Angela Allegria

Il potere logora chi non ce l’ha

Sindrome da abbandono: caratteristiche peculiari di un disturbo psicologico. Intervista a Italo Conti, psicologo e psicoterapeuta

In una società sempre più frenetica si pone spesso l’accento, fermandosi a riflettere, sulle questioni di carattere psicologico, situazioni le quali, in misura maggiore o minore, coinvolgono sempre più soggetti.

Quante volte da piccoli si è sofferto per la mancanza di qualcuno, magari della madre che esce per andare a lavorare? Studi di psicologia hanno dimostrato che casi del genere, ad esempio, possono avere ripercussioni anche da adulti.

Chiediamo al dott. Italo Conti, psicologo e psicoterapeuta. 

Dott. Conti, cosa intende Lei per sindrome da abbandono?

Per sindrome da abbandono si può intendere un insieme di sensazioni di disagio, che vanno dal semplice fastidio all’angoscia forte, alla depressione intesa in senso psichiatrico.

Seguendo J. Piaget, tutto potrebbe nascere da qualcosa che lui chiamava la “permanenza dell’oggetto”: in età molto precoce, il bambino si rende conto di non essere autosufficiente, e che dipende per ogni cosa dall’ “oggetto” adulto, il quale c’è e non c’è.

In altri termini, quando il bambino può percepire la presenza della madre, è rassicurato perchè ha imparato che lei si occupa di lui; se però la madre “scompare”, cioè si sposta fuori della percezione del bambino, allora nasce la crisi, l’angoscia, ed il bambino piange, fin quando o non viene rassicurato dalla madre, o non realizza che l’”oggetto” permane anche se lui non lo vede/sente; cioè fin quando non supera una delle fasi precoci dell’infanzia, ed entra nella successiva.

Questa grande paura rimane probabilmente nel ricordo, e le emozioni possono risvegliarsi anche da adulti, quando l’”oggetto” verso il quale si è strutturata una dipendenza affettiva, “scompare”. 

Quali sono i fattori da cui essa può dipendere?

I fattori da cui può dipendere, sempre a mio parere, sono essenzialmente due: 1) l’incompiuta costruzione della fiducia in sé stessi (non che io pensi che questa costruzione possa essere ultimata, credo che rimanga in fieri, e non (mi) auguro di incontrare persone che invece credano di averla finita; ma nello sperimentare la vita, si dovrebbe imparare che in genere si può avere fiducia nelle proprie possibilità, e che ogni sbaglio è un’opportunità per apprendere, piuttosto che per criticarsi), e 2), come corollario, la convinzione più o meno consapevole che solo delegando le responsabilità e i problemi a un altro si riesca ad andare avanti.

Per sintetizzare, chi subisce i danni maggiori da un abbandono dovrebbe essere la persona che non ha imparato a fidarsi delle proprie capacità, e dipende (preferisce dipendere) da altri per superare le avversità della vita. 

Come si manifesta?

Si manifesta, come ho scritto più sopra, con emozioni e comportamenti che possono andare dal semplice disagio (mi è mancato un appoggio fondamentale, sto giù, ma aspetto che passi, oppure cerco un nuovo papa…) alla disperazione più nera, al sentirsi privi di una parte di sè, al perdere il piacere di vivere (senza lei/lui la vita non ha colori; come diceva una vecchia canzone francese “les jours, les nuits, pur quoi, puor qui? Et le matin qui revient pour rien”..), in poche parole, alla depressione. 

A cosa può indurre?

Può indurre a comportamenti o costruttivi, o  di attesa, o distruttivi (auto e/o etero); dipende, appunto da come si manifesta. 

Cosa consiglia personalmente per superarla?

Per superare il disagio di un abbandono, secondo me sono utili sia programmi a breve, che a medio termine.

Per programmi a breve, intendo tutte le iniziative orientate a combattere la tendenza a soffrire più del necessario, quindi per esempio il costringersi a fare, anche se non se ne ha voglia, tutto ciò che si faceva “prima” con lei/lui, con altri o da soli; andare al cinema da soli a vedere un film comico si può. In altre parole, a comportarsi “come se” fare qualcosa ci piacesse o interessasse. L’appetito vien mangiando…

A medio termine, mi pare in alcuni casi indispensabile programmare per andar oltre i fattori di cui sopra, cioè capire e incrementare il livello di autostima e autonomia, e di conseguenza ridurre la dipendenza non solo affettiva ma anche operativa nei confronti di altri. Insomma, crescere.

 Angela Allegria

16 marzo 2007

In www.7magazine.it

Luglio 1, 2008 - Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | 2 Commenti

2 Commenti »

  1. ciao ho un figlio di 15 mesi che da 20 giorni va all’asilo ma propio non vuole andare non so piu che farre

    Commento di max | Ottobre 7, 2009 | Replica

  2. Ciao, mi dispiace, non so che dirti. Posso consigliarti di rivolgerti ad un esperto che può consigliarti. In bocca al lupo!

    Commento di angelaallegria | Ottobre 7, 2009 | Replica


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