e con i siciliani.
Uno dei primi libri che ho editato è stato “Le siciliane” di Giacomo Pilati, che ha avuto un grande successo sia di critica che di vendita giungendo ad essere tradotto anche in America.
D: Cosa è il pizzino della legalità?
R: Il pizzino della legalità è nato circa un mese dopo l’arresto di Provenzano. Si tratta di riproporre un termine proprio del nostro siciliano, parola che veniva usato e viene usato ancora per prendere appunti, per fare la spesa, o nell’antichità quando i fidanzatini non si potevano vedere spesso o parlare per comunicare i propri sentimenti usavano un pezzetto di carta, il pizzino.
Purtroppo questo termine è stato usato da Provenzano, Riina e gli altri boss mafiosi per comunicare ai loro affiliati messaggi di morte, di richiesta di pizzo o estorsione eccetera.
Da questa idea, avendo già realizzato in precedenza dei piccoli fogli bianchi, ho pensato di inserire all’interno di essi delle storie di personaggi purtroppo scomparsi perché uccisi dalla mafia, o saggi di scrittori come Umberto Santino, Giuseppe Incandela ed altri. In tal modo è nata una collana di cultura della legalità tanto voluta da Falcone e Borsellino quando erano ancora in vita.
La collana si è adesso arricchita di undici titoli tra i quali il pizzino di Pina Maisano Grassi, con la quale si è istaurata una amicizia.
Il progetto ha visto l’adesione di tanti altri autori quali l’avv. Michele Costa, figlio del giudice Gaetano Costa, Maddalena Rostagno, Chicca Roveri.
Adesso la collana conta ben ventisette titoli, cinque dei quali sono sulla Camorra.
D: Sei appena tornato da Scampia. Ci vuoi raccontare l’esperienza campana?
R: Ho conosciuto lo scorso anno alla fiera del libro di Torino un ragazzo di venti anni, Rosario Esposito La Rossa, che ha pubblicato già due libri di cui l’ultimo, “Libera voce”, nel quale racconta le speranze, le delusioni dei ragazzi campani di Scampia e di Napoli dando voce ai protagonisti attraverso un’intervista. Rosario ha visto i pizzini e mi chiese se fosse possibile farli anche sulla Camorra. L’idea mi piacque subito. Al momento ne abbiamo fatto cinque: uno su Giancarlo Siani, giornalista ammazzato dalla camorra il 23 settembre 1985, uno su don Peppino Diana del quale il 19 marzo è ricorso l’anniversario, uno su ‘O Ti, cugino di Rosario Esposito La Rossa, ammazzato dalla Camorra mentre giocava a biliardino perché, sentendo i colpi, non si era potuto scansare in quanto disabile. Ignorando questo dato si era detto che ‘O Ti appartenesse ad una famiglia mafiosa. La famiglia ha dovuto lottare per dimostrare la sua estraneità al gruppo mafioso.
In seguito Rosario mi ha chiesto se fosse possibile stampare i pizzini direttamente a Napoli, a Scampia. All’inizio avevo detto di no per via della particolarità dei macchinari che li stampano e del luogo dove istallarli. L’insistenza di Rosario ha fatto superare i problemi organizzativi e il 2 marzo di quest’anno c’è stata l’inaugurazione della fabbrica dei pizzini alla presenza di Tano Grasso e Silvana Fucito a Scampia, un vero e proprio paese dove, fra i camorristi ed i drogati ci sono tante persone oneste che lottano contro la mafia.
D: Qualcuno ha commentato l’evento scrivendo “I semi della legalità sono portati a Napoli dai siciliani”. Cosa ne pensi?
R: La mia idea, condivisa da molti, è che la Mafia non è un fatto solo siciliano come la Camorra non è un’organizzazione solo campana. Alla luce di ciò unire le forze, siciliani e campani, sperando nella collaborazione in futuro anche con calabresi e pugliesi, per avere più vigore, anche rispetto alla politica, nella quale gli esponenti delle mafie si sono infiltrati.
Angela Allegria
1 aprile 2009
In www.antimafiaduemila.com

Aprile 1, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Antimafia Duemila | , , , | Ancora nessun commento.