Angela Allegria

Il potere logora chi non ce l’ha

Non solo indifferenza. Intervista a Laura Malandrino

 

Immigrazione e giornalismo, sofferenza ed informazione, clandestinità e senso etico: questi i rapporti che vengono in mente quando un giornalista deve guardare con occhi obiettivi la realtà, raccontando i fatti, i personaggi, i luoghi, ma anche le storie, le piccole storie che fanno la grande storia.
E spesso sono le piccole storie quelle che rendono la realtà, che raffigurano lo stato delle cose fornendo un altro punto di vista, soprattutto se si parla di immigrazione.
I viaggi dei migranti, le sofferenze, i soprusi, le ingiustizie e poi l’arrivo in terra straniera, il contatto con persone di diversa cultura, l’indifferenza, ma spesso anche la solidarietà.
Mentre il soccorso che, imposto dalle convenzioni del diritto marittimo internazionale, è punibile con il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, induce i pescatori a “tirare dritto” senza fermarsi, i primi soccorsi offerti in terra ferma, sulle coste, nei centri d’accoglienza, riescono a far prendere coscienza delle storie dei singoli, della loro vita, delle loro avventure per raggiungere le coste italiane. Lì il migrante non è un numero, ma un essere umano con i propri diritti e le proprie sofferenze.
Di immigrazione, di piccole storie, di solidarietà parliamo con Laura Malandrino, giornalista e donna.

D: Laura, hai ricevuto il premio nazionale di giornalismo Più a Sud di Tunisi 2007 per aver raccontato la storia del piccolo Misdan e della madre eritrea: cosa ti ha colpito di questa storia?
R: Il fatto che è la dimostrazione di come la via concreta per l’integrazione sia l’amore, l’attenzione alla persona in sé e alla sua storia, il rispetto per i suoi sogni e le sue attese. L’esperienza di una forma di dialogo, inteso non come programmazione o esercizio della parola, ma volontà di confronto e comprensione profonda dell’altro.
D: Molto spesso sulle nostre coste siciliane arrivano migranti in condizioni disastrate, alcuni addirittura non arrivano. In che modo questi vengono accolti sia dai volontari sia dagli italiani?
R: Come emerge chiaramente dai titoli dei giornali, la Sicilia è una terra di grande accoglienza, sensibile ai problemi dei migranti. Le cronache degli sbarchi, infatti, raccontano la solidarietà della Chiesa locale e degli abitanti delle nostre cittadine marinare da Pozzallo a Portopalo di Capo Passero, da  Lampedusa a Licata e Mazara del Vallo. Nell’ambito della primissima accoglienza, in particolare a Portopalo viene “fotografata” una comunità attiva, sensibile, abituata ad affrontare l’emergenza, purtroppo divenuta normalità,  con coraggio e spirito di sacrificio. In maniera spontanea, ma non per questo disorganizzata. Anzi, capace di attivare una “macchina dell’accoglienza” strutturata in modo esemplare ed efficiente, tanto da essere attenzionata, per questo motivo, a livello nazionale.
D: Da giornalista come ti rapporti al fenomeno dell’immigrazione clandestina?
R: Cerco semplicemente di fare il mio lavoro, nel rispetto della deontologia e dell’etica della professione. Data la delicatezza della tematica, nel giugno del 2007 con il progetto “Equal tratta no!” è stato anche formalizzato un documento con le linee guida per il trattamento dell’informazione in tema di tratta di esseri umani, e nei mesi scorsi è stata elaborata la Carta di Roma, un codice etico che i giornalisti dovranno seguire nel trattare di immigrati, rifugiati politici, richiedenti asilo. La proposta di elaborarla fu lanciata da Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, all’indomani del linciaggio mediatico del tunisino Azouz Marzouk per la “strage di Erba”, in realtà compiuta da una coppia di italiani. La Carta è una sorta di testo unico di principi deontologici già sanciti in numerose convenzioni internazionali e dalla Costituzione, accompagnati da una serie di “raccomandazioni”.
D: E da donna?
R: Mi colpisce il coraggio delle donne, molte delle quali decidono di intraprendere il loro “viaggio della speranza” quando sono in avanzato stato di gravidanza allo scopo di dare alla luce i figli in Italia, anche se spesso questi figli nascono sui barconi al limite delle acque internazionali. Come Mabruc, un bambino eritreo nato al largo delle nostre coste il 2 giugno del 2005 a bordo di un vecchio peschereccio dove erano stipati 175 migranti. L’equipaggio della motovedetta Partipilo della Guardia di Finanza di Pozzallo gli ha salvato la vita. Nel buio della notte durante le ordinarie operazioni di controllo e contrasto all’immigrazione clandestina, la Partipilo ha intercettato la carretta del mare, l’ha raggiunta e l’ha soccorsa. Trovarmi a bordo di quella motovedetta come cronista, quella notte, oltre a darmi la possibilità di raccontare il lavoro straordinario delle nostre forze dell’ordine mi ha fatto toccare con mano il dramma di queste persone, ma anche la loro incredibile voglia di non arrendersi. Non potrò mai dimenticare il cordone ombelicale ancora insanguinato di quel bambino che ho accarezzato e il volto di sua madre che a stento si teneva in piedi, sereno, perché la nostra presenza lì era il segno che l’Italia era vicina, che l’incubo era finito e il suo sogno cominciava a diventare realtà. 
D: A tuo avviso che proposte potrebbero essere fatte per arginare il fenomeno?
R: Premesso che il lavoro giornalistico è quello di osservare e “riportare” gli avvenimenti e che le decisioni devono essere demandate all’Unione Europea e ai Governi dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, penso che l’unica via sia quella di incrementare una cooperazione allo sviluppo mirata a crea¬re negli Stati di partenza le condizioni per drenare, almeno nel lungo periodo, i flus¬si migratori in uscita. Andando oltre il semplice slogan o il comodo alibi di “aiutarli a casa loro” sbandierato da tempo ma mai applicato, serve un mix realistico tra rigore e accoglienza, in nome del rispetto della dignità umana e del diritto di tutti alla pace, al lavoro, al pane e alla casa.

Angela Allegria

20 maggio 2008

In www.7magazine.it

 

 

 

Agosto 15, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.

L’immigrazione clandestina attraverso gli occhi dei protagonisti

 

La repressione del fenomeno dell’immigrazione clandestina, oggetto di polemica in questi giorni in Italia e non solo, pone l’accento su un fenomeno che interessa da anni l’Europa, vista dagli abitanti del Terzo Mondo come “luogo di fortuna”.
Se oggi in Italia si fanno blitz e perquisizioni alla luce della Legge Bossi-Fini, giustificando una nascente xenofobia come “risoluzione” di un vero e proprio problema, non si può non ricordare in che condizioni e a che rischi gli immigrati arrivano sulle coste italiane, spesso tramite la Libia.
L’Osservatorio sulle vittime delle migrazioni Fortress Europe ha presentato nell’Ottobre 2007 “Fuga da Tripoli. Rapporto sulle condizioni dei migranti in transito in Libia”.
“Dalla frontiera meridionale libica ogni anno entrano migliaia di migranti e rifugiati sprovvisti di documenti, alcuni dei quali poi continuano il viaggio verso l’Italia. Le testimonianze riportate in questo rapporto denunciano gravi crimini commessi tanto dai passeurs (coloro che organizzano i viaggi e che fanno “passare” la frontiera) quanto dalle forze dell’ordine libiche”. Dalla lettura del documento si apprende che solo nei primi nove mesi del 2007 in Sicilia sono giunti 12.753 migranti a bordo di imbarazioni di fortuna, barchette sempre più piccole affidate direttamente alla guida dei passeggeri che percorrono rotte sempre diverse, spesso più lunghe, per aggirare i controlli.
Punti favorevoli per lo sbarco in Sicilia essenzialmente quattro: Lampedusa, Pozzallo, Licata e Pachino.
La rotta attraverso il Canale di Sicilia diviene sempre più pericolosa: il fondale dal 1988  conta almeno 2432 vittime.
La Libia è un paese di transito: lì arrivano i migranti dalle altre zone africane, da lì partono per l’Europa, lì accadono i peggiori sopprusi, “crimini che l’Unione Europea finge di non vedere dal momento in cui autorizza il respingimento dei migranti in Libia a mezzo dei pattugliamenti Frontex, quando soltanto nel maggio 2005 la Corte europea dei diritti umani aveva vietato i respingimenti collettii da Lampedusa verso Tripoli. E quando in base all’art. 4 del IV protocollo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”.

La prima denuncia ufficiale sulla condizione dei migranti in Libia viene fatta nel dicembre 2004 dalla Missione tecnica in Libia dell’U.E., la quale nel suo rapporto parla di “arresti arbitrari degli stranieri, abusi, deportazioni collettive e mancato riconoscimento del diritto di asilo”.
Situazione è confermata dagli studi di “Afric” e “Human Rights Watch” nel 2006.
In Libia esistono centri di detenzione per migranti, veri e propri campi di concentramento all’interno dei quali si consumano i crimini più efferati che hanno come vittime uomini, donne, bambini.
Dalle testimonianze raccolte nel rapporto dell’Osservatorio si può affermare che ne esistono almeno 20.
Secondo il rapporto della Missione europea in Libia tre di questi centri sono stati finanziati dall’Italia: uno nel 2003, nel nord del paese, altri due nel 2004 e 2005. L’art. 1 comma 544 della finanziaria 2005 ha destinato 23 milioni di euro per il 2005 e 20 milioni per il 2006 per fornire “assistenza finanziaria e tecnica in materia di flussi migratori e di asilo, nonché per proseguire gli interventi intesi a realizzare nei paesi di accertata provenienza di flussi di immigrazione clandestina apposite strutture”. Soldi finiti a Sabha e Kufrah, che secondo quanto dichiarato dall’ex sottosegretario del Ministero dell’Interno Marcella Lucidi sarebbero serviti però a costruire un centro di formazione per la polizia a Sabha e un centro sanitario a Kufrah.
Sulle condizioni dei centri di detenzione parla un anonimo eritreo: “A Misratah siamo detenuti in 600 circa, siamo tutti eritrei. Ci sono un centinaio di donne e una cinquantina di bambini. Il primo gruppo di 450 persone è dentro da un anno e sei mesi, gli altri li hanno portati quattro mesi fa. Alcuni li hanno arrestati in mare mentre navigavano verso l’Italia. Altri li hanno arrestati prima della partenza mentre aspettavano nascosti l’arrivo dei passeur. Altri ancora li hanno fermati per strada per un controllo dei documenti e c’è anche chi è stato prelevato a casa, durante retate notturne. Un signore l’hanno portato in commissariato ancora in pigiama. Abbiamo lasciato tutti i nostri beni incustoditi, a casa. Prima di portarci qua ci hanno perquisito e preso tutto. Alcuni avevano i documenti come rifugiati politici, ma glieli hanno strappati. Durante le prime settimane di detenzione alcune donne sono state struprate dagli agenti. Almeno sette persone sono state ricoverate per esaurimento nervoso. C’è chi si è preso la scabbia o delle dermatiti, c’è chi ha malattie polmonari, attacchi asmatici, problemi intestinali, e gastriti. Tre persone sono state ricoverate in ospedale per tubercolosi. Due donne hanno già partorito in carcere, e altre cinque sono incinte, di cui tre vicine al parto. Ma non abbiamo nessuna assistenza sanitaria. Ci tengono in delle camerate dove dormiamo in settanta, per terra, la notte ci si incastra, con la testa accanto ai piedi del vicino. Di giorno il caldo è insopportabile e l’aria è appesantita dalle fetide esalazioni che salgono dagli scarichi dei bagni, che quando si intasano riversano liquami sui pavimenti. Da bere abbiamo soltanto tre barili d’acqua al giorno, per 600 persone. La notte invece inizia a fare freddo e non abbiamo coperte”.
Qualcuno prova a scappare, ma è peggio. Elvis del Camerun, detenuto ad Al Fellah, presso Tripoli,  racconta: “Sono stato detenuto sei mesi al Fellah a Tripoli, prima di essere deportato. E ho visto uccidere due persone. Era nel giugno del 2006. I nigeriani erano i più numerosi. Non ne potevano più del carcere. Erano dentro da otto, nove mesi. Chiedevano di essere rimpatriati o di essere liberati. Quella mattina rifiutarono la colazione. La rivolta aveva contagiato tutti. Gridavano, sbattevano contro le porte. Avevano spaccato i muri e gettavano intonaci e pezzi di cemento contro la polizia. La reazione degli agenti fu durissima. Prima gettarono dei gas lacrimogeni nella camerate. Poi spararono qualche colpo di fucile. Colpirono sei uomini. Poi li portarono all’ospedale. Due erano morti. Erano entrambi nigeriani. Ne conoscevo uno, si chiamava Harrison, veniva da Benin City. Gli altri 4, feriti alle gambe e alle braccia, tornarono quattro giorni dopo, ancora con i punti di sutura”.
Chi resta, viene comunque interrogato, come dichiara Wares, eritreo, detenuto nello stesso centro: “Se una persona scappa, tutti gli altri sono portati nel cortile per essere sottoposti ad un interrogatorio sulle sorti del fuggitivo. Chi non risponde o dice di non sapere niente viene picchiato con il manganello. A volte utilizzano un manganello che dà la scossa elettrica”.
I manganelli capaci di dare scariche eletriche, in dotazione della polizia libica, producono cecità temporanea e gonfiore del viso.
I rischi per la vita dei migranti però iniziano fin dai viaggi attraverso il deserto, meta obbligata per raggiungere la Libia.
Yakok, etiope, racconta: “Il problema è in Sudan. Paghi 300 dollari e ti dicono che ti portano a in Libia. Ma gli autisti sudanesi ti lasciano al confine. Da lì si continua sui fuoristrada dei libici. E i libici vogliono altri soldi. Non hai scelta perché sono troppi chilometri di deserto. Chi paga continua e chi ha più contanti aiuta quelli in difficoltà. Ma se non hai i soldi partono senza di te. Sei meno di una merce per loro”.

Menghistu, anche lui etiope ha partecipato a ben due viaggi per raggiungere l’Italia: Durante il primo viaggio “Abbiamo viaggiato nel deserto per cinque o sei giorni fino a Kufrah. L’acqua era dentro i bidoni e i libici la distribuivano una volta al giorno, ci facevano scendere dalle macchine e ci mettevano in fila e ci davano un bicchiere ciascuno una volta al giorno. Quando siamo arrivati a Kufrah i libici hanno cominciato a urlarci e bastonarci appena qualcosa li disturbava, ci bastonavano alla prima occasione. Quando stavamo in fila se qualcuno la rallentava o usciva fuori dalla fila lo bastonavano, ma noi non avevamo più la forza e non ci potevamo opporre. In Libia il potere era il loro. Quelli che di noi parlavano arabo erano i più bastonati. A Kufrah abbiamo cambiato la macchina e ci hanno messo su un modello vecchio di pick-up con il rimorchio chiuso. Ci siamo entrati in 18, si stava seduti con le gambe strette tra le braccia, non ci potevamo muovere di un centimetro e le persone piangevano e si lamentavano, aspettavamo solo il momento che le gomme affondavano nella sabbia allora si doveva scendere per liberarle e così potevamo respirare per qualche minuto. Abbiamo imparato subito le parole ‘sali e scendi’ perché se non capivi queste parole ti bastonavano, dicevano: ‘animali scendete! animali salite!’.”
Nel secondo viaggio, dopo l’arresto a Kufrah “Siamo partiti di giorno, il pomeriggio, durante il viaggio abbiamo cambiato le macchine quattro volte.- continua Menghistu – Ci siamo fermati a Ajdabiya perché una macchina aveva dei problemi e così hanno diviso i passeggeri nelle altre macchine e si stava molto stretti e in piedi. Io ho cercato durante una sosta di nascondermi e andare in un’altra macchina dove erano di meno, ma un libico mi ha visto. Ho cominciato a correre fino a quando mi ha preso e mi ha picchiato con il bastone. I libici non hanno con loro solo i bastoni ma anche pugnali e spade e qualche volta ti minacciano impugnando la spada.
Dopo Ajdabiya, nell’ultima parte del viaggio siamo stati trasferiti dai pick-up in un camion coperto da un telone, in tutto eravamo in sessanta. Hanno messo le donne davanti a una piccola finestra e ci hanno fatto entrare in piedi per farci stare tutti e poi con una parola ‘gams!’ ci hanno gridato di sederci, altrimenti se fossimo entrati ognuno sedendoci non ci saremmo stati tutti. Io sono rimasto senza posto, sono rimasto in piedi. Chi era rimasto in piedi hanno cominciato a picchiarlo sulla testa per farlo sedere per forza. Dopo che mi avevano bastonato la prima volta e pensavo che non mi vedevano mi sono alzato di nuovo, però da fuori si vedeva la mia testa contro il telone e allora un’altra bastonata mi ha colpito sulla nuca. Nel camion c’era una grande tensione, mancava l’aria per respirare e sentivi che stavi per morire e la tensione cresceva, avevo con me una penna e ho cominciato a bucare il telone fino a quando l’ho strappato, entrava un po’ d’aria e tutti volevano venire dalla mia parte. Alla fine del viaggio, quando ho guardato il telone era tutto bucato. Si respirava uno alla volta, prendevi aria e poi lasciavi il posto ad un altro e poi di nuovo e via così per tutto il viaggio. C’era un ragazzo che stava male e voleva uscire, strappare il telone, urlava e allora abbiamo fatto un buco più grande e lo abbiamo messo sotto per farlo respirare meglio.
Tutti spingevano perché non c’era spazio, io ho fatto tutto il viaggio piegato in due con il telone che premeva sulla schiena, in quei momenti non vuoi che nessuno ti tocchi, tutti sono nervosi, c’era un uomo che mi dava i pizzichi alle cosce per farmi spostare, le buche ti fanno sobbalzare contro i vicini e quando lo toccavo lui si arrabbiava e allora ci siamo presi a pugni, ma alla fine del viaggio, quando siamo arrivati, ci siamo chiesti scusa.
Durante il viaggio bevevamo acqua calda mischiata con benzina. Durante una sosta per bere quando i libici hanno visto che il telone era tutto strappato ci hanno cominciato a picchiare.
Con noi, nel camion c’era un etiope più anziano che si chiamava Mandela che a Tripoli, due giorni dopo il nostro arrivo, è stato arrestato per la terza volta e rispedito a Kufrah. Quando mesi dopo l’ho rincontrato a Tripoli mi ha detto: “lo sai, quest’ultimo viaggio l’ho fatto come te: in piedi con la schiena piegata contro il telone”. Poi Mandela è morto durante il viaggio in mare. È morto quando io ero già a Trapani”.

Una volta arrestati i migranti hanno quattro possibilità: chi ha soldi cerca di corrompere la polizia per scappare, chi non ne ha o viene rimpatriato in aereo nel proprio Paese d’origine oppure viene caricato su un camion militare e traportato presso la frontiera meridionale, luogo da cui, dopo alcuni mesi di carcere, si parte ancora via camion verso il deserto. Lì chi più pagare 100 o 200 dollari vene riportato indietro clandestinamente dalla stessa polizia, chi non può viene sequestrato da cittadini libici liberi e tenuto in ostaggio fin quando non riscatta il suo debito.
Gli abusi nel deserto, quelli subiti per strada in Libia su persone colpevoli di essere “neri e cristiani”, le sopraffazioni dei passeus, gli omicidi commessi dalla polizia all’arresto o nei commissariati, i respingimenti collettivi, le violenze nei centri di detenzione: sopprusi che tanti migranti sono costretti a subire.
Non ne sono risparmiate neppure le donne: “Ho visto molte donne violentate nel centro di detenzione di Kufrah. I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole, Molte di loro sono rimaste incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene” ha raccontato Fatawhit, eritrea.
“Eravamo in una casa dove avevano radunato tutti quelli che si dovevano imbarcare a breve. – afferma Hewat, etiope – La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta, e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi”.
Di testimonianze del genere ce ne sono a dozzine nel rapporto dell’Osservatorio, voci che fanno capire dall’interno la situazione dei migranti e dovrebbero far riflettere su come arginare il fenomeno dell’immigrazione clandestina alla luce dei racconti dei protagonisti.

Angela Allegria19 maggio 2008

In www.7magazine.it

Foto di Sebastiao Salgado

Agosto 15, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.

Aldo Moro e Peppino Impastato: due delitti, stesso giorno

Sono trascorsi trenta anni da quando il 9 maggio 1978 in via Caetani veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro.
Sono trascorsi trenta anni da quando il 9 maggio 1978 a Cinisi veniva ucciso Peppino Impastato.
Due eventi clamorosi che hanno insanguinato l’Italia nello stesso giorno attraverso mani diverse: il terrorismo rosso legato alle Brigate Rosse e la mafia, Cosa Nostra.
Due delitti diversi ma accomunati da un unico scopo: ribadire il potere alternativo, concorrente allo Stato.
Eversione, in entrambi i casi, violenza, affermazione di antistati.
Un attacco al cuore dello stato per l’affermazione della sinistra estremizzata e distorta, per far capire all’Italia il potere e il ruolo delle br.
Dall’altro lato la voglia di mettere a tacere un giovane, un giornalista, un uomo libero colpevole di non abbassare la testa, di diffondere la verità sul boss del paese.
A Roma viene ucciso uno statista, un politico, un rappresentante dello Stato, il cui omicidio è ancora oggi avvolto da mistero con riferimento alle trattative, al ruolo dello Stato, dei partiti, il mistero che avvolge le responsabilità dei ruoli istituzionali che avevano il compito di mediare con i terroristi per la salvezza di una vita. Eppure il primato della vita per il quale Moro aveva speso tante lezioni universitarie come docente di Filosofia del diritto a Bari, non è stato ribadito, non è stato posto come priorità assoluta.
I mass media seguono la vicenda, si mandano in onda decine di speciali, sui giornali i titoli sono tutti per il Presidente.
In Sicilia avviene un fatto, un apparente suicidio, un omicidio fatto per celare nel silenzio le opere di uomini non d’onore, un omicidio per silenzio, fatto in silenzio, che deve rimanere in silenzio.
E se all’inizio non si volle affermare la matrice mafiosa del delitto, attribuendo l’accaduto al suicidio di un terrorista, solo grazie alla determinazione di Felicia e Giovanni Impastato si ebbe, dopo anni, la dichiarazione della realtà dei fatti, ossia la certificazione di delitto mafioso e la condanna di Badalamenti e gli esecutori materiali.
Omicidio di stato quello di Moro, omicidio mafioso quello di Peppino Impastato: in un solo giorno i due “mali” dell’Italia hanno colpito con atroce ferocia.
A distanza di trenta anni, quando i colpevoli sono stati assicurati alla giustizia, siamo sicuri che non ci siano ancora zone in ombra?
Angela Allegria
10 maggio 2008
In www.7magazine.it

Agosto 15, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.

Il Dramma di Oreste al Teatro Greco di Siracusa

Dal 8 maggio al 22 giugno c.m. presso il Teatro Greco di Siracusa si mette in scena l’Orestiade di Eschilo.
Il termine “Orestea” deriva dalla critica moderna la quale l’ha mutuatoda un verso da Le rane di Aristofane, esattamente il verso 1127 che si riferisce alle Coefore, seconda tragedia della trilogia.
Per estensione il termine è stato attribuito a tutta la trilogia composta da: Agamennone, Coefore ed Eumenini. Ad esse seguiva il dramma satiresco Proteo, andato perduto, che aveva come protagonista l’omonimo re d’Egitto.
Unica trilogia superstite di Eschilo, fu rappresentata dallo stesso alle Dionisie del 458 a. C.
Nella traduzione di Pier Paolo Pasolini e sotto la regia di Pietro Carriglio prenderà vita la vicenda di Agamennone che, tornato dalla guerra di Troia ed accolto dalla moglie Clitennestra, trova la morte violenta per mano di questa e del suo amante Egidio.
L’antefatto è importante, spiega il motivo per il quale il re d’Argo e di Micene (interpretato da Giulio Brogli) incontrò la morte: Clitennestra (Galatea Ranzi) vendica la morte della figlia Ifigenia sacrificata agli dei per far partire le navi dieci anni prima a muovere guerra contro Troia, Egisto (Luciano Roman), amante di lei, non è altro che il figlio supestite di Tieste, fratello di Atreo, il quale vendica con quell’uccisione il sangue innocente versato dallo zio.
L’omicidio di Agamennone è presagito da Cassandra (Ilaria Genatiempo) che annuncia anche la vendetta di Oreste:
 
 Ahimè, ahimè! Ahi, sciagura, sciagura!
    Terribile entro me di nuovo turbina
    il travaglio fatidico, mi squassa
    coi suoi preludî lugubri. Vedete
    seduti entro la casa quei fanciulli
    pari a larve di sogni? Figli sono
    figli trafitti dai lor cari. Tendono,
    colme le mani, i visceri e l’entragne,
    misero peso, orrido pasto! Il padre
    loro ne gusta. Alcuno, io vel predíco,
    la lor vendetta medita: un imbelle
    domestico leone, che s’avvoltola
    entro nei letti, contro il signor mio:
    ché d’un signore il giogo anch’io sopporto.
    Dei legni il condottier, quegli che strusse
    Ilio, non sa che danni gli apparecchi,
    ilare in cuore, con funerea sorte,
    pari ad Ate invincibile, con lunga
    ciancia, la lingua d’odïosa cagna!
    Tanto osa! Una virago uccide un uomo.
    Con quale nome d’aborrito mostro
    ben potrei designarla? Anfesibena?
    Scilla annidata fra gli scogli, a eccidio
    dei navichieri? Dèmone d’Averno,
    che sugli amici, dalle fauci, spira
    guerra implacata? – Ah tracotante! Come
    ululò! Come su nemica fuga!
    E pareva gioir che salvo fosse
    lo sposo! – Oh!, bene uguale è che mi credano
    o no! L’evento appressa già. Pei fatti
    presto vedrai se di sciagure io sono
    profetessa verace. E avrai pietà.

Infatti, nelle Coefore Oreste uccide la madre ed Egisto per volere di Apollo. Egli è inseguito dalle Erinni, le Furie, le quali divengono Eumenini, vengono placate solo dopo la sentenza dell’Areopago.
Mentre Clitennestra è un mero strumento in mano agli dei, Oreste ha un momento di esitazione, segno della volontà di compiere l’efferato gesto.
Oreste, sulla scena Luca Lazzareschi, è cosciente del suo dramma e lo vive intensamente.
 
   Uditemi ora – ch’io, come l’auriga
   sbalzato fuor di via, coi suoi cavalli,
    ignoro dove finirò: lo spirito,
    spezzato il freno, mi trascina vinto,
   ed il terrore i suoi cantici leva
    già presso al cuor, che nel furore danza -
    udite il bando che agli amici lancio,
    sin che mi regge il senno. Io, lo confesso,
    mia madre uccisi, odio dei Numi, obbrobrio
    omicida del padre – e fu giustizia.
    E chi mi spinse a tale audacia fu,
    io me n’esalto, il pitico profeta,
    l’ambiguo Febo. Vaticinio ei diede
    che s’io compiessi il matricidio, immune
    d’ogni colpa sarei; se m’astenessi -
    la pena non dirò: tanto lontano
    di niun cordoglio non saetta l’arco.
    Ed or vedete: in questa foggia io movo,
    con questo serto e questo ramo supplice,
    all’umbilico della terra, al piano
    d’Apollo e al tempio, e al vampo inestinguibile
    del fuoco ascoso: espierò cosí
    la consanguinea strage. Ad altro altare
    ch’io mi volgessi, Apollo mi vietò.
    E un dí, tutti gli Argivi fede facciano
    che a questo scempio mi sospinse il Fato:
   ch’ora fuggiasco dalla patria, ed esule,
    o vivo o morto questa fama io lascio.
Le colpe dei padri che si riversano sui figli, ossia il concetto di metriotes è al centro dell’intera trilogia per affermare un pensiero antico secondo il quale l’uomo che si macchia di una colpa non solo viene maledetto dagli dei, ma trascina con sé anche la sua discendenza.
La colpa di Oreste è un fardello pesante ricordato sempre dalle Erinni che lo inseguono e non gli danno pace.
Con l’introduzione dell’Areopago, tribunale voluto da Atena per giudicare il delitto di Oreste, si procede alla votazione mentre, Atena avrà l’ultima parola a favore dell’imputato.
Afferma inoltre la dea della Giustizia prima di aprire la votazione: Ecco, io istituisco questo Consiglio incorruttibile, rispettoso della giustizia, inflessibile, fortezza che veglia sui dormienti. Esso durerà per sempre per giudicare i delitti di sangue, un progenitore dei moderni tribunali.

Angela Allegria

10 maggio 2008

In www.modica.info

Agosto 15, 2008 Pubblicato da angelaallegria | Modica Info | | Ancora nessun commento.