Angela Allegria

Il potere logora chi non ce l’ha

I rischi in materia di mastoplastica additiva. Intervista al Dr. Mauro Leonardis, chirurgo plastico

La evidente diffusione degli interventi di mastoplastica additiva induce a trattare un altro aspetto inerente tale argomento: i rischi che tale tipo di intervento può produrre.

A cosa va incontro una donna nel momento in cui decide od è costretta a ritoccare il suo seno?
In quali casi il chirurgo sconsiglia l’intervento?
Ne parla il Dott. Mauro Leonardis, chirurgo plastico.
 
Quali sono i rischi in cui può incorrere una donna che chiede di essere sottoposta ad un intervento di mastoplastica additiva?
 
I rischi sono generali, di tipo anestesiologico (es. allergia all’anestetico o ad un farmaco somministrato) e di tipo sistemico (presenza di malattie non diagnosticate come l’ipertensione maligna, i disturbi di coaugulazione, il diabete) e  se sottovalutati potrebbero portare problemi seri ed in casi estremi mettere in pericolo la vita dello stesso paziente.
Esistono poi i rischi di natura tecnica, legati al tipo specifico di intervento. Nel caso della Mastoplastica Additiva si potrebbe incorrere in una delle complicazioni tipiche (anche se rare vanno comunque considerate e spiegate alla paziente), che sono l’ematoma, il sieroma, l’infezione e la contrattura capsulare.
L’ematoma può formarsi nelle prime ore del decorso post-operatorio e va prontamente individuato ed evacuato per evitare danni successivi (percentuale di formazione di ematoma dello 0.5-2% nelle
casistiche internazionali).
Il sieroma, può formarsi anche a distanza di 15 giorni dall’intervento ed è un’altra eventualità rara, che necessita di evacuazione mediante punzione aspirativi, per evitare retrazioni tardive dei tessuti o eventuali infezioni secondarie, con danneggiamento dell’estetica del seno.
L’infezione è un’altra  complicazione, generalmente risolvibile mediante la somministrazione di antibiotici per via endovenosa a dosaggi elevati ed infine la contrattura capsulare, che si può manifestare anche molti anni dopo l’intervento e che consiste nell’indurimento del seno (0.2-3%).
 
Da cosa dipende la scelta del materiale costituente la protesi?
 
Allo stato attuale la scelta del materiale protesico è praticamente indirizzata verso gli impianti di silicone gel-coesivo, con involucro testurizzato o ricoperto in poliuretano (questi ultimi presentano indici di contrattura capsulare ossia di indurimento del seno più bassi).
Queste protesi sono quelle che producono i migliori risultati in termini di palpabilità e naturalezza e sono le protesi più studiate (esistono da più di 50 anni e vengono continuamente migliorate). Alternative apparentemente più sicure come gli impianti riempiti con soluzione salina, hanno dimostrato maggiori indici di complicazioni tardive (contrattura, rippling, “sgonfiamento”) e un effetto estetico più artificiale.
Oggi le protesi di silicone di ultima generazione riempite con gel coesivo, rispetto ai vecchi impianti riempiti con silicone liquido, evitano di fatto la necessità di sostituire le protesi dopo 10-15 anni, consentendo alla paziente di rimanere protesizzata tutta la vita senza problemi per la salute (i vecchi impianti trasudavano silicone liquido, che veniva riassorbito al livello sistemico, per cui la necessità di sostituzione degli impianti).
 
In quali casi Lei sconsiglia l’operazione?
 
L’intervento di Mastoplastica Additiva, ma anche gli altri interventi di chirurgia estetica in generale sono sconsigliati, a mio modo di vedere, principalmente in tre casi:
1) Quando la paziente non è motivata.
È il caso della paziente indotta da altri ad eseguire l’intervento (ad esempio il marito) o quando la paziente vuole fare l’intervento ma non sa o non capisce esattamente cosa significa sottoporsi ad un intervento chirurgico.
In questi casi ogni piccolo fastidio, dolore o problema post-operatorio possono trasformarsi in
“tragedie”, che a volte risultano in somatizzazioni e possono produrre strascichi di carattere psicologico, di entità non indifferente.
2) In presenza di problemi intercorrenti.
Il tipico esempio è la moglie appena abbandonata dal marito, che attribuisce il fallimento del proprio matrimonio al fatto di non essere sufficientemente bella o di non possedere quel particolare fisico che piace al marito. In questi casi effettuare un intervento di chirurgia estetica non risolverebbe i problemi, che inevitabilmente sono anche di altra natura.
3) Quando la  paziente non sa esattamente cosa vuole ottenere.
Sono le pazienti che giungono a studio richiedendo un intervento chirurgico ma che inevitabilmente si contraddicono quando le si pongono domande più specifiche sul risultato che vorrebbero ottenere.
 
A Suo avviso qual’è l’impatto psicologico della paziente con il suo“nuovo seno”?
 
Da un punto di vista psicologico bisogna risalire ai motivi per cui una paziente ha deciso di sottoporsi ad una Mastoplastica Additiva e questi sono sempre vari: alcune si sottopongono all’intervento per un vero e proprio senso di inferiorità, che sviluppano nei confronti di coetanee e amiche in seguito allo scarso sviluppo del seno, altre eseguono l’intervento quasi esclusivamente per migliorare la vestibilità della parte superiore del corpo, altre ancora per riacquistare tonicità e volume dopo eventuali gravidanze o dimagrimenti.
La Mastoplastica Additiva correttamente condotta ed indicata è perfettamente in grado di risolvere queste problematiche ed è un intervento che piace molto alle pazienti. Generalmente si cerca un
aumento di volume, associato ad un miglioramento dell’estetica del seno.
L’aumento di volume è percepibile praticamente già nell’immediato post-operatorio e questo fa sentire le pazienti già molto soddisfatte, al contrario di ciò che succede negli interventi come la liposuzione ad esempio, dove sono necessarie alcune settimane prima di poter vedere concretamente gli effetti del trattamento a causa dei gonfiori post-operatori, che si formano.
Successivamente il miglioramento della forma del seno e l’acquisizione di una maggiore morbidezza al tatto contribuibuiranno in un crescendo alla soddisfazione della paziente.
 
Angela Allegria
26 dicembre 2006

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.

Alpinista quasi ibernato in Giappone. 24 giorni senza acqua nè cibo, ora sta bene

Una notizia che ha dell’incredibile giunge dal Giappone: un giovane alpinista di 35 anni, Mitsutaka Uchikoshi, è vivo ed in buone condizioni dopo 24 giorni in stato quasi di ibernazione.

Era caduto in una scarpata durante un’escursione sul monte Rokko il 7 ottobre scorso e da quel giorno le sue tracce si era perse.

Impossibilitato a muoversi a seguito della caduta e chiedere aiuto, è rimasto lì per ventiquattro giorni senza cibo né acqua, dormendo e bevendo qualche goccia di salsa barbecue.

“Ricordo solo di essermi addormentato — ha commentato il nipponico in una conferenza stampa — i medici sostengono che io sia sopravvissuto in uno stato ipotermico molto simile all’ibernazione”.

I medici spiegano che il suo stato era molto simile all’ibernazione, e che solo la temperatura corporea molto bassa (22 gradi) ha fatto sì che non ci fossero danno celebrali.

Ora Mitsukata sta bene ed è già tornato al lavoro.

Angela Allegria

22 dicembre 2006

In www.7magazine.it

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | 2 Commenti

Chirurgia al seno: la parola al chirurgo. Intervista al Dott. Carlo Alberto Pallaoro, chirurgo plastico

Sempre più donne si sottopongono alla chirurgia plastica per migliorare il proprio aspetto fisico.
Quante sono? Perché lo fanno? A queste e ad altre domande risponde il Dott. Carlo Alberto Pallaoro, specialista in chirurgia plastica a Padova e direttore di Pallaoro Medical Laser.
D: Quante donne mediamente in un anno Le chiedono di essere sottoposte ad un intervento di mastoplastica additiva?
R: La stima nazionale degli interventi di mastoplastica additiva a scopo estetico eseguiti in Italia nel corso del 2005 è di circa 30.000 – 35.000 donne. Il dato sembra essere pienamente in linea con la stima americana che, secondo l’Asaps, è di 354.610 mastoplastiche additive praticate lo scorso anno.
D: In che fascia di età possiamo collocarle?
R: Parlare di “mastoplastica additiva” come di un intervento unico è forse riduttivo. Infatti, esiste la mastoplastica additiva richiesta dalla ragazza (anche appena diciottenne), che ha come scopo ingrandire il seno; esiste poi la mastoplastica additiva della donna adulta, con figli, che non
desidera più assecondare un suo sogno ingrandendo il seno, quanto piuttosto vuole ripristinare le forme che aveva prima che si svuotassero con le gravidanze e l’allattamento. Infine esiste la mastoplastica additiva delle over 40, donne che desiderano, con questo intervento, ritrovare una seconda giovinezza. Ecco perché la chirurgia del seno nuovo per eccellenza non ha età.
D: I moviti puramente estetici sono i soli che spingono una donna a farsi operare al seno?
R: L’estetica, cioè la nostra immagine, altro non è che una forma di comunicazione, una sorta di linguaggio. Spesso perciò i motivi estetici che spingono una donna a decidere per la mastoplastica additiva si possono confondere con il desiderio di comunicare qualcosa. Il messaggio di alcune può essere un’affermazione del proprio sex appeal e finalizzato a compiacere l’altro, oppure può rappresentare una conferma per lei stessa, un messaggio di autostima che lo specchio rimanda.
Il corpo ha un linguaggio muto che spesso precede ed è più incisivo delle parole.
D: In quali casi Lei consiglia un intervento di mastoplastica additiva?
R: La mastoplastica additiva, come qualunque intervento che modifichi la propria immagine, agisce sul corpo, ma di fatto va a colpire anche la psiche. Inversamente, quando l’io percepito si sente diverso dall’io corporeo, lo squilibrio dei due piani genera un disagio. In altre parole: se la paziente avverte come una stimmate avere il seno piccolo, asimmetrico o danneggiato dall’invecchiamento precoce, una volta valutato obiettivamente il quadro generale, la mastoplastica additiva può normalizzare la
situazione.
D: Ci può spiegare in maniera sintetica in cosa consiste un intervento del genere e che durata ha?
R: La mastoplastica additiva ha come obiettivo creare (o ri-creare) plasticità e volume ad un seno piccolo (ipotrofico) o svuotato, attraverso l’inserimento di una protesi mammaria. Il tipo di protesi e la sede di impianto vengono stabiliti nel corso della visita preliminare, valutando le motivazioni della paziente, la qualità dei suoi tessuti, le proporzioni di tutti gli elementi del corpo e lo stato di salute.
L’intervento avviene in anestesia locoregionale accompagnata da sedazione endovenosa profonda. In tal modo si evitano i disagi tipici dell’anestesia generale e la paziente subirà l’intervento con il minimo stress, senza dolore e con la possibilità di fare ritorno alle mura domestiche in giornata. L’incisione è periareolare, cioè praticata lungo il margine inferiore dell’areola, e da
qui viene inserita la protesi. La particolare posizione dell’incisione fa sì che la cicatrice sia davvero minima e, oltre che essere naturalmente destinata a sbiadire con il tempo, sarà difficile individuarne la presenza, trovandosi appunto lungo il margine esatto tra mucosa e cute. Attraverso la sottile incisione, l’impianto viene inserito in posizione sottoghiandolare (tra il muscolo e la ghiandola) oppure retromuscolare (sotto il pettorale) o, in alcuni casi, in sede intermedia, per offrire anche un certo effetto lifting. In tutti i casi viene conservata la possibilità di allattare,
poiché la struttura ghiandolare resta inalterata. L’intervento si conclude con la sutura delle incisioni, l’applicazione del drenaggio e la fasciatura.
La paziente viene monitorata attentamente nei tempi successivi all’intervento e successivamente si presenta in clinica per controllare lo stato di guarigione e per le medicazioni, di norma 2. La ripresa postoperatoria avviene gradualmente e circa due-tre settimane dopo si posssono riprendere anche attività mediamente pesanti.
I risultati sono molto entusiasmanti se, prima della fase operatoria, sono stati valutati attentamente tutti i parametri necessari per progettare il corso ideale della mastoplastica. È necessaria non solo manualità ed esperienza del chirurgo, ma anche gusto estetico e obiettività, per evitare soluzioni esagerate (spesso dettate da desideri non oggettivi della paziente) che prima o poi porterebbero scontento.
L’obiettivo è sempre la bellezza, e oggi più che mai questo è sinonimo di naturalità, sia come forma, che come consistenza del “nuovo” seno. La durata dell’intervento è lunga, e dopo una decina d’anni si potrà valutare l’eventuale sostituzione delle protesi. 
D: In USA da poco si è risolta la questione riguardante le protesi in silicone. Lei cosa ne pensa?
R: L’autorità sanitaria americana, oltre 10 anni fa, aveva sospeso l’utilizzo delle protesi in silicone sull’onda della paura che fossero ontogenetiche.
Le autorità europee, invece, si sono dimostrate più equilibrate e lungimiranti nella corretta valutazione della cosa, svolgendo le necessarie ricerche a capire il reale rischio del materiale. Ad oggi la Comunità Europea impone alti standard qualitativi per le protesi in silicone che sono ritenute sicure. La conferma arriva anche dall’esperienza delle migliaia di donne che le “indossano”, che le reputano senz’altro le migliori in termini di estetica e comfort.
Angela Allegria
12 dicembre 2006
In www.7magazine.it

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.

Giochi di ruolo online: mera comunicazione o anche una nuova forma di letteratura? Intervista al Prof. Giorgio Masi dell’Università di Pisa.

Ultimo per ordine ma non per importanza, il profilo letterario dei giochi di ruolo online.
La forma scritta della quale si avvalgono i giochi di ruolo online stimola la creatività, la fantasia, le doti descrittive del giocatore. Si descrive ogni luogo, ogni azione. Si può scegliere il proprio aspetto fisico, il proprio carattere. Si scrivono parole su parole, destreggiandosi fra aggettivi, colori, sensazioni, sostantivi e magari neologismi creati al momento opportuno.
Qual è la valenza letteraria dei giochi di ruolo? Si può parlare di letteratura in senso lato ricollegandola ai giochi di ruolo online?
A tali quesiti risponde il Prof. Giorgio Masi, Ordinario di presso l’Università di Pisa.
D: Secondo lei, i giochi di ruolo possano essere esempio di letteratura “interattiva”?
R: Parto dal presupposto che un testo letterario degno di questo nome deve caratterizzarsi per la sua complessità e profondità, indipendentemente dal genere al quale appartiene; complessità e profondità che coinvolgono tutti gli aspetti del testo stesso (contenuto e forma, dunque).
I possibili “generi” di scrittura sono infiniti, e probabilmente anche il gioco di ruolo può essere considerato uno di essi: da come me lo descrive, quel che deve realizzare il singolo giocatore somiglia molto a una biografia o autobiografia.
In questo caso è una forma di letteratura, anche se (nella sostanza) non nuova, ma antichissima; ma perché possa definirsi tale a tutti gli effetti, io credo che debba soddisfare alcuni requisiti
fondamentali. Se la storia del personaggio che si costruisce non è effimera, cioè non dura il solo spazio del gioco, ma può essere trasmessa ad altri, nel tempo; se chi costruisce questa storia riesce a darle il necessario spessore, andando oltre notazioni banali o superficiali, e a comunicarla in una lingua che non sia sciatta, grigia, povera, allora potrebbero anche nascere dei piccoli capolavori. Se poi il gioco prevede di intersecare la propria storia con quella di altri, il valore del risultato finale, ovviamente, dipenderà dalla bravura dei singoli giocatori; ma anche le intersezioni e i raccordi sono importanti.
D: A suo avviso l’attività minuziosa di descrivere ogni cosa, situazione, sentimento può costituire una sorta di esercizio letterario?
R: So quale è l’effetto di una lettura consapevole dei classici. È un effetto che in questi ultimi anni si è tentato di ostacolare in ogni modo, rovesciando il corretto rapporto fra chi insegna e chi impara, perché invece di proporre a degli allievi qualcosa da imparare si è chiesto a dei presunti “clienti” che cosa a loro piacesse fare. Se si vuole imparare a leggere un classico, cioè un testo profondo, complesso, e perciò bellissimo, bisogna fare fatica: come bisogna fare tutte le volte che si vuole conquistare qualcosa di veramente bello. Se sappiamo che ne vale la pena, anche la fatica, in fondo, può essere piacevole. Ora, se il gioco online è una scappatoia, una scorciatoia per evitare le difficoltà (dell’allievo o del maestro), per come vedo io la didattica, non ha valore didattico. Se invece è un modo per esercitare la comunicazione scritta, sotto la sorveglianza severa di un esperto, allora può anche avere valore didattico. Tutti i mezzi sono buoni, quando sono buoni.
Angela Allegria

11 dicembre 2006

In www.7magazine.it

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.

L’approccio sociologico dei giochi di ruolo. Parte seconda. Intervista al Prof. Luca Giuliano dell’Università La Sapienza

Al fine di una conoscenza maggiore dei giochi di ruolo nella loro funzione sociologica e, come già preannunciato nello scorso numero, propongo ora il parere del Prof. Luca Giuliano, Associato di sociologia, Dipartimento di Contabilità Nazionale e Analisi dei Processi Sociali presso l’Università La Sapienza di Roma.

Che funzione sociologica ha un gioco di ruolo sia esso reale o virtuale?

In generale il gioco di ruolo risponde a una pulsione presente da sempre negli esseri umani e che è anche all’origine dell’espressione artistica e del teatro: il bisogno di riprodurre, evocare, una realtà alternativa cui aderire per divertimento o per conseguire un effetto
sacrale. Da sempre gli uomini raccontano delle storie e accettano di crederci perché questo suscita delle emozioni, anche solo per rimanere all’aspetto profano. E’ il piacere di fingere, di farsi passare per un altro, di essere in un altro luogo e in un altro tempo. Il piacere di essere Altrove. In un gioco di ruolo intorno al tavolo questo avviene in un’atmosfera di condivisione sociale della fantasia e di creazione di una realtà collettiva che è appagante; anche perché in un gioco di ruolo non vi sono elementi competitivi forti tra i giocatori: lo scopo del gioco è di portare a conclusione la storia non di vincere su un avversario.
La distinzione tra reale e virtuale non è del tutto appropriata a queste attività. Il gioco di ruolo evoca sempre una realtà virtuale, anche se questa avviene in un “teatro della mente” anziché in una “teatro digitale” come avviene in un gioco online. Certamente in un MMORPG tutto è molto più spersonalizzato e le pulsioni che sono alla base della ricerca di identità alternative sono trasformate in un valore di scambio, sono mercificate. Inoltre il fascino della grafica non supplisce del tutto alla perdita che ne deriva in fatto di comunicazione diretta rispetto alla comunicazione mediata dal computer. Sono processi che hanno una base di partenza comune ma esiti diversi.

Che ruolo ha un gioco di ruolo nella costruzione di identità sociale?

Il gioco di ruolo esprime pienamente il polimorfismo dell’identità tipico del nostro tempo. Naturalmente è un tema che va molto oltre la “finzione per gioco”, tuttavia in essa si concretizza quella incapacità dell’individuo di organizzare le proprie esperienze in uno spazio sociale controllato e unitario. Non starò ricordare le infinte varianti con cui si è espresso questo concetto: la frammentazione, l’incertezza, la perdita di centro, la liquidità eccetera. Tutti gli analisti concordano nell’affermare che il processo di costruzione dell’identità sociale e personale è sottoposto a una trasformazione radicale imposta da fenomeni di globalizzazione e di comunicazione mai conosciuti precedentemente. Il gioco di ruolo non può che svolgere una piccola parte in tutto questo. In fondo è un’attività ludica che, per quanto importante nella vita di molte persone, viene esercitata in uno spazio di finzione. Al gioco di ruolo non possiamo chiedere più di quanto possiamo chiedere ad altre attività concorrenti come la lettura, il cinema e la molto più persuasiva televisione.
e molto meno di quanto posiamo esigere dal cinema o dalla televisione.

La presenza di regole dettate dai Gods non è una contraddizione rispetto al desiderio dell’uomo di essere “libero”, almeno nel gioco?

Direi di no. Il riferimento ai Gods è qualcosa che richiama alla mente i MUD e i MMORPG, e quindi i giochi di ruolo online. Tuttavia, in un certo senso, anche il Narratore di un gioco di ruolo, spesso chiamato “Master”, può essere inteso come God, come demiurgo del mondo narrativo che egli propone ai suoi giocatori. Il Narratore rappresenta anche il mondo delle regole. Ma in un gioco di ruolo le regole sono sempre sottoposte a negoziazione tra i giocatori (e anche il Narratore è un giocatore). Inoltre in un gioco le regole garantiscono sempre la possibilità di esercitare delle scelte e quindi sono le regole stesse a creare lo spazio di libertà in cui si sviluppano gli eventi di gioco.

Con riferimento alle possibili infinite identità che si possono assumere “ruolando” a quali rischi veri o presunti si può andare incontro?

Si è parlato molto dei rischi di “perdita dell’identità”. Sicuramente questo è un effetto dei processi di frammentazione di cui facevo cenno in precedenza. Di fronte a trasformazioniI così radicali di solito si sviluppano delle risposte, alcune delle quali non sempre gradite. I fondamentalismi religiosi e i localismi (o pseudolocalismi) etnici rappresentano una delle risposte possibili: riportare o mantenere in vita istituzioni, simboli, valori che si vorrebbero radicati nelle coscienze di ciascuno in modo da sollecitare un rassicurante conformismo. Rappresentano una risposta altrettanto inquietante quei fenomeni di accettazione senza riserve del presente che comporta l’abbandono alle pulsioni egoistiche, alla soddisfazione immediata di ogni desiderio senza alcuna moralità e senza alcun rispetto per gli altri e per se stessi.
Il gioco di ruolo intorno al tavolo ha una forte componente socializzante. Si esprime attraverso modalità di comunicazione che esercitano un’azione di contrasto verso fenomeni di isolamento sociale o di rifiuto dell’alterità. Giocare di ruolo significa partecipare alla condivisione di un progetto collettivo e vivere indentità molteplici, sebbene per gioco, significa imparare a vivere con le molteplici alterità. Il gioco di ruolo, semmai, è una “scuola di tolleranza”, se posso usare questo termine.
Un po’ diverso è il caso del gioco di ruolo online che si presenta con modalità più immersive e più spersonalizzate.
Ogni attività comporta dei rischi. Giocare al pallone, andare in bicicletta, fare alpinismo.
Il gioco di ruolo è molto meno rischioso di qualsiasi di queste attività. Il fatto che intervengano dei fattori “psicologici”, che conosciamo molto meno, rispetto a fattori fisiologici che crediamo di conoscere di più, ci rende apprensivi.
Una certa attenzione da parte dei genitori quando si tratta di minori, specialmente nei giochi di ruolo online, è sempre auspicabile. Il modo migliore per esercitare una forma adeguata di controllo è di giocare con i propri figli. Non di abbandonarli a se stessi.
Il rischio è temperato dalla fiducia e questa si costruisce insieme giorno per giorno.

Angela Allegria

3 dicembre 2006

In www.7magazine.it

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.

Etna. Traffico aereo e circolazione in tilt. Intervista a Dr. Daniele Andronico dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia di Catania

L’attività vulcanica dell’Etna non accenna a placarsi. Il traffico aereo sull’aeroporto di Fontanarossa continua ad essere sospeso nelle ore notturne. La cenere si riversa ancora sulla provincia di Catania inducendo il Comune di Adrano a chiedere lo stato di calamità.
Ma qual è la situazone effettiva dell’Etna?
Lo abbiamo chiesto al Dr. Daniele Andronico dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia di Catania, il quale ha accettato di rispondere.

Quale è la situazione attuale dell’Etna?

L’Etna è un vulcano attivo a condotto aperto. Questo significa che anche quando apparentemente non vi sono eruzioni perché nessun materiale solido viene emesso dai crateri, all’interno dell’edificio vulcanico sia il magma che i gas magmatici in esso contenuti non stanno mai fermi e in certo senso preparano le eruzioni future.
In questi ultimi mesi il vulcano è di nuovo in attività eruttiva. In particolare, tra il 14 e il 24 luglio 2006 è ripresa l’attività esplosiva presso il Cratere di SE (CSE). L’ultimo episodio di fontana di lava che aveva interessato questo cratere era avvenuto 5 anni fa, esattamente il 17 luglio 2001. L’eruzione di luglio 2006 è stata breve, ma è stata la premessa di una ripresa pressoché persistente dell’attività sommitale a questo cratere, che è il più giovane tra i crateri sommitali dell’Etna, essendosi iniziato a formare nel 1971.
Nella notte tra il 30 e il 31 agosto, infatti, è cominciata una debole attività stromboliana presso la sommità del CSE, mentre dal 4 settembre è ripresa anche l’attività effusiva.
Dal 5 settembre al 28 novembre 2006, inoltre, il CSE è stato interessato da una serie di episodi principali di forte attività esplosiva (almeno 16), di tipo prevalentemente stromboliano. In genere questi episodi sono preannunciati dalla rapida risalita del tremore vulcanico e dall’inizio pressoché simultaneo dei fenomeni esplosivi al CSE.
La durata degli episodi si è andata gradualmente riducendo nel tempo, passando da pochi giorni a meno di 24 ore. Nelle ultime settimane la fase parossistica degli episodi si è ridotta a poche ore. In genere, durante questi eventi vengono prodotte colate laviche dal cratere oppure da fratture che si aprono lungo il fianco del cono. Oltre all’attività esplosiva, si sono aperte alcune fessure eruttive, in particolare tra il CSE e il cratere sommitale adiacente, la Bocca Nuova, dove più volte sono fuoriuscite colate laviche della lunghezza da poche centinaia di metri a pochi km, che si sono dirette verso S-SW senza provocare alcun danno. La frattura eruttiva principale, tuttavia, si è aperta il 13 ottobre sotto il CSE ad una quota di 2800 m circa. Da questa frattura è incominciata un’attività effusiva continua, che tuttavia ha mostrato variazioni nel tasso effusivo. Le colate che fuoriescono da questa frattura si riversano nella Valle del Bove, una zona desertica del versante orientale del vulcano, dove ad oggi hanno formato un discreto campo lavico.

La pioggia di cenere che si è riversata su Catania da cosa è causata e cosa provoca?

Da settembre ad oggi il CSE ha più volte dato origine ad emissioni di cenere. In generale la cenere è il risultato dell’attività esplosiva, in quanto il gas contenuto nel magma cerca di essolvere (cioè di liberarsi) producendo frammenti di magma di dimensioni variabili (da metriche a sub-millimetriche). In vulcanologia la cenere viene definita come la frazione “piroclastica” più fine, caratterizzata cioè da dimensioni inferiori a 2 mm. La cenere formatasi durante i periodi di forte attività esplosiva si è sollevata sopra il CSE per centinaia di metri, ed è stata poi presa in carico dai venti dominanti che l’hanno trasportata ad alcuni km di distanza dal centro eruttivo, dove poi è ricaduta al suolo.
Tra settembre e ottobre, tuttavia, la cenere prodotta è stata poca ed è stata dispersa prevalentemente sui versanti più alti del vulcano, mentre sui paesi è stata poco percepita dalla popolazione a causa delle scarsa quantità ricaduta. In seguito, invece, l’intensificarsi dei fenomeni esplosivi con brevi fasi di fontane di lava, ha causato una maggiore ricaduta di cenere che in numerosi paesi dell’Etna e a Catania è durata anche diverse ore. Nel mese di novembre, inoltre, altre cause hanno contribuito all’emissione di cenere, quali crolli intra-craterici, fenomeni di collasso, frane, e apertura di fratture lungo i fianchi del cono. Infine la cenere è stata segregata anche durante periodi di intenso degassamento al CSE, cioè di abbondante fuoriuscita di gas magmatici che hanno trascinato con sé verso l’alto le particelle di cenere.
I danni che può causare la pioggia di cenere sono diversi. In questo momento quello più percepito è al traffico aereo, in quanto le ceneri possono produrre danni sia agli aeromobili che alle piste dell’aeroporto. Altri disagi possono essere arrecati alla circolazione stradale, alle coltivazioni, alle reti fognarie, ecc. Per quanto riguarda gli effetti sull’uomo, infine, solo in seguito alle eruzioni 2001 e 2002-03 (in cui vi fu una prolungata ricaduta di cenere durata da settimane a mesi) sono stati avviati studi specifici di tipo medico, in particolare per comprendere la pericolosità dovuta alla respirazione delle particelle più fini sia durante la ricaduta che nei giorni successivi a causa della loro rimobilizzazione nell’aria.

I terremoti che si susseguono in Sicilia sono ricollegabili all’attività sismica del vulcano?

In Sicilia coesistono alcune aree all’interno delle quali sono presenti diverse strutture tettoniche. Queste strutture generalmente si muovono indipendentemente dall’attività del vulcano, dando così origine ai terremoti. I terremoti registrati sull’Etna, oltre ad essere generati dal movimento delle strutture tettoniche che risiedono nel vulcano, sono spesso ricollegabili allo stress causato dalla dinamica del magma. Per questo motivo questi ultimi vengono definiti terremoti “vulcano-tettonici”.

Angela Allegria

3 dicembre 2006
In www.7magazine.it

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.

Etna. Nonostante tutto rimane l’orgoglio dei siciliani

L’attività incessante di Mungibello.

 
Continua l’attività frenetica dell’Etna la quale con le sue ceneri ha messo in ginocchio ancora una volta Catania e provincia costringendo alla chiusura l’aeroporto di Fontanarossa.
L’attività di Efesto, sposo di Afrodite, il quale aveva la sua fucina proprio all’interno del vulcano siciliano sembra non arrestarsi mai.
Come quattro anni or sono, la popolazione catanese teme di ritrovarsi a dover camminare per via Etnea fra cenere e scosse consecutive, anche se non violente di terremoto.
Ma gli studiosi rassicurano affermando che non si tratta dello stesso fenomeno del 2002 in quanto l’emissione di cenere non è continua e non si diffonde in altezza per 10 km come accadde in quell’anno.
Intanto nell’isola dal 5 al 23 novembre di quest’anno si sono susseguiti ben 20 terremoti di magnitudo compreso fra 1.3 e 2.1 della scala Ricther come registrato dai sismografi dell’Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia di Catania.
Nonostante l’intensa attività eruttiva, la quale può creare, disagi fra i siciliani, l’Etna rimane sempre motivo di orgoglio per gli isolani, tanto da essere chiamata nel dialetto locale “Mungibello”.
 
Angela Allegria
27 novembre 2006

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.

L’approccio sociologico ai giochi di ruolo. Prima parte. Intervista al Prof. Davide Bennato dell’Università La Sapienza di Roma

Nell’esplorazione dei profili sociologici dei giochi di ruolo 7magazine propone le interviste di due Professori dell’Università La Sapienza di Roma: il Prof. Davide Bennato, docente di Teoria e Tecniche dei Nuovi Media della Facoltà di Scienze della Comunicazione e ricercatore presso la Fondazione Luigi Einaudi di Roma, e il Prof. Luca Giuliano, associato di sociologia, Dipartimento di Contabilità Nazionale e Analisi dei Processi Sociali.

Cominciamo queste settimana con il parere del Professore Bennato.

 

Prof. Bennato, a cosa può essere dovuta la tendenza diffusa fra i giovani (e non) riguardante i giochi di ruolo e nel particolare i giochi di ruolo online?

I giovani si trovano in una fase della vita in cui si stanno costruendo una propria identità sociale e perciò hanno bisogno di capire qualcosa di più su se stessi e sulle forme di interazione con gli altri (genitori, amici, compagni). I giochi di ruolo sono uno strumento straordinario in questo senso, perché permettono di simulare un particolare profilo sociale e quindi permettono di fare esperimenti con la propria identità. Se questo è vero per i giocatori di GdR adolescenti, è ancora più vero per le persone che non sono più adolescenti. Infatti ad una certa età si dispone di una identità sociale ben definita: i giochi di ruolo – in questa fase della vita – permettono di giocare con se stessi e di rispondere così alla domanda “cosa succederebbe se io modificassi alcuni aspetti della mia personalità”?
Visti da questo punto di vista i giochi di ruolo online – ovvero MMORPG -  non sono altro che degli ambienti che portano alle estreme conseguenze le potenzialità dei GdR tradizionali.

 

Sotto il profilo sociologico che valenza si può attribuire ai giochi di ruolo?

Il gioco è un’attività assolutamente importante perché è un ottimo meccanismo per imparare qualcosa in più della realtà circostante. Dato che una delle caratteristiche dei giochi di ruolo è quella (appunto) di interpretare un ruolo, essi hanno una valenza ancora maggiore perché permettono di comprendere in dettaglio i meccanismi e le regole tacite che governano la relazione sociale. Infatti far finta di essere un personaggio di fantasia – un mago, un troll, un hacker – per quanto possa appartenere al regno dell’immaginazione, le norme di comportamento che devono essere condivise durante il gioco sono assolutamente sociali. Quindi non bisogna pensare che il gioco di ruolo sia una fuga dalla realtà ma – anzi – è un modo diverso di comprendere la realtà sociale in cui siamo immersi.
I giochi di ruolo online – da Second Life a World of Warcraft – attivano gli stessi meccanismi di apprendimento sociale con un vantaggio in più: l’estrema immersività di questi ambienti virtuali associato all’enorme possibilità che si hanno nella costruzione del personaggio (dell’avatar) radicalizzano i processi che possiamo identificare nei GdR tradizionali.

Quale mutamento sociologico si può avvertire studiando tale fenomeno?


Per prima cosa non bisogna dimenticare che i GdR sono soprattutto giochi, quindi è bene non sopravvalutarne alcune caratteristiche sociali.
Detto questo, da un punto di vista sociologico si può dire che i giochi di ruolo non siano nient’altro che un modo per sperimentare alcuni aspetti della nostra realtà sociale che sta diventando sempre più frammentata. Il mondo sociale circostante ci chiede di avere delle caratteristiche diverse a seconda se gli altri ci vedono come figli, padri, amici, colleghi.
I GdR non sono altro che una specie di palestra che permette di migliorare la conoscenza di noi stessi e dei modi con cui interagiamo con gli altri

Un’ultima domanda per concludere: personalmente cosa pensa dei giochi di ruolo?

Ne sono affascinato e credo profondamente che bisognerebbe studiare più attentamente questa realtà in quanto può essere un buon indicatore delle modalità con cui si vengono a creare nuove forme di interazione sociale. In modo particolare i GdR online (ovvero gli MMORPG) sono uno strumento ulteriore per comprendere il significato che i media digitali stanno assumendo nella vita quotidiana delle persone.

Angela Allegria

26 novembre 2006

In www.7magazine.it

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | 1 Commento

Adolescenti violenti: intevista al Dr. Carlo Cerracchio, presidente dell’AIPEP

Gli ultimi fatti di cronaca mostrano sempre più frequentemente l’uso della violenza fra adolescenti. Essi, infatti, presentano ragazzini che picchiano un ragazzo down, adolescenti intenti a violentare una loro coetanea: la lista è abbastanza lunga.
Spesso tali violenze vengono scoperte da filmati che girano su internet, filmati amatoriali, girati con i videofonini dagli autori stessi.
Ma quali sono le ragioni, i motivi che spingono gli adolescenti a dar vita a tali mostruosità?
Cosa li rende tanto sicuri da potersi “vantare” delle azioni commesse?
Per rispondere a tali domande abbiamo chiesto aiuto al Dott. Carlo Cerracchio, psicologo e psicoterapeuta, Presidente AIPEP – Associazione Italiana Psicologia e Psicoterapia Onlus.

Alla luce degli ultimi fatti di cronaca, secondo Lei, qual’è il fattore scatenante che induce gli adolescenti ad essere violenti?

Conosco abbastanza bene il mondo dei media per non fidarmi troppo degli “ultimi fatti di cronaca”, nel senso che purtroppo esiste un meccanismo perverso che trova interesse quasi esclusivamente voyeuristico in situazioni estreme portate alla luce come esempi generalizzati. Questo significa che sovente non si riesce a vedere fenomeni di realtà importanti se non nel momento in cui questi assumono carattere di “notizia”, per qualche episodio che scatena l’interesse momentaneo e parziale, e per questo assolutamente inutile.
Ma questa non è solamente una critica ai media, in quanto siamo tutti coinvolti nella lettura a margine della realtà. Come fruitori d’informazione siamo sempre più pigri e superficiali, ci accontentiamo della realtà semplificata ed edulcorata che ci arriva comodamente da giornali e TV. Come “specialisti” ci lasciamo spesso sedurre da qualche comparsata, che ci lustra il nome e l’aurea sbiadita, in un mondo sempre a caccia di palcoscenico e sempre meno attento a quello che scorre nella vita di tutti i giorni.
Questo non vuol dire che il fenomeno della violenza non esista, anzi, viviamo a stretto contatto con essa, ce ne nutriamo abbondantemente da mane a sera, facendola diventare, la violenza e l’aggressività, un metodo comune di relazione con l’altro da noi, e quindi con noi stessi.
Perchè i giovani sono violenti? Siamo sicuri che vogliamo veramente saperlo?
Siamo in grado di accettare tutto quello che ne consegue?
Perchè sono violenti? Perchè mimano la realtà che gli è intorno, come è logico che sia.
Ma ci chiediamo perchè sono così ignoranti, bacchettoni, incapaci di qualsiasi azione di rivalsa e contrasto verso i genitori, a loro volta assurdamente immemori delle loro critiche vicende adolescenziali, e stupidamente soddisfatti della pericolosissima tregua generazionale.
Io francamente mi spavento più dell’incapacità dei giovani di essere giovani, cioè di fare la loro necessaria rivoluzione etica e culturale, che della loro disperata violenza, che forse ne consegue.
Forse odiamo i giovani così tanto da averne castrato ogni valenza critica, liberatoria ed innovatrice, pericolosissima per la civiltà del fondamentalismo economico occidentale.

Il gruppo “incoraggia” la violenza?

È noto che i fenomeni di gruppo limano le posizioni individuali e creano presupposti di azione collettiva in grado di scatenare con maggiore facilità violenza ed aggressione. Ma, se questo è vero come fenomeno naturale della condizione sociale umana, meno rassicurante è la capacità attuale dei fenomeni di massa di coinvolgere e sovrastare completamente le coscienze individuali. Viviamo forse sempre di più nell’ipotesi frommiana di una società iperconformista e massificata, dove l’interesse per l’individuo soccombe verso la realizzazione della perfetta soggettività consumistica, acritica e disciplinata ai voleri della pubblicità e dei grandi interessi economici.

Perchè a suo avviso gli adolescenti filmano col telefonino gli atti violenti da loro compiuti ai danni di vittime indifese?

Perchè fanno la loro televisione, mimano quella vera. Vogliono esprimere bisogno di potere, di forza vigliacca contro i fragili, quello che la nostra civiltà premia. E, in quanto castrati della loro funzione critica, sono incapaci di rigettare i valori dominanti, assumendoli come propri. Le aggressioni verso i deboli mostrate tutti giorni dalla tivvù, vittime indifese appunto, che siano arabi colpevoli di petrolio, di miserabili in cerca di fortuna nella civiltà dell’oro, sono, nel mondo degli adulti, giustificate, rese opportune e necessarie dagli interessi della nostra santa democrazia.
Il vincitore, nella nostra disperata cultura, è colui che porta avanti i propri egoistici interessi, che si rende insensibile ai bisogni degli altri e che domina e nega ogni sofferenza e condizione d’inferiorità.
È il delirio scatenato dalla psicopatologia del potere, fenomeno epocale di ipertrofia delle funzioni egocentriche ed aggressive, che osanna l’onnipotenza del se grandioso, struttura psichica delle prima fasi evolutive, che maschera l’insufficienza propria della condizione infantile con la realizzazione fantastica di un potere personale assoluto aggressivo e non relazionale.
Questo potere, infantile, incongruo con le necessità sociali della nostra specie, proiettato su figure potenti dell’economia e della politica e dello spettacolo, uniche fonti di soddisfazione istintuale e pertanto acriticamente idolatrate per divenirne immagine e somiglianza, è sintomo e grave condizione di una società involutiva, disturbata ed incline alla catastrofe psichica e sociale.

Cosa propone dal punto di vista terapeutico per arginare il fenomeno?

Assolutamente nulla, in quanto intervento specifico. Sono certo che compariranno a breve illustri colleghi pronti alla somministrazione di panacee psicofarmaceutiche per la cura della nuova “sindrome da aggressività videofoninica”. Ci basta la malaugurata vicenda del Ritalin e della “sindrome da iperattività”, per essere sconfortati a sufficienza dalle risposte terapeutiche ai disagi psicologici dei giovani. Diversa, complessa e probabilmente utile, sarebbe un’azione condotta a livello globale, per esempio nelle scuole, ma anche nelle famiglie, per aiutare i giovani ad esprimere in maniera evolutiva il proprio inevitabile disagio. Ricordiamoci che la violenza e l’aggressività sono segnali di sofferenza rigettata all’esterno, di incapacità di assorbire le violenze subite, e che in ogni vittima si sta producendo un plausibile carnefice.

In che modo si dovrebbe cercare di “recuperare” gli autori di tali misfatti?

Gli autori e soprattutto le vittime. Questo è un problema delicato. Credo che per ogni situazione di disagio personale debba prevedersi una risposta che tenga conto della storia e condizione individuale. Per il recupero di una sofferenza abbiamo però bisogno che questa sia in qualche modo sentita dall’interessato. Questo forse è il più grosso problema.

Angela Allegria

26 novembre 2006

www.7magazine.it

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | 2 Commenti

I profili psicologici dei giochi di ruolo: intervista al Prof. Gianluca Gini dell’Univarsità di Padova

Nello scorso numero abbiamo intrapreso il viaggio attraverso i vari approcci dei giochi di ruolo online analizzandone i risvolti pedagogici con l’aiuto del Dott. Fabio Paglieri. Oggi tenteremo di coglierne i profili psicologici con il gentile ausilio del Prof. Gianluca Gini del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università degli Studi di Padova.

Professore Gini, cosa spinge una persona a ruolare?
Le ragioni che spingono una persona a giocare ai giochi di ruolo possono essere diverse. I giocatori solitamente sono attratti dalla possibilità di sperimentarsi in ruoli alternativi, non possibili nel quotidiano delle nostre vite, e quindi dalla possibilità di evadere, in modo ludico, dall’ansia o dai problemi che nascono in famiglia o sul luogo di lavoro. Così come avviene in altri ambienti virtuali, come le chatroom, chi partecipa a un gioco di ruolo ha l’occasione di comportarsi, parlare ed essere percepito dagli altri secondo forme e modalità diverse da quelli in cui si sente costretto ogni giorno a casa o sul luogo di lavoro. Tali giochi, infatti, permettono virtualmente di cambiare sesso, età, lavoro, modalità di relazionarsi con le altre persone e così via.

A che conseguenze può condurre la costruzione di diverse identità, le quali possono corrispondere o meno alla propria?
I rischi sono legati al fatto che spesso il giocatore dedica diverse ore della giornata a tali giochi, che per loro natura non si esauriscono nell’arco di una serata ma durano spesso settimane o mesi. Ciò può comportare una eccessiva immedesimazione nei ruoli impersonati, che spesso sono ruoli “estremi” e “stereotipati” in positivo o in negativo, con possibile confusione tra la realtà e la fantasia di tali ruoli. In alcuni casi, si possono riscontrare veri e propri problemi di dipendenza dal gioco di ruolo (che rientra nella più generale dipendenza da internet) ed una incapacità di ritornare a vivere la propria vita reale abbandonando i ruoli impersonati nella comunità virtuale.
Si può creare una discrepanza tra i possibili Sé virtuali ed il Sé reale, che finisce per essere
sempre vissuto come inadeguato.

Quali possono essere i risvolti positivi e negativi di un gioco di ruolo dal punto di vista psicologico e/o terapeutico?
Come dicevo prima, la partecipazione ad un gioco di ruolo può avere dei vantaggi legati alla
possibilità di sperimentarsi in ruoli alternativi. In un certo senso, partecipando ad un gioco di ruolo è come fare un viaggio psicologico, invece che fisico, che consente di poter scegliere la comunità, il mondo, in cui vivere e quale personaggio interpretare. Ciò è positivo purchè il giocatore rimanga sempre la componente “attiva” del gioco, cioè sia in grado di scegliere se e quando giocare. Purtroppo a volte il gioco finisce per diventare la cosa più importante, o l’unica attività rilevante, nella giornata del giocatore, che può provare una sorta di “crisi di astinenza” quando non riesce a
entrare nella comunità virtuale per giocare.

Personalmente cosa pensa dei giochi di ruolo?
Come tutte le opportunità offerte dalla rete, anche i giochi di ruolo possono essere una risorsa per il divertimento dell’utente di internet, purchè si rimanga nell’ambito del gioco. Quando ciò che avviene nel gioco diventa il metro per valutare se stessi e per dare senso alla propria vita, allora tale attività cessa la sua funzione ludica e diventa una fonte di dipendenza pericolosa.

Angela Allegria

19 novembre 2006

In www.7magazine.it

Giugno 9, 2008 Pubblicato da angelaallegria | 7 magazine | | Ancora nessun commento.