Angela Allegria

Il potere logora chi non ce l’ha

Dannazione e salvezza nel Faust di Gounod

Nonostante il persistere dei noti problemi degli addetti ai lavori che esprimono in uno striscione “Aiutateci a salvare il nostro Teatro”, è partita la stagione lirica 2010 del Teatro Bellini di Catania con la messa in scena del Faust, capolavoro in cinque atti di Charles Gounod diretto dal Maestro Jean Paul Penin con la regia di Francesco Esposito.

Esecuzione in lingua originale, ambientazione diversa rispetto alla visione tradizionale, voluta dal regista per sottolineare la pazzia, la disperazione dei personaggi.

Come nella opera letteraria di Goethe, è il desiderio dell’uomo di possedere la giovinezza eterna spinge il dottor Faust, ormai vecchio e malato, morente in un letto di ospedale, con sacche di sangue che gli vengono cambiate continuamente, ad invocare Mephistopheles per chiederne i servigi.

Si tratta di una invocazione spettrale: tutto è oscuro, la sola luce presente in scena è puntata su Faust (Giuseppe Varano), e lo illumina dall’alto.

A differenza della rappresentazione classica, nella quale Faust si trova nel suo studio e Mephistopheles si presenta elegantissimo, in abito scuro con il mantello dal risvolto rosso, qui l’apparizione è sostenuta sì da tutta l’orchestra, sottolineata dalle percussioni, ma Satana indossa, esattamente come Faust, ovvero un pigiama bianco a righe azzurre da ospedale, mentre la natura infermale è evidenziata dal fuoco del giocoliere circense.

All’inizio del colloquio si percepisce una certa incomunicabilità, ma alla domanda: “E che puoi fare tu per me?”, Mephistopheles risponde con un “Tutto” che convince Faust a concludere l’accordo scellerato suggellato da un brindisi.

Faust dunque torna giovane, con un servitore fedele pronto a soddisfare ogni suo desiderio, unico vincolo, restituire i servigi nell’altra vita.

Da qui comincia una “vicenda di seduzione e di traviamento che travolge il soprano (Margherita, sulla scena Annamaria Dell’Oste) a opera del tenore (Faust), a sua volta subornato dal basso (Mefistofele)”, come ebbe a dire Claudio Casini.

Ma il vero protagonista, colui che muove le fila della vicenda, colui che tiene il centro della scena è Mephistopheles, interpretato magnificamente da Francesco Palmieri, sul quale sembra scritta la parte, sia come voce, sia come presenza scenica.

Affascinante, sensuale, prodigo di lusinghe, seduttore ed ingannatore, Mephistopheles si manifesta in tutta la sua natura di essere infernale pronto a risolvere i problemi umani in cambio dell’anima.

Promette, canta, balla, fa presagi, aiuta, si gode la vita, seduce Marthe (Gabriella Bosco) aiutato dal dolce sapore del vino, riesce addirittura a far cadere in peccato Marguerite che cede all’amore di un Faust timido ed impacciato, ma guidato sapientemente da lui.

Da Faust la bella Margherita ha un figlio, simbolo evidente del suo peccato, colpa che incombe su di lei che, invano, cerca di pregare. Il tentativo è reso vano proprio da Mephistopheles che le rammenta di essere ormai dannata: “Ascolta questi clamori! / È l’inferno che ti chiama! / È l’inferno che ti segue! /È l’eterno rimorso e l’angoscia eterna / nell’eterna notte!”.

Nuovamente, al ritorno dei soldati dal fonte, Marguerite è raggiunta dalla maledizione di Valentin (Fabio Previati) in punto di morte. Il fratello, infatti, come preannunciato all’inizio da Mephistopheles, muore in un duello per salvare l’onore della sorella, ma lo scontro è truccato perché è in realtà il demone a bloccare il braccio di Valentin e permettere che questi fosse ucciso da Faust.

Merita menzione Frederika Brillembourg che interpreta Siebel, giovinetto vivace, affettuoso, gentile, innamorato di Marguerite, ma che riesce a volerle bene come un fratello: “Se la felicità ti invita a sorridere, / allora sono felice, / e provo una dolce emozione; / se il dolore ti afferra, Margherita, / o Margherita, o Margherita, / io allora piango, piango come te! / Come due fiori su uno stesso stelo, / i nostri destini seguono lo stesso corso; / delle tue sventure / mi affliggo come un fratello, / o Margherita, o Margherita / come una sorella ti amerò sempre”.

L’epilogo è tragico: Marguerite è in manicomio per aver ucciso in un attimo di follia il figlioletto, costretta in una camicia di forza, attorniata da altri alienati dallo sguardo perso nel vuoto e dai movimenti verso l’ignoto che ne condividono il destino dietro le sbarre.

Torna nuovamente il letto, simbolo di pazzia, di disperazione, nel quale durante lo snodarsi della vicenda i personaggi si sdraiano, impotenti innanzi al dramma della vita.

Stavolta però Marguerite prende in mano il suo destino allorquando, visitata da Faust che le indica una via di fuga, riconosce Mephistopheles e capisce che tutto ciò che è accaduto è stato opera sua.

Rinuncia alla fuga, sceglie di affrontare la morte ed è salva, mentre Faust, ormai vecchio e stanco, muore dannato e Mephistopheles muore con lui.

Anche qui una interpretazione registica diversa rispetto alla tradizione: Marguerite si toglie la vita puntandosi una pistola alle tempie (in questo caso si capisce che la donna è salva solo perché viene intonato un coro celeste, di per sé il gesto farebbe pensare al contrario), Mephistopheles muore nello stesso istante che muore Faust (mentre in realtà dovrebbe morire trafitto dalla spada dall’Arcangelo Michele).

Ma seppur l’ambientazione risulta inusuale, è particolare nel suo genere, attualizza un conflitto portato in musica da Gounod su libretto di Jules Barbier e Michel Carrè, diretto da un Direttore preciso, puntuale, energico, dal tocco delicato ed armonioso quale è Jean Paul Penin.

La musica è melodiosa, cantabile, sinuosa, accompagna i personaggi sostenendoli, ma anche lasciando modo di esprimere le proprie qualità canore, come hanno dimostrato abilmente la Dell’Oste e Varano, mostrando il carattere dei personaggi e la coralità dei cori.

Il suono dell’arpa già dall’inizio, l’utilizzo del triangolo, le parti cantate affidate a tratti totalmente all’oboe accompagnato dal pizzico degli archi, i cori allegri e spensierati, tutto viene a costruire l’opera messa in scena che apre la nuova stagione lirica del capoluogo etneo.

Angela Allegria

2 febbraio 2010
In www.italianotizie.it

febbraio 3, 2010 Pubblicato da angelaallegria | Italianotizie | , , , , , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Giulio Cavalli premiato al Festival Giuseppe Fava

Angela Allegria
Febbraio 2010
In Il clandestino con permesso di soggiorno

febbraio 2, 2010 Pubblicato da angelaallegria | Il Clandestino - con permesso di soggiorno | , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Prima candelina per Katane

Festeggia il suo primo compleanno “Katane”, la rivista catanese che si occupa di cultura, territorio, arte, tradizioni, enogastronomia, scienze naturali e geologia, sport, fornendo ai lettori una visione tutta nuova della cultura della città etnea.

Nata da un’idea dell’Associazione culturale “Petra Lavika” il cui presidente, Salvatore Narcisi, documentarista e regista, curatore per passione diverse opere sulla Sicilia, Katane è diretta dal giornalista Salvo Longo, laureato in Scienze Politiche, collaboratore del “Giornale di Sicilia” e responsabile della pagina di Catania di “2 righe”. Attorno a loro una serie di collaboratori siciliani che, come l’editore ed il direttore, credono nella propria terra e si impegnano a farla riscoprire al lettore in tutte le sue sfaccettature.

L’informazione giunge al lettore in modo genuino, inserita all’interno delle immagini che sono le vere protagoniste del periodico.

La cura dei particolari, nella scelta dei luoghi da proporre e delle immagini, danno a Katane il carattere di una rivista di spessore.

Tra i temi trattati in questo primo anno: la festa di Sant’Agata, l’Etna, i mercati storici, i giardini della città, palazzi artisticamente interessanti, il monastero dei Benedettini, via Crociferi, la Palya, Catania nel cinema e non solo.

Qual è il bilancio dopo appena un anno di attività? “Il bilancio è senza dubbio positivo – spiega Salvo Longo – siamo molto soddisfatti per quanto abbiamo realizzato. La rivista si sta radicando sempre più e da più parti arrivano elogi e consensi.

Per il futuro proponiamo di farci conoscere da sempre più gente e di dedicare più spazio al resto della Sicilia, magari aumentando le pagine della rivista e la sua diffusione. Ci piacerebbe che Katane diventasse un punto di riferimento per la promozione e la valorizzazione della nostra terra”.

Non resta che fare un in bocca al lupo ai  colleghi di Katane ed augurare al giornale di crescere sempre di più!

Angela Allegria
18 gennaio 2010
In www.italianotizie.it

gennaio 19, 2010 Pubblicato da angelaallegria | Italianotizie | , , , , , , | Ancora nessun commento.

L’artista Giuseppe Malandrino e la sensibilità psicologica

Protagonista attivo del XX secolo, autore della propria esistenza vissuta in maniera intensa, sognatore che ha saputo trasformare in realtà i propri progetti artistici, Giuseppe Malandrino (Modica 1910- Roma 1979) vive l’arte nel suo significato autentico come ricerca del bello, aderenza al reale, sperimentazione continua verso nuove forme di espressione.

La morbidezza dei panneggi, la linearità di forme geometriche, la sinuosità delle linee dei reticolati, la profonda percezione psicologica dei soggetti ritratti, l’attenzione allo sguardo e alle abitudini dei protagonisti, la precisione nel disegno e la profonda conoscenza dei chiaroscuri nelle incisioni fanno di Giuseppe Malandrino un artista a tutto tondo, capace di rappresentare la vera essenza della vita.

La voglia di conoscere, di rendersi utile, di cambiare le piccole cose auspicando il mutamento di eventi anche mondiali come la seconda guerra mondiale, hanno portato Malandrino a viaggiare per il mondo nella ricerca interiore di ciò che la vita ci riserba, con la consapevolezza di migliorarsi sempre, di mettersi in discussione costantemente.

Lasciato il borgo natio dove sin da piccolo aveva sentito e seguito il demone dell’Arte, si trasferisce a Roma dove frequenta lo studio di Giacomo Balla, il più anziano firmatario del Manifesto tecnico della pittura futurista, il quale lo fa esordire nella I Grande Esposizione d’arte futuristica che Filippo Tommaso Marinetti ha fatto allestire a piazza Adriana.

È solo l’inizio: arrivano poi Buenos Aires, Caracas, Parigi, i Paesi del nord, luoghi nei quali la luce colpisce l’occhio dell’artista che la rappresenta sulla tela con tutta la sua intensità.

Ritrattista, paesaggista, artista a tutto tondo, Malandrino si interessò nel suo soggiorno giovanile romano anche alla fotografia, al cinema lavorando a Cinecittà e creando le Gigantografie, alla realizzazione di trompe d’oeil in Argentina nei primi anni Sessanta, all’esecuzione di una serie di sette litografie per il governo Isdraeliano nel 1970.

L’effetto cromatico delle sue opere, la compostezza del disegno che diviene a tratti classicista, a tratti impressionista, l’indagine psicologica nei ritratti, la ricerca del vero al di là di ogni semplicistica apparenza, l’autocritica, il desiderio profondo di tornare nella sua Modica, fra i suoi affetti, con la consapevolezza della necessità del distacco, tutto ciò fa di Giuseppe Malandrino un autore composito, un artista eterogeneo, capace ancora oggi di stupire.

Angela Allegria
Gennaio 2010, n. 5
In www.edizionibohemien.com

gennaio 14, 2010 Pubblicato da angelaallegria | Edizioni Bohemien | , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Graziella Campagna, ragazza siciliana uccisa dalla mafia

Quando hai diciassette anni non ci pensi alla morte, la vivi come un evento lontano, che non ti appartiene, qualcosa di oscuro che accomuna le persone anziane, ma tu non sei fra queste e per questo non te ne curi.

Quando dopo una battaglia giudiziaria durata ventidue anni si giunge a scoprire la verità, trovando i responsabili che vengono assicurati alla giustizia, condannati a scontare la giusta pena per le proprie azioni non pensi che solamente un anno dopo uno di essi, condannato all’ergastolo, possa uscire dall’istituto penitenziario che lo ospita per incompatibilità.

Sembra ci si trovi innanzi ad una situazione da incubo difficilmente riconducibile alla realtà, eppure questa è la storia di Graziella Campagna, un giovane siciliana di Saponara, in provincia di Messina. Graziella, appena diciassettenne, fu fatta salire su un’auto, assassinata con cinque colpi di lupara sparati in faccia a distanza ravvicinata che la colpirono al braccio con cui si riparava il viso, al viso, allo stomaco, alla spalla e finita con un colpo di grazia il 12 dicembre1985 che le trapassò il cranio e si conficcò nel fango. Due giorni più tardi fu ritrovato il suo corpo a Forte Campone, sui monti Peloritani, al confine tra Villafranca e Messina.

Cosa aveva visto Graziella, la quale lavorava presso una lavanderia del suo paese, per cui doveva morire? Graziella è stata uccisa perché, il 9 dicembre, aveva trovato nella tasca una camicia un documento dal quale si capiva che l’ingegner Cannata, assiduo frequentatore della lavanderia “La regina”, in realtà aveva un’altra identità. Si trattava di Gerlando Alberti junior, il quale, insieme a Giovanni Sutera, presentato come geometra Lombardo, era ricercato per associazione di tipo mafioso e per traffico di stupefacenti.

Quella scoperta fatta da Graziella, sorella di un carabiniere, poteva mettere in pericolo la latitanza dei due boss che non solo si erano rifugiati in quel territorio per nascondersi, ma anche per investire i proventi provenienti dalla loro attività illegale.

Dopo quasi venti anni di processi nel 2004 le condanne: Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera, all’ergastolo, in quanto esecutori materiali del delitto, in concorso tra loro, con l’aggravante di aver agito in regime di premeditazione e durante lo stato di latitanza, Agata Cannistrà e Franca Federico, rispettivamente collega e titolare della lavanderia presso cui Graziella lavorava condannate entrambe a due anni per favoreggiamento e per aver deviato le indagini.

La sentenza di primo grado confermata dalla Corte di Assise di Appello di Messina in data 18 dicembre 2008.

Il 15 dicembre di quest’anno, a distanza di solo un anno, il tribunale di sorveglianza di Bologna concede ad Alberti la misura alternativa alla detenzione consistente negli arresti domiciliari perché lo stesso, in base al cumulo giuridico, ha già scontato 22 anni di reclusione (per altri reati) e lo stato di salute del soggetto non è compatibile con il carcere.

Indignata non solo la famiglia di Graziella, che ha lottato per anni per avere giustizia, non credendo neppure per un attimo che si trattasse della classica “fuitina”, come si era detto per deviare le indagini, ma tutta la collettività.

L’unica cosa che fa sperare è il ricorso proposto alla Cassazione da parte del Procuratore Generale Marcello Branca il quale ha lamentato che la decisione sia stata presa sulla base della documentazione medica fornita dalla difesa, senza chiedere una perizia specifica sull’Alberti.

Angela Allegria
Gennaio 2010
In Il Clandestino con permesso di soggiorno

gennaio 9, 2010 Pubblicato da angelaallegria | Il Clandestino - con permesso di soggiorno | , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Al via la nuova stagione di prosa al Teatro Garibaldi

Presentata sabato 2 gennaio presso il Foyer del Teatro la nuova stagione di prosa della Fondazione Teatro Garibaldi, “esempio, spinta di ciò che la città vuole e deve essere, il posto dove l’identità di una comunità si rispecchia ed è” come lo descrive Antonio Sichera, consulente culturale del Sindaco.

Venti spettacoli concepiti come un unico progetto, eppure divisi in quattro segmenti artistici:

• Il teatro per il teatro, il quale parte con “L’incidente” di Luigi Lunari, grande traduttore di Goldoni e vedrà fra i protagonisti Tuccio Musumeci e Marcello Perracchio, in programma il prossimo 27 gennaio, per poi continuare con “Senza Hitler” con Andrea Tidona e Carla Cassola, “Le mille bolle blu” di Salvatore Rizzo, “Uscita di emergenza” con le regia di Giancarlo Sammartano, “Grisù, Giuseppe e Maria” di Gianni Clementi e “Niente sesso, siamo inglesi” di Anthony Marriot e Alistair Foot;

• Il teatro per la musica, con un repertorio inconsueto, lasciando quello classico alle associazioni, vede la presenza fra gli altri di Salvatore Bonafede, Roberto Gatto, Fabrizio Bosso, Pietro Leveratto il 1 febbraio, per poi proseguire con “Michael Jackosn Jazz Tribute” il 14, il pezzo forte ossia Eddie Gomez Trio e Kurt Rosewinkell Trio, unica data in Italia;

• Il teatro per la crescita, “nato per coinvolgere le scuole e costruire un dibattito volto ai giovani per fornire loro oltre allo spettacolo ed al divertimento, spunti di riflessione sui problemi sociali quali ad esempio il racket o l’immigrazione” come spiega Giorgio Pace, consulente teatrale del Sindaco, che ha predisposto la stagione insieme con l’altro direttore artistico, Andrea Tidona;

• Il teatro per l’identità, voluto per coinvolgere gli artisti locali, le associazioni che operano sul territorio, e farli riunire nella loro vera casa, il Teatro. I nomi sono tanti: Saro Spadola con “Ccu’i nguanti gialli” di Luigi Pirandello, Alessandro Sparacino con “Aspettando Godot”, Tiziana Spadaro con “Non sposto un segno al mio cuore” di Nausica Zocco, e i giovani ma talentuosi Alessandro Romano con “Vicino a un grande giardino” e Riccardo Tona con “Taxi a due piazze”.

Il Sindaco ha parlato del teatro cittadino come “cantiere culturale” in una stagione di transizione fra il prima, ovvero la gestione comunale, ed il dopo, ossia la fondazione della quale è ancora possibile fare parte per realizzare “la linea politico-culturale della gestione del teatro che non viene dato solo ad alcuni, ma in cui la gente possa vedere personaggi di prestigio, ma che possa avere anche una valenza educativa”.

Per le date ed i costi si può visitare il sito della fondazione teatro Garibaldi, dove è possibile inoltre rinnovare l’abbonamento (dal 4 al 12 gennaio), o farne uno nuovo (dal 13 al 26 gennaio).

Angela Allegria

3 gennaio 2010
In www.30giorninews.com

gennaio 4, 2010 Pubblicato da angelaallegria | 30 giorni news | , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Storie criminali

Giunto a Modica in una serata di fine novembre per presentare “Il Gotha di Cosa nostra” insieme al Procuratore di Gela Lucia Lotti, magistrato referente durante il suo tirocinio romano, Piergiorgio Morosini, Giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Palermo parla di mafia ed antimafia in occasione dell’evento organizzato dall’Associazione Attinkitè.

Le intercettazioni, il processo breve, i collaboratori di giustizia, ma soprattutto la Sicilia all’indomani della cattura di Bernardo Provenzano, il ruolo delle istituzioni, l’autocritica della Magistratura, la consapevolezza dei ruoli e la capacità di assumersi le proprie responsabilità: questi alcuni dei temi della serata nella quale i due magistrati hanno illustrato i propri ruoli, Morosini è il giudice terzo, colui che deve emettere la sentenza, mentre la Lotti è un pubblico ministero, quello che volgarmente si definisce “la pubblica accusa”, il cui compito all’interno del processo è ricercare la verità.

Il dott. Morosini, già docente di diritto penale presso l’università LUMSA di Palermo, è nato a Rimini, ma ha deciso di svolgere il proprio lavoro in Sicilia, conducendo processi che hanno portato alla sbarra esponenti di spicco di Cosa nostra, fra i quali Totò Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella.

Ne “Il Gotha di Cosa nostra” si ripropone la sentenza e le indagini che hanno permesso di arrivare alla cattura di Bernardo Provenzano presentate dall’autore con uno stile composito ma estremamente chiaro, in una esposizione lineare e connotata di copiosi documenti inserti per proporre al lettore una visione meticolosa degli accadimenti di una realtà nella quale affari, politica, sanità e malaffare si intrecciano creando situazioni tutt’altro che lineari.

Si legge nella prefazione redatta da Francesco Forgione: “La sentenza di Morosini ci propone una lettura ricca e complessa degli ultimi due decenni di presenza di Cosa nostra, a partire dalla sua capacità di insediarsi socialmente in “basso” e in “alto”, tra le aree di degrado sociale – dove ha bisogno comunque di produrre consenso e rigenerare il proselitismo – e tra i ceti e le classi dirigenti della società, in quella borghesia che ritengo essere il vero problema da affrontare per sconfiggere le mafie.

Per comprenderlo, basta leggere la normalità delle relazioni tra magia e mondo delle imprese, la consuetudine dello scambio con la politica e la trasversalità a tutto gli schieramenti di questi rapporti, la natura del controllo del territorio, dal pizzo al ciclo del cemento, dall’influenza sulle scelte urbanistiche all’insediamento di centri commerciali che racchiudono in se tutte le potenzialità del rapporto mafia, economia e governo locale”.

Già la dedica “Ai magistrati caduti per non avere mai smesso di credere nelle giustizia” fa intuire la personalità forte ed acuta del giudice Morosini, un “giudice in carne ed ossa” come è stato definito dalla dott.ssa Lotti, un uomo estremamente puntiglioso, ma altrettanto disponibile e senza “peli sulla lingua”, un protagonista che possiamo conoscere attraverso le risposte alle domande che gli abbiamo proposto.

D: Perché un giudice non siciliano decide di combattere contro la mafia?

R: Nella scelta di Palermo non c’è nulla di particolare: eravamo ad un anno dalle stragi di Capaci e via D’Amelio. Da giovane magistrato ritenevo utile fare un passaggio in Sicilia della quale Palermo era il simbolo.

La mia doveva essere una esperienza di qualche anno per poi essere riversata all’interno mia realtà di provenienza.

Col passare del tempo però ho deciso di rimanere, in realtà, perché già all’inizio mi piaceva molto il meridione d’Italia, lavorando in questi luoghi, l’interesse e la simpatia per queste terre sono aumentati ulteriormente.

D: Da cosa nasce l’idea di pubblicare un libro nel quale spiega come si è arrivati al processo ed i suoi risultati?

R: Ho deciso di mettere in un libro la mia esperienza professionale, condividendola anche con chi non ha mai messo piede in un tribunale.

In questi quindici anni ho conosciuto diverse tipologie di persone e mi sono reso conto di diverse storie di singoli criminali, ma soprattutto ho riscontrato una fragilità nazionale che si gioca dal punto di vista sociale, economico, istituzionale e che ha portato allo sviluppo di Cosa nostra.

D: Già dalla copertina del libro si nota l’importanza che le intercettazioni hanno nella lotta al crimine organizzato. Cosa pensa del disegno di legge sulle intercettazioni?

R: Speriamo che le intercettazioni restino uno strumento incisivo nel contrasto di tutte le mafie d’Italia. Il problema è che le modifiche legislative che si stanno proponendo, se dovessero passare, rischiano di indebolire fortemente questo strumento ed inevitabilmente indebolire la lotta alla mafia.

D: E del processo breve?

R: Penso tutto il male possibile perché è una misura ingiusta che verrebbe a cancellare con un colpo di spugna migliaia e migliaia di processi in cui ci sono tante vittime che aspettano da anni Giustizia.

D: In che situazione versa oggi Cosa nostra dopo gli ultimi arresti?

R: Si tratta di uno scenario alla ricerca di nuovi equilibri.

All’interno di Cosa nostra si cerca di individuare nuovi capi ma in realtà la nuova dimensione di Cosa nostra porta a pensare che i nuovi capi non saranno persone votate esclusivamente ai delitti di sangue, ma i capi veri saranno quelli in grado di effettuare consulenze a livello finanziario, esperti nelle questioni legali e inseriti magari nei vari circuiti degli affari a livello siciliano e nazionale.

Avremo, quindi, una classe dirigente dal volto diverso, sotto certi profili meno preoccupante in superficie, ma molto più insinuante invece nelle retrovie.

D: Dal punto di vista organizzativo Cosa nostra presenta nuovamente una struttura di tipo verticistico come prima dell’avvento dei Corleonesi o si avvia verso una struttura orizzontale simile a quella adottata dalla ‘Ndrangheta?

R: Forse in questo peserà molto la storia di Cosa nostra che è improntata nell’ultimo trentennio sulla struttura verticistica anche se questa ha avuto dei costi per Cosa nostra a livello di alcune decapitazioni dei suoi punti di riferimento principali in alcuni momenti storici. Però la struttura verticistica gli consente di regolamentare meglio quelli che sono i rapporti fra diverse famiglie.

Una struttura orizzontale per Cosa nostra potrebbe portare anche a dei conflitti molto violenti fra le diverse cosche.

D: Dal punto di vista internazionale quale è il ruolo di Cosa nostra?

R: C’è il ripristino della attività del narcotraffico internazionale che viene dimostrata anche nell’operazione Gotha, dei rapporti con gli Stati Uniti, ma in realtà le stesse intercettazioni svelano anche il tentativo di apporti con Paesi sudamericani sempre aventi ad oggetto il traffico di stupefacenti. Cosa nostra cerca sempre di mirare a luoghi nei quali si possono fare affari, cerca le alleanze giuste a 360 gradi in tutto il mondo.

D: Fondamentale nella lotta alla mafia sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Cosa pensa delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino?

R: Non posso dire nulla al momento, c’è un’inchiesta in corso nella quale si verificherà se le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sono veritiere o meno.

D: Un’ultima domanda: in alcune interviste ha dichiarato di andare in giro a presentare il suo libro per “apprendere”. Cosa può ancora apprendere un giudice del suo calibro da una città come Modica?

R: Stasera ho avuto la possibilità di conoscere questa città nelle sue architetture e nel suo cuore, di percepirne la realtà, di sentire la voce di alcuni suoi cittadini e, quindi, di arricchirmi ulteriormente, e questa mi sembra la cosa più importante.

Angela Allegria
Gennaio 2010
In Prima Pagina

gennaio 2, 2010 Pubblicato da angelaallegria | Prima Pagina | , , , , , , | Ancora nessun commento.

Tutta la dolcezza della solidarietà

Tempo di Natale, tempo di cioccolato, meglio se si tratta di cioccolata modicana  che comprende ormai diversi aromi, differenti gusti, variazioni della ricetta base azteca fatta di cacao, zucchero e spezie il tutto lavorato a freddo. Il risultato è davanti agli occhi di tutti, si potrebbe dire dentro le bocche di tutti coloro che vogliono assaporare, periodo di festa o no, la fine tavoletta modicana.

Dopo la scoperta che in altre parti della Sicilia (a Bronte e ad Agrigento) si producono barrette di cioccolata modicana e le polemiche sollevate, arriva la decisione del sindaco Antonello Buscema in concerto con i produttori locali di dirigersi verso un marchio che accomuni l’eccellenza.

“Il marchio – spiega il Sindaco – deve tutelare dalle aggressioni esterna, ma soprattutto dalle aggressioni interne perché non tutto il cioccolato di Modica è d’eccellenza. Questo implica la necessità di sottoporsi a quelle regole che, se rispettate, porteranno alla produzione di un prodotto d’eccellenza. Questa è la grande scommessa che l’Amministrazione comunale e i produttori devono fare insieme”.

Intanto nella serata di lunedì 14 dicembre si è svolto presso il Tendone natalizio sito in piazza Matteotti un vero e proprio percorso conoscitivo in senso lato dello squisito prodotto della tradizione modicana portata avanti a partire dalla ricetta originale azteca, zuccherata dagli spagnoli e conservata nei conventi della città della Contea.

L’occasione per una riflessione sul cioccolato è stata fornita dalla presentazione del libro “Cioccolato di Modica” di Emanuela Ferro, la quale propone nella prima parte una analisi del rapporto fra cioccolato e territorio, in particolare nel contesto barocco, mentre nella seconda parte si lascia spazio alla cucina, alle ricette rivisitate o create appositamente da venti chef stellati.

Durante la presentazione, alla quale erano presenti il sindaco di Modica, Antonello Buscema, l’assessore allo sviluppo economico Nino Frasca Caccia, il presidente della Cooperativa Quetzal, Piero Iemmolo, il direttore commerciale della stessa Simone Sabaini, Antonio Paolini della guida dei ristoranti pubblicata dall’Espresso, si è data la possibilità di conoscere non solo da cosa è nato il libro, ma anche gli sforzi compiuti dalla Quetzal per unire i produttori di cioccolato modicano a quelli del sud del mondo, nel quale si trovano coloro che coltivano e producono le materie prime d’eccellenza con le loro storie umane.

Spiega Sabaini: “Una materia prima, il cacao, e un prodotto, il cioccolato, possono anche essere un esempio felice di scambi equi e solidali come quelli su cui ha scommesso la cooperativa Quetzal che a Modica produce tavolette dove il cacao ecuadoriano, lo zucchero delle Filippine, del Costa Rica e dell’Ecuador, le spezie cingalesi e la vaniglia del Madagascar incontrano la manna delle Madonie, le fave cottoie, i pistacchi di Bronte e ancora arance, mandorle, capperi ed erbe aromatiche”.

“Una sintesi di storie: quella dei produttori di materie prime del sud del mondo, quella dei dolcieri modicani che sulla base della vecchia ricetta azteca producono un vero e proprio prodotto d’eccellenza” sottolinea Piero Iemmolo.

Nel libro gli chef propongono gli accostamenti fra dolce e salato perché, vero è che il cioccolato fa pensare al dolce, ma è anche vero che il suo impegno nei piatti di carne o di pesce non guasta affatto, anzi stuzzica le papille gustative stimolandole a ricercare l’essenza vera della cucina.

Di abbinamenti si è parlato prima e dopo la presentazione, cominciando con un laboratorio di gusto a cura di Teo Musso, colui che nel 1997 sperimentò per primo la birra artigianale, la Baladin.

Musso propone cinque birre diverse affiancate a cinque varietà di cioccolato modicano. Un accostamento insolito, inconsueto, un incontro nel quale il gusto e l’olfatto sono fortemente solleticati nella percezione.

Si è partiti con una birra bianca, la Isaac, dalle emozioni raffinate e dal profumo d’arancia che è stata accostata con il cioccolato al mandarino. “Sembra – come ha fatto notare lo stesso Musso – di assaggiare un mandarino ricoperto di cioccolato”.

Sono seguite poi la Nora, una birra egizia dallo spirito intrigante in un gioco olfattivo con il cioccolato allo zenzero, l’Elisir, birra secca, che esalta maggiormente il peperoncino della cioccolata abbinata, la Noel, medaglia d’oro al mondiale della birra di Strasburgo, assaporata con il cioccolato amaro allo zucchero di canna, ed infine un vero e proprio passito ossidato di birra, “una sorta di Marsala” di birra proposto in compagnia del cioccolato al bergamotto.

La serata si è conclusa presso il ristorante Binario Quattro, all’ombra della locomotiva ferrosa adagiata sul carbone nero, sotto la luce di una candela bianca inserita fra pigne, alloro ed agrifoglio, un luogo nel quale quattro chef stellati hanno proposto alcune ricette presenti nel volume presentato poco prima.

Gli chef i quali, dopo gli stuzzichini a base di gorgonzola, lardo dei Nebrodi, castagne e cioccolato, creazioni del padrone di casa Luciano Failla, si sono alternati in cucina sono stati:

Peppe Barone della “Fattoria delle torri” di Modica, il quale ha presentato una caponata con gambero di Marzamemi e cioccolato modicano accompagnato dalla birra Wayan, elegante e pungente;

Vincenzo Candiano della “Locanda don Serafino” di Ragusa, che ha proposto ravioli con ripieno di gamberi di Marzamemi e noci di Avola con crema di gamberi e cioccolata modicana ed accompagnati da un nido di cicorino. Un piatto delicato esaltato dalla Super Baladin, birra senza spezie, concepita in modo tradizionale;

Pietro D’Agostino de “La capinera” di Taormina, il quale ha curato il secondo a base di guanciale vitellina modicana cotto in vino rosso e decorato con cioccolato modicano allo zafferano, abbinato alla birra Noel;

Accursio Craparo del “La gazza ladra” di Modica, al quale è stato affidato il dolce, un tondeggiante tortino di melanzana, cioccolato modicano, pinoli tostati e pomodorini caramellati, il cui sapore corposo è stato accompagnato dalla Xyauyù, il passito di birra.

Si è concluso in questa maniera gustosa un pomeriggio iniziato all’insegna del cioccolato modicano e della birra, due gusti apparentemente contrastanti, ma il cui abbinamento esalta il palato conducendo chi assapora verso nuove frontiere del gusto tutte da scoprire.

Angela Allegria
Gennaio 2010
In Prima Pagina

gennaio 2, 2010 Pubblicato da angelaallegria | Prima Pagina | , , , , , , , , , , | Ancora nessun commento.

Conferenza stampa di fine anno al Comune di Modica

“Abbiamo lavorato come le formichine per riportare alla normalità questo Comune”.
In questo modo ha esordito il sindaco di Modica, Antonello Buscema, nella conferenza stampa di fine anno nella quale ha tracciato un bilancio del lavoro svolto dalla Amministrazione comunale nel 2009.
“Un anno fa avevamo dovuto chiedere alla Regione 5 milioni di euro per poter chiudere l’anno, quest’anno sono stati pagati tutti gli stipendi a metà dicembre, sono state corrisposte le indennità, si sono avviate le condizioni affinché le società possano dare servizi e stare sul mercato” ha continuato lo stesso, facendo un excursus sull’attività svolta nel 2009, alla presenza della Giunta al completo e del capo ufficio stampa, Marco Sammito, il quale ha puntualizzato anche il lavoro nascosto dell’ufficio da lui diretto.
Qualche numero può essere utile: 83 sedute della Giunta municipale con l’emazionie di 103 atti, 50 del Consiglio comunale con 134 atti, 36 conferenze stampa, 585 comunicati stampa oltre alla nascita di due importanti iniziative, ossia la “Città informata” e “Libertà e partecipazione”.
Nonostante restino i debiti con Scicli, l’Università e l’Enel, il Comune si avvia ad uscire dallo status di Ente strutturalmente deficitario atteso che alcuni indicatori stanno superando lo stato di criticità.
In tale situazione si sottolinea come siano stati garantiti gli eventi importanti, culturali, come i convegni su Raffaele Poidomani Moncada e Salvatore Triberio, e gli spettacoli, con la nascita della Fondazione Teatro Garibaldi che sarà operativa a partire dal prossimo gennaio.
Soprattutto Modica è tornata ad essere una “città pulita grazie alle scelte coraggiose operate dall’Amministrazione”, mentre a breve dovrebbe partire la raccolta differenziata in una città che è stata e rimane un “cantiere aperto” con l’impegno di completare presto le opere iniziate e cioè il Palazzo Moncada, il Castello, il Parco Monserrato, il centro storico (già nel 2009 sono stati inaugurati il parco di San Giuseppe ‘U timpuni e di Santa Lucia).
Modica guarda al futuro prossimo con riferimento anche ai Servizi sociali, al piano regolatore il quale sarà adattato alla città ad opera di un tecnico esterno, alla Multiservizi. Ieri, infatti, la Giunta municipale ha adottato un atto di indirizzo con il quale sono state avviate le procedure per la liquidazione della società (mentre per quanto riguarda l’azione degli atti è competenza del consiglio comunale, con una rimodulazione dei contratti che prevedono sul plafon complessivo di tre milioni e mezzo di euro su base annua un risparmio di novecento mila euro): la società sarà assorbita, nei progetti dell’Amministrazione, nella Modica Rete Servizi che a sua volta sarà rimodulata alle nuove condizioni, mentre diversi servizi oggi in carico alla Modica Multiservizi saranno dati in appalto.
In fine l’attenzione posta alla manutenzione e alla viabilità, due sfide per il 2010, da affrontare ancora una volta con l’operato delle formichine che “sono conosciute per la loro laboriosità senza rumore”.
Angela Allegria
31 dicembre 2009
In www.30giorninews.com

dicembre 31, 2009 Pubblicato da angelaallegria | 30 giorni news | , , , , , | 1 commento

Il teatro di Giulio Cavalli

“Oggi noi narratori abbiamo la grande occasione di metterci in rete con tutto quel giornalismo non normalizzato che si è definito e ha preso coscienza del proprio ruolo e diventare l’uno per l’altro strumenti di amplificazione e affilatori di contenuti” scrive sul suo sito Giulio Cavalli, l’attore teatrale a cui è stata assegnata la scorta per il suo impegno contro la mafia. Ma sarebbe riduttivo descrivere Giulio Cavalli in questo modo, Giulio è un giovane che crede nella idea di teatro civile, che, come si legge dalle sue poche parole, assume un ruolo sociale ben determinato, si prende la responsabilità di far conoscere la realtà dei fatti mettendoli in scena e mostrandoli al pubblico per quello che sono, senza credere che tutto ciò che appare in realtà è.

Fra i tanti temi affrontati, il disastro di Linate, scritto insieme ai familiari delle vittime, l’infiltrazione della mafia al Nord, quindi una visione omogenea delle mafie, non intese come fenomeno strettamente regionale, localizzato, bensì diffuso su scala nazionale (ed internazionale).

Un’idea di teatro “diverso”, sperimentato, messo in scena da un attore sui generis, un ruolo che non si riduce all’interpretazione di un copione, ma che riscopre il valore originario del teatro, a partire dalle tragedie greche le quali si ispiravano a situazioni, eventi realmente accaduti, li proponevano allo spettatore accentuandone gli aspetti e sottendendo un messaggio didascalico.

Ma parliamone direttamente con lui…

D: Giulio, quale è la Tua idea di teatro?

R: Vedo il teatro come un luogo, una agorà ancora autentica dove possono galleggiare storie con una profondità e una potenza tattile. Lo ripeto spesso: questo nostro privilegio di una piazza ed un pubblico che non ci incrocia ma addirittura ci viene a cercare credo debba essere onorato con tutte quelle storie che su un palcoscenico possono respirare e dignitosamente gocciolare in tutta la loro umanità e con un’analisi importante.

D: Cosa è il “Teatro civile” o come meglio lo definisce “Teatro partigiano”? Che fini segue?

R: Non promettersi soltanto di esercitare la memoria nella sua sfumatura celebrativa dei funerali laici. Essere partigiani significa dichiarare onestamente da che parte si decide di stare e quindi inevitabilmente con chi ma anche senza remore contro chi. Per quanto riguarda il “teatro civile” credo fondamentalmente che sia un grande bluff. Esiste un giornalismo “civile”? una magistratura “civile” un’opera musicale “civile”? No. Esiste un avanspettacolo più o meno artefatto, ludico e significativo. E poi esiste il teatro.

D: Nei tuoi spettacoli parli di riti e conviti della tradizione mafiosa, della penetrazione della mafia al nord, in particolare a Milano, della Resistenza, del disastro di Linate: la memoria, il ricordo, ma anche la lucidità di guardare con occhi diversi, di capire la realtà dei fatti. In che modo scrivi i testi dei Tuoi spettacoli ed in che misura riesci a far sì che questi colpiscano la coscienza degli spettatori?

R: Parto dalle parole, l’esperienza e la collaborazione di chi ha nuotato per motivi diversi in quelle storie. Chi le ha indagate e processate, chi le ha descritte prima di me, senza dimenticare tutti quelli che ci sono capitati dentro per motivi diversi. Il mio lavoro (con i ritmi e i modi dell’artigiano) è appoggiarle in scena in un modo dignitosamente drammaturgico e scenico. Se riusciamo ad aggiungere all’analisi e all’informazione intellettualmente onesta il potere della parola e della scena è inevitabile che si arrivi ai cuori. Il pubblico teatrale è fisicamente e mentalmente vicinissimo ad un attore; quindi inevitabilmente predisposto ad annusarne l’autenticità.

D: Da dove nasce l’idea di Radio Mafiopoli? Il riferimento è a Peppino Impastato e se si per quale motivo?

R: Dopo l’esperienza dello spettacolo DO UT DES (in cui giocavamo a disonorare l’onore mafioso) abbiamo pensato che lo sberleffo meritasse una platea e una fruibilità che non fosse legata ai limiti tecnici e logistici che comporta una tournée; la rete era il luogo più adatto per riproporre il “modus” con un appuntamento settimanale. È chiaro che Radio Mafiopoli nasce dalla lezione della risata velenosa di Peppino soprattutto con due obbiettivi: smontare un finto onore che è banalmente la metastasi della paura e raccontare come sia una bugia improbabile e tragicamente comica che questi boss possano veramente (da soli) avere tenuto sotto scacco una nazione.

D: L’improvvisazione, la battuta, la musica dal vivo, la presa di posizione innanzi agli eventi storici contemporanei: che peso hanno all’interno dei tuoi spettacoli?

R: Io recito molto poco. Parlo. Probabilmente sono anche un pessimo attore e niente di più che un buon parlatore. Quindi cogliere il momento è l’elemento fondamentale per un dialogo. Di parola e di ascolto.

D: Da poco Ti è stata assegnata la scorta, segno che con la Tua attività dà fastidio alla criminalità organizzata. Non hai paura?

R: La scorta è un effetto. Credo debba essere poco una notizia. Piuttosto che agli effetti mi dedico alle cause, nel mio piccolo, come posso. È sconsolante immaginare un paese che dà più credito ad alcune parole solo perché condite con la scorta secondo i meccanismi voyeuristici di questa caccia agli intimiditi più mediaticamente spendibili e intanto lascia scoperti e soli i testimoni di giustizia. Se ho paura o non ho paura me lo conservo gelosamente come un lato mio della mia storia; ed è una storia che non mi interessa raccontare. L’urgenza è svelare la mediocrità delle mafie e la colpa folle del profondo nord di non accorgersi di esserne diventata la culla finanziaria.

D: In che modo continuerai la tua attività? Progetti in corso e futuri?

R: Un libro (Nomi, cognomi e infami), uno spettacolo su una prescrizione giudiziaria che non merita di essere prescritta anche nella memoria e quello che mi capita: che ultimamente è molto più teatrale di quanto io riesca a progettare.

Angela Allegria

28 dicembre 2009
In www.italinotizie.it

dicembre 30, 2009 Pubblicato da angelaallegria | Italianotizie | , , , | Ancora nessun commento.