Angela Allegria

Il potere logora chi non ce l’ha

Piazza San Francesco ricca di storia e cultura

Angela Allegria
Novembre 2009
In Katane

Novembre 14, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Katane | , , , , , , | Ancora nessun commento.

Passeggiando per Catania: Via Crociferi

Angela Allegria
13 ottobre 2009
In www.2duerighe.com

Novembre 13, 2009 Pubblicato da angelaallegria | 2Duerighe | , , , , | Ancora nessun commento.

Ai confini della legalità

Punta Ciriga, un paradiso chiuso al pubblico

Angela Allegria
Novembre 2009
In Ragusa in Prima Pagina, anno I, n. 9.

Novembre 10, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Prima Pagina | , , , , , | Ancora nessun commento.

Il consenso non abita qui

Incontro con il procuratore Francesco Puleio

Angela Allegria
Novembre 2009
In Ragusa in Prima Pagina anno I, n. 9.

Novembre 10, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Prima Pagina | , , , , | Ancora nessun commento.

Le interviste di Nadir: Giovanni Belardinelli

Sensibile ed acuto, riservato ma allegro, Giovanni Belardinelli, in arte Giobel, cattura la realtà mutevole immortalandola nei suoi scatti che esprimono il suo modo di essere, di guardare al reale, di dar vita alle immagini che crea nella propria mente e ricerca nella vita.
Parola d’ordine “divertimento”, un passione vissuta con la consapevolezza della sperimentazione, dell’allenamento continuo, non dimenticando la bellezza e la curiosità che lo hanno spinto ad intraprendere la strada della fotografia.
Capace di migliorarsi sempre, Giobel ci spiega il suo concetto di fotografia.
D: Cosa significa per te fotografare?
R: Per me fotografare vuol dire proiettarmi all’esterno ed esprimermi su di un altro piano di realtà: intraprendere un gioco fantastico ed intrigante dai risultati non sempre prevedibili. Fotografo mettendo in campo, di volta in volta, gradi ed ambiti differenti di sensibilità che entrano in un rapporto biunivoco col progetto fotografico da intraprendere od in corso di realizzazione.
Ad esempio, nei miei lavori di tipo reportagistico, cerco di rendere il reale nel modo più fedele possibile cercando di coglierne, nella inquadratura, gli aspetti maggiormente significativi dal punto di vista documentario, ma anche da un punto di vista puramente emotivo.
Prediligo comunque a spaziare in modo libero e senza schemi ne temi precostituiti, finchè una qualche fascinazione segna l’inizio di un percorso o di un’ispirazione più precisi.
A volte si tratta di una da una semplice curiosità che ritengo meritevole di approfondimento, e ciò vale anche per i lavori di altri bravi fotografi: con loro mi confronto, scopro nuove possibilità e stimoli. Tutto ciò costituisce un alimento per la passione che cerco di esprimere con la fotografia.
D: Come è nata la passione per la fotografia?
R: È nata negli anni 70, dal contatto con un amico fotografo professionista il quale per la prima volta mi mostrò i suoi lavori in camera oscura. A quel tempo lavorava per il giornale locale di Ancona per il quale doveva correre improvvisamente, anche in piena notte, sui luoghi della cronaca, per documentare l’evento con scatti rapidi e “taglienti”. Io lo accompagnavo con piacere in queste sue uscite e senza avvedermene imparavo da lui la destrezza e la velocità che quell’aspetto del suo mestiere richiedeva.
In seguito, cominciai a fargli anche da assistente durante i servizi matrimoniali, avendo occasione di notare che anche in quelle circostanze, di per se stereotipate, era possibile una qualche spendita di creatività. Quelli furono per me i primi passi nel mondo della fotografia.
Successivamente, appresi che nel club subacqueo di Ancona, al quale ero iscritto, c’erano già due o tre soci che si dedicavano alla fotografia subacquea. Così, sulla loro scia, coniugai il fascino delle immersioni alla possibilità di fotografare. Un’esperienza davvero meravigliosa. Tuttavia la qualità delle immagini era ancora piuttosto bassa, perché si fotografava in maniera empirica, senza alcuno studio e con attrezzature rudimentali.
D: Quali maestri ti hanno influenzato? A chi ti ispiri e perché?
R: Non ritengo che i miei paesaggi abbiano avuto percettibili influenze da parte di altri. Durante la personale “Il Sentiero dei Sogni” alcuni visitatore mi chiedevano se mi fossi ispirato ad alcuni altri autori o pittori; qualcuno mi accennò che in America Dennis Stock aveva fatto in passato qualcosa di simile.
Indubbiamente nel tempo realizzate migliaia di ottime immagini fotografiche con tecniche di sovraimpressione come quelle da me usate ed è quasi inevitabile trovare delle similitudini, ma simili non significa uguali, perchè ogni buon autore ha comunque una sua impronta personale ed ogni suo lavoro diventa quindi “Unico”.
Non credo che oggi nessuno possa protestare per se una “originalità assoluta”, siamo comunque tutti debitori ai miliardi di immagini che hanno preceduto le nostre. Credo però che ognuno di noi, con grande buona fede ed un pizzico di creatività, possa comunque porgere agli altri opere godibili frutto di una spendita di creatività e di passione.
Attualmente sto lavorando sul genere Street. Una esperienza per me completamente nuova ed entusiasmante. Prima di gettarmi a corpo morto nel genere ho cercato di documentarmi studiando i lavori dei grandi fotografi e riconoscendomi infine in Robert Doisneau e Cartier -Bresson come quelli più vicini al mio modo di sentire lo Street, interpretato con il sentimento e l’ emozione tipici di noi mediterranei e poco presenti negli autori americani che al contrario vedo orientati su accostamenti di immagini forse più reali, ma spesso tremendamente “glaciali”.
Tra gli Italiani, invece, sono affascinato dai lavori di Gianni Berengo Gardin che ho avuto il piacere di conoscere personalmente e trovo molto vicino al mio modo di percepire.
D: Come scegli i soggetti ed i luoghi delle tue opere?
R: Nello Street, semplicemente, me ne vado per strada come tutti e fotografo quel che mi colpisce. Questo come pratica quotidiana.
Per quanto riguarda altri progetti di lavoro , a volte si compongono nella mia mente delle immagini che spesso originano da un sogno o da divagazioni fantastiche. Cerco poi di trasformare questo materiale impalpabile in un progetto di immagine. un vero e proprio layout fotografico mentale che poi cerco di realizzare con i materiali del reale. Tutto questo, ad esempio, è alla base delle foto oniriche de Il sentiero dei Sogni.
Altre volte, invece, subisco la fascinazione di atmosfere particolari che mi capita di percepire in luoghi insoliti, particolari. In questi casi cerco di conservare nella mia mente quanto percepito e progetto degli scatti per poterlo comunicare, intatto, agli altri.
D: Cosa provi a livello emozionale quando trovi un soggetto che ti suggerisce una fotografia particolare?
R: Tanta emozione e tanta apprensione.
Di colpo mi rendo conto che mi trovo innanzi ad una situazione unica che magari cercavo da tempo, ma proprio la consapevolezza che si tratta di un momento non ripetibile e che in un attimo lo si possa perdere rischia di trasformarsi in panico e che quindi sia proprio la matrice emozionale che ti spinge a fotografare ti induca errori fatali proprio per “quella” foto.
Ora, grazie all’esperienza accumulata, meglio a gestire l’emozione, ma non sempre la padronanza della situazione è quella che vorrei. Solo dopo scatto, e la consapevolezza di averlo correttamente eseguito, trovo serenità e gratificazione.
Il divertimento comunque, è il cardine della mia idea di fotografia, che vivo con gioia e leggerezza. Ritengo che solo così si riesca ad “ascoltarsi” ed a produrre immagini “vere” e non meri esercizi estetici prodotti tecnologicamente.
D: Esiste la causalità nella fotografia?
R: Ritengo di si. Anche nel più rigoroso metodo scientifico il caso gioca un suo ruolo. Dal canto mio mi sforzo di gestire in positivo gli inevitabili elementi di casualità. Dalla causalità si può anche imparare molto.
L’occhio, talvolta è colpito da un qualcosa che ti spinge a realizzare lo scatto, ma solo dopo, quando analizzo l’immagine sviluppata, comincio a cogliere altri elementi e significati “casuali” che a volte anche più interessanti di quanto di “voluto” si era pensato di inserire nell’immagine. È in questo senso che attribuisco alla casualità una valenza quasi didattica.
D: Nelle tue opere segui sia il bianco e nero sia il colore. Come è possibile conciliare le due diverse visioni?
R: Si tratta semplicemente di vedere le stesse cose con uno sguardo diverso.
Il colore, è sinonimo della realtà, in quanto i nostri occhi vedono a colori quindi per questo motivo la foto a colori è comunque più aderente al reale e con difficoltà lo trascende.
Viceversa, nel bianco e nero, la foto che potrebbe sembrare più “povera” si carica di forza simbolica e metaforica che oltrepassando gli schemi mentali che ci sono comuni interferisce direttamente con strati di coscienza più profondi. È questo, penso, che conferisce alle foto in B/N il loro fascino particolare.
Lungi da me l’idea di esprimere una preferenza per l’una o l’altra scelta espressiva. Di volta in volta adotto quella che mi sembra più consona al progetto cui sto lavorando.
Ci sono immagini che hanno bisogno del colore per esprimersi pienamente, lo stesso vale per le immagini in BN.
D: Quale è la parola chiave per definire la tua arte?
R: Il gioco continuo della ricerca, senza nessuna sfida o traguardo particolare da raggiungere.
Smetterò di fotografare quando non mi divertirò più.
D: C’è uno scatto mancato, una immagine che hai in mente e non hai ancora potuto realizzare?
R: Sono tantissime le foto che ho in mente, partorite dalla mia fantasia e non ancora realizzate; devo solo attendere l’occasione giusta per realizzarle e quando ci riuscirò sarà come una piccola sfida vinta con me stesso.
Angela Allegria
27 ottobre 2009
In www.nadir.it
www.giobel-photographer.com

Novembre 2, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Nadir Magazine | , , | Ancora nessun commento.

Francesco Baglieri ed il suo stile versatile

Artista dal tocco rapido ed intenso, lineare od obliquo, Francesco Baglieri sa rendere la natura nell’istante in cui la luce colpisce  paesaggi o nature morte, immortalando sulla tela la luce.
Vero oggetto della sua pittura non sono paesaggi o nature morte, questi hanno funzione di supporto, protagonista è la luce, quell’immanenza impercettibile che dà colore alle cose.
Nei paesaggi le acquee riflettono le tonalità del cielo, ma non sono quelle: esse riecheggiano di roccia, di vegetazione, di natura.
Le rocce policrome sono raffigurate in un istante irripetibile, carattere questo che accomuna la pittura del Baglieri agli impressionisti francesi.
Il mare di Cirica sembra quasi congiungersi col cielo se non fosse per un lembo di costa, lontana, quasi impercettibile, che separa il mondo aereo da quello marino.
Luci ed ombre si intervallano in una sincronia perfetta, raffigurazione vera di ciò che la natura può creare.
Ma non è solo questa la pittura di Baglieri, il quale presenta uno stile versatile, capace di passare da una forma d’arte “impressionista” per la quale fa uso delle spatole che si muovono veloci sulla tela, all’uso del pennello sottile e preciso.
Nature morte tanto realistiche da sembrare vere, mettono in luce ciliegie luccicanti, acini tondeggianti e limpidi, angurie appetitose. Si tratta di una altra forma di pittura, più comune, che Baglieri usa solo per i suoi studi, ma a cui da aspetto con tocchi precisi e un disegno che definisce ogni singolo oggetto.
La sua tavolozza si riempie di colori sempre nuovi, chiari o scuri, ma sempre capaci di rendere la luminosità, il luccichio dei suoi soggetti. Nei suoi dipinti la presenza umana è rappresentata, da una casetta, piccola, rustica, semplice, che l’artista inserisce nel contesto senza porla in particolare rilievo quasi a voler mettere sulla tela una natura incontaminata, paesaggi autentici, sentiti lontano dall’uomo.
Angela Allegria
Ottobre 2009
In www.edizionibohemien.com

Novembre 2, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Edizioni Bohemien | , , | Ancora nessun commento.

Giuliano Vassalli è morto

Giuliano VassalliGiurista di razza, Professore di diritto e procedura penale a La Sapienza, avvocato sottile, Presidente della Corte Costituzionale, tre volte Ministro della Giustizia e ancora, partigiano, Uomo di cultura, antifascista, di matrice socialista, persona mite ma dotata di estremo coraggio, questo e non solo è stato Giuliano Vassalli, deceduto a Roma lo scorso 21 ottobre all’età di novantaquattro anni. La notizia della morte, per sua volontà, è trapelata ad esequie avvenute, destando profondo sconforto nel mondo giuridico e politico. Chi è stato Giuliano Vassalli lo si apprende all’Università allorquando si studia il codice Vassalli, il codice di procedura penale stilato nel 1988 ed entrato in vigore nel 1989 che prende il nome dal Ministro Guardasigilli che lo sottoscrisse. Figlio di Filippo Vassalli, fine civilista che collaborò alla redazione del codice civile del 1942 tuttora in vigore nel nostro Paese, Giuliano era a Perugia il 25 aprile 1915. Da giovanissimo si era dedicato allo studio del diritto approfondendo l’area penalistica: si era laureato in Giurisprudenza a La Sapienza nel 1936 avendo come relatore Arturo Rocco, autore del codice penale del 1930. Accanto allo studio approfondito e preciso l’impegno politico nelle file del socialismo di Pietro Nenni e Giuseppe Saragat. Nel gennaio del 1944 una impresa eroica: Vassalli, già membro della Giunta militare Centrale (GMC) riusciva a far evadere dal carcere di Regina Coeli Saragat e Pertini insieme ad altri cinque reclusi socialisti. Nell’aprile dello stesso anno fu fatto prigioniero dai nazisti e recluso nel carcere di via Tasso, luogo nel quale fu sottoposto a tortura e dal quale venne liberato, per intercessione di Pio XII il 4 giugno dello stesso anno, allorquando le truppe americane entrarono nella capitale. Conclusa la carriera universitaria nel 1990 dopo aver insegnato negli atenei di Urbino, Pavia, Padova, Genova, Napoli, Roma, dal 1991 fu giudice della Consulta, divenendone Presidente negli anni dal 1999 al 2000. Partecipò a tutte le commissioni di revisione dei codici penale e di procedura penale. Commenta il Presidente Napolitano: “È scomparsa una delle maggiori personalità della vita politica e culturale dell’Italia repubblicana. È scomparsa con la discrezione che lo caratterizzava insieme con altre doti sempre più rare come quelle del rigore intellettuale e morale e della sobrietà dei comportamenti. Senza mai esibire il suo passato di antifascista e combattente della Resistenza, poteva presentarsi come una delle più belle figure di protagonista di quelle drammatiche vicende”. Si legge in “Frammenti di Storia” dello stesso Vassalli a firma del Presidente Giorgio Napolitano: “Si sente quanto profonda sia stata la identificazione di Giuliano Vassalli con momenti cruciali di una storia da lui vissuta direttamente o assunta come retaggio di generazioni precedenti la sua come quella di Matteotti e di Di Vagno. Una profonda identificazione, ideale, politica e – aggiungo e sottolineo – umana e morale, perché nell’antifascismo, socialista e di ogni altra radice, si espressero un patrimonio di valori e di esempi, una carica di intelligenza, di cultura e di generosità, che esercitano ancora oggi una suggestione senza uguali per chi voglia esplorare le radici della nostra democrazia repubblicana. E colpisce l’affetto, quasi filiale, con cui Giuliano Vassalli si avvicina alle figure di Pertini, di Saragat, di Nenni; la modestia con cui si colloca accanto a loro nel ricordo del rapporto di collaborazione che stabilì con ciascuno di essi. Così come colpisce il pudore di Vassalli nell’accennare alla parte che personalmente ebbe nella Resistenza e in sfide eroiche – si può ben dirlo, al di fuori di ogni retorica – contro il fascismo e contro l’occupazione e l’oppressione nazista. Sono onorato e lieto di poter dare, con la presentazione di questo libro, un piccolo segno della riconoscenza che la Repubblica fondata sulla Costituzione deve a Giuliano Vassalli come rigoroso «giudice delle leggi», come strenuo combattente per la libertà e la dignità della patria e come sapiente servitore dello Stato democratico”.
Angela Allegria
25 ottobre 2009
In www.italianotizie.it

Ottobre 26, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Italianotizie | , , , , | Ancora nessun commento.

Modica, Netturbini licenziati protestano davanti al Comune

Sit in innanzi a Palazzo San Domenico per i nove netturbini della ditta Busso non assunti dalla ditta Puccia, addetta alla raccolta dei rifiuti a Modica.
La protesta continua con lo sciopero della fame da parte dei nove lavoratori in esubero per i quali il mancato riassorbimento dopo mesi di stipendi pagati in eccessivo ritardo crea enormi disagi come si legge sui cartelli esposti: “Con le promesse i nostri figli non mangiano! Rivogliamo il nostro lavoro, ai nostri figli ci pensiamo noi”.
Vicino ai lavoratori “esclusi”, il consigliere comunale del Pdl Nino Gerratana il quale chiede l’intervento del sindaco Buscema che “aveva già promesso che tutti i lavoratori della ditta Busso fossero riassorbiti dalla ditta Puccia, garantendo tutti i posti di lavoro. Una promessa non mantenuta”.
Angela Allegria
21 ottobre 2009
In www.30giorninews.com

Ottobre 22, 2009 Pubblicato da angelaallegria | 30 giorni news | , , | Ancora nessun commento.

Via Crociferi perla del barocco catanese

Perla del barocco catanese, avvolta da una alone di sacralità e di mistero, via Crociferi vede opere dei più significativi artisti del barocco che ne progettarono chiese e conventi, parallela a via Etnea, prende il nome dal convento dei padri Crociferi che si stanziarono a Catania dopo il terremoto del 1963.
L’accesso ufficiale è dalla scalinata di via Alessi restaurata nel 1969, per far giungere il visitatore innanzi alle chiese di S. Benedetto e S. Francesco Borgia, facendogli trattenere il fiato per la maestosità e l’incanto delle facciate.
Fondale perfetto è l’arco che collega la badia grande di San Benedetto a quella piccola attribuita al Vaccarini: si tratta dell’unico arco esistente a Catania, detto anche della passerella di S. Benedetto, che si dice costruito in una sola notte per volontà del vescovo della città e completato in tre anni.
Altra leggenda è legata all’arco, quella del cavallo senza testa, un fantasma che si aggirava per la via, ma che, come dicevano le malelingue, si vedeva in giro solamente quando, nel cuore della notte, dai conventi uscivano personaggi avvolti in mantelli o scialli che tenevano fra le braccia ben celato qualche neonato.
La chiesa di San Benedetto, ricostruita sopra le macerie della vecchia chiesa crollata interamente durante il terremoto e costata la vita a ben 55 suore delle 60 presenti, ha una facciata in pietra calcarea, composta nel primo ordine da semicolonne con capitello composito che supportano una trabeazione dentellata sulla quale si staglia il frontone spezzato che regge le allegorie della Fortezza e della Temperanza.
La piccola scalinata è chiusa da una cancellata (contenente i simboli della pax benedettina) dalla quale si affacciano le suore all’alba del 6 febbraio, per rendere omaggio a Sant’Agata con le loro angeliche voci e consegnare un omaggio floreale alla Santuzza. Finito l’omaggio l’imponente portone ligneo raffigurante scene della vita di S. Benedetto, viene chiuso per essere riaperto solo l’anno dopo nella stessa data.
La chiesa di S. Francesco Borgia, nella quale è stato battezzato Bellini, fu ricostruita fra il 1698 ed il 1736 sulle fondamenta di una già progettata da fra’ Angelo Italia e si eleva su un’alta scalinata in pietra lavica a due braccia. Il prospetto bianco comprende due ordini: nel primo si inserisce il portone centrale, sul quale si adagia un timpano spezzato sorretto da due coppie di colonne scanalate con capitello composito, mentre ai lati si elevano verso l’altro altre due coppie di colonne tuscaniche, nel secondo una finestra al centro, con timpano sorretto da lesene con capitello composito, e altre due coppie di colonne tuscaniche laterali, poste sopra le sottostanti, che sorreggono un’ampia trabeazione spezzata.
Il chiostro del convento dei gesuiti, diviso in due ordini con archi a tutto sesto sorrette da colonne tuscaniche cinquecentesche il primo e loggiato con archi ad inversione di curvatura sorretti da pilastri di chiara matrice barocca, ha un pavimento policromo dato dai ciottoli di pece nera intervallati a tasselli di pietra calcarea e decorato con motivi floreali e geometrici.
Sul lato opposto il Palazzo Zappalà e subito dopo la chiesa di S. Giuliano, attribuita al Vaccarini e datata fra il 1739 e il 1751, caratterizzata una cancellata panciuta, che segue l’andamento della facciata convessa. Anche le finestre sono chiuse da grate panciute, rifatte dopo il ventennio, durante il quale, le grate originarie finirono addirittura in California per ornare le ville di nababbi e dive del cinema.
Di fronte sorgeva un giardino pensile, sostituito, in seguito, da un palazzotto.
Alcuni ritengono che proprio all’angolo fra via Crociferi e via Sangiuliano sorgesse il tempio di Esculapio, mentre altri lo collocano all’angolo fra via Crociferi e via Vittorio Emanuele.
Superato l’incrocio, a destra due palazzi signorili: il palazzo Villaruel del Battaglia seguito dal palazzo Sturzo, che il proprietario blasonato, perse in una notte giocando a carte con il Duca di Misterbianco. Il palazzo fu ampliato fino al 1929 allorquando il duca di Misterbianco ne chiese ed ottenne l’autorizzazione al podestà. Negli anni Cinquanta la residenza gentilizia è stata smembrata in più parti vendute singolarmente nuovo proprietario il quale aveva il vizio di non pagare i propri dipendenti.
Sulla sinistra sorgono il convento dei padri Crociferi e la chiesa di San Camillo le cui costruzioni si protrassero fino alla fine del sec. XVIII vedendo l’opera di Domenico La Barbera a partire al 1723 e del Battaglia dal 1771 al 1788.
Chiude la via, in perfetta simmetria con l’arco di San Benedetto, il portale di villa Cerami, realizzato dal Vaccarini, con arco a tutto sesto bordato da due lesene con capitello ionico con volute verso l’interno e decorazioni fogliacee. La chiave dell’arco è accentuata da un capitello con conchiglia e rosa mentre sopra due galli, altezzosi, paralleli, si guardano. L’architrave ospita tre faccioni grotteschi con bocche spalancate, lo sguardo cupo e le sopracciglia aggrottate. Lo stemma dei Rosso di Cerami è sorretto da due putti e sormontato da una corona.
Angela Allegria

Ottobre 2009

In Katane, anno I, numero 8, Ottobre 2009

Ottobre 21, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Katane | , , , | Ancora nessun commento.

Rosario Livatino, “Martire della Giustizia”

Sono passati 19 anni da quando sulla statale 640, fra Canicattì e Agrigento veniva ucciso il giudice ragazzino, 19 anni da quando l’auto di Rosario Livatino veniva affiancata e crivellata di colpi, da quando un uomo, poco più di un ragazzo, correva per le campagne ferito, per sfuggire ai proiettili che lo avrebbero finito, per continuare a vivere, per compiere fino in fondo il proprio dovere.
La volontà ferrea di compiere il proprio dovere, di svolgere fino in fondo i propri compiti, facendosi guidare dalla fede Livatino ce l’aveva da sempre, religioso e preciso come era, mai un passo indietro, nonostante sapesse che era in pericolo.
Aveva persino rinunciato alla scorta, ma non si rassegnava a continuare le sue indagini, firmare i mandati di cattura, andare in udienza per scoprire la Verità e chiedere per gli imputati le giuste condanne in nome della vera Giustizia.
La sua una esistenza semplice, come priva di artificiosità era la sua figura, la sua camera da letto, le sue abitudini.
Chi lo ha conosciuto l’ha definito brillante, dotato di eccezionale ingegno, preciso, estremamente scrupoloso: sono queste le qualità che emergono dal suo volto pulito da “ragazzino”, giovane nell’aspetto ma esperto nella professione che aveva scelto, lo stesso lavoro che gli procurò la morte il 21 settembre di diciannove anni fa.
Un giovane a modo, sorridente, magari un po’ introverso, un credente nel senso lato della parola. Infatti Rosario Livatino credeva in Dio, al quale si affidava da sempre, ma credeva anche nella Giustizia, nel suo lavoro che svolgeva con passione, con puntualità, con dedizione, credendo anche nell’ausilio delle nuove tecnologie si era interessato di informatica giuridica, ma soprattutto mettendo la propria attività sub tutela Dei, come si trova scritto spesso nella sua agenda.
Giovanni Paolo II lo definì “Martire della Giustizia”, sottolineando il suo impegno costante nelle indagini su Cosa Nostra, sulla Stidda, sul rapporto fra criminalità organizzata e società civile alla luce di collusioni riguardanti anche degli appalti non troppo regolari.
Per questo doveva pagare, doveva essere eliminato, operazione tanto più facile viste le abitudini del magistrato senza scorta.
L’unico testimone che ha visto la fuga del giudice per le campagne, come una preda braccata, prima che venisse freddato dagli ultimi colpi a bruciapelo, ha identificato uno dei sicari, Domenico Pace, il quale fu arrestato alcuni giorni dopo in Germania insieme con Paolo Amico, altro esecutore materiale del delitto. Entrambi, insieme a Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro sono stati condannati all’ergastolo con sentenza definitiva.
L’inchiesta sull’omicidio Livatino è sfociata in tre procedimenti giudiziari: nei primi due sono stati condannati all’ergastolo i killer del magistrato. Nel terzo processo, i giudici della Corte d’Assise d’appello di Caltanissetta hanno condannato all’ergastolo come mandanti gli stiddari Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanari il quale, si è appurato, aveva messo a disposizione del commando una abitazione e mantenuto i contatti con alcuni latitanti all’estero.
Un omicidio voluto dalla Stidda per dimostrare a Cosa Nostra la sua potenza nel punire un magistrato che non sapeva stare al suo posto, un tipo tosto, integerrimo, inavvicinabile, uno che poteva fermarsi solo da morto.
Eppure neppure da morto Rosario Livatino si è fermato, ha continuato a far parlare di sé, a provocare danni a mandanti ed esecutori del suo omicidio facendoli finire in carcere, dimostrando ancora una volta il vero senso della Giustizia che aveva scelto di seguire.
Il prossimo 23 settembre sarà intitolata al giudice di Canicattì la sala verde del Ministero della Giustizia, un gesto atto a ricordare una figura importante per l’alto senso civico, la devozione al lavoro, l’assenza di compromessi.
Angela Allegria
In Il Clandestino, n. 07, Settembre 2009

Ottobre 4, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Il Clandestino - con permesso di soggiorno | , , , , , | Ancora nessun commento.