La VI sezione del Consiglio di Stato in sede giurisdizionale ha stabilito che il minore straniero il quale si trova in Italia e vuole convertire il suo permesso di soggiorno in permesso per motivi di lavoro non è sempre obbligato a partecipare ai progetti di integrazione sociale e civile previsti dalla legge sull’immigrazione.
Il Consiglio di Stato ha in tal modo accolto il ricorso di un cittadino albanese il quale chiedeva l’annullamento della decisione presa dalla I sezione del Tar della Toscana sostenendo la violazione dell’art. 32 primo comma del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 secondo il quale al compimento della maggiore età, allo straniero nei cui confronti sono state applicate le disposizioni di cui all’articolo 31, commi 1 e 2, e ai minori comunque affidati ai sensi dell’articolo 2 della legge 4 maggio 1983, n. 184, può essere rilasciato un permesso di soggiorno per motivi di studio di accesso al lavoro, di lavoro subordinato o autonomo per esigenze sanitarie o di cura.
In specie l’appellante, entrato in Italia ancora minorenne per essere posto sotto la tutela di un parente, riteneva che non fosse applicabile ai minori sottoposti ad affidamento o tutela il comma 1 bis dell’art. 32 secondo il quale il permesso di soggiorno di cui al comma 1 può essere rilasciato per motivi di studio, di accesso al lavoro ovvero di lavoro subordinato o autonomo, al compimento della maggiore età, sempreché non sia intervenuta una decisione del Comitato per i minori stranieri di cui all’articolo 33, ai minori stranieri non accompagnati che siano stati ammessi per un periodo non inferiore a due anni in un progetto di integrazione sociale e civile gestito da un ente pubblico o privato che abbia rappresentanza nazionale e che comunque sia iscritto nel registro istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri ai sensi dell’articolo 52 del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394.
L’appellante fa leva anche sulla lettura costituzionalmente orientata fatta dalla Corte Costituzionale con la sentenza 5 giugno 2003, n. 198, nella quale i giudici della Consulta rigettavano la presunta violazione dell’art. 3 Cost. da parte 32 del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, assimilando la figura del minore affidato a quella del minore sottoposto a tutela in quanto “I due istituti, pur avendo presupposti diversi (la tutela si apre con la morte o l’assenza di entrambi i genitori o l’impossibilità di questi di esercitare la potestà, l’affidamento può essere disposto allorché la famiglia di origine sia temporaneamente inidonea ad offrire al minore un adeguato ambiente familiare), sono entrambi finalizzati ad assicurare la cura del minore. Infatti, l’affidamento disciplinato dalla legge n. 184 del 1983 ha il fine di favorire il reingresso del minore nella famiglia di origine, ma compito dell’affidatario è quello di provvedere al suo mantenimento, alla sua educazione ed istruzione, tenendo conto delle indicazioni dei genitori (art. 5, della legge n. 184 del 1983). Allo stesso modo, il tutore, oltre ad amministrare il patrimonio, deve prendersi cura dei bisogni del pupillo e della sua istruzione ed educazione, sotto il controllo del giudice tutelare (artt. 357 e 371 del Codice civile)”.
In conformità a ciò l’appellante sostiene che l’art. 1 bis, introdotto con la novella di cui all’art. 25 della legge 30 luglio 2002, n. 189, non si applichi ai minori sottoposti ad affidamento o tutela, ma solo ai minori che si trovino sul territorio nazionale sulla base di altri presupposti.
La VI sezione del Consiglio di Stato non condivide l’argomentazione affermando già nella decisione del 27 giugno 2007, n. 3690, che la norma non distingue tra diverse categorie di minori stranieri soggiornanti in Italia, assoggettandoli tutti a misure volte ad assicurare loro l’integrazione nel tessuto sociale nazionale.
Nella stessa pronuncia si rimarca inoltre l’impossibilità di applicare la norma a soggetti che abbiano compiuto la maggiore età prima della sua entrata in vigore ovvero entro i successivi due anni.
Nella specie il decreto del questore di Siena che aveva rifiutato il rinnovo del permesso di soggiorno era stato emesso in data 20/01/2003, di conseguenza la norma non poteva essere applicata ai minori che abbiano raggiunto la maggiore età prima o entro due anni dalla sua entrata in vigore. Diversamente opinando la norma avrebbe un’efficacia retroattiva, ed imporrebbe un adempimento impossibile.
È proprio sotto tale profilo che il Consiglio di Stato accoglie l’appello.
Angela Allegria
06/07/09
In www.altalex.com
Luglio 6, 2009
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scritti giuridici |
diritto all'immigrazione, Immigrazione, Minori, minori non accompagnati, ricongiungimento familiare |
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La figura del rifugiato, seppur accomunata alle figure di immigrati e profughi dall’espatrio involontario e dalla necessità di trovare accoglienza in altro Paese, differisce da queste per la caratteristica data dall’elemento persecutorio personale o collettivo. I rifugiati, infatti, sono persone costrette a fuggire dal loro Paese d’origine per violazione dei diritti umani, ovvero quando si verifica nei loro confronti “un elemento persecutorio, personale o collettivo, per motivi di razza, di religione, di nazionalità, di appartenenza ad un gruppo sociale, di opinione politica”.
Come si ottiene lo status di rifugiato?
Presupposto per fondare la domanda di protezione è che gli atti di persecuzione debbano essere legati alla razza, alla religione, alla nazionalità, all’appartenenza ad un determinato gruppo sociale, alla professione di un’opinione politica. Concretamente rileva non il fatto che il richiedente sia in possesso effettivamente di una di tali caratteristiche, ma che il persecutore lo ritenga in possesso di queste ed agisca di conseguenza.
La procedura per la valutazione delle domande di protezione internazionale consiste nella presentazione di essa all’atto dell’ingresso nel territorio nazionale o, in ogni tempo, presso la questura del luogo di dimora. Essa può essere presentata anche da un minore non accompagnato garantendo in tal caso la necessaria assistenza tramite la nomina di un tutore.
A fronte della domanda la questura competente redige verbale contenente le dichiarazioni del richiedente e la documentazione presentata dallo stesso. L’autorità ha l’obbligo di procedere e di provvedere, non essendo prevista la possibilità di un rifiuto di procedere: in caso di inammissibilità della domanda questa dovrà essere dichiarata dalla Commissione territoriale competente per il riconoscimento della protezione internazionale la quale, in base alle modifiche introdotte dal decreto legislativo 159/2008, è nominata dal Ministro dell’Interno.
Il richiedente, salvo nei casi espressamente previsti dalla legge, ha diritto di soggiornare in Italia durante l’esame della domanda in un luogo di residenza o in un’area geografica ove i richiedenti asilo possano circolare. Tali luoghi sono stabiliti dal prefetto competente con un permesso di soggiorno valido per tre mesi e rinnovabile fino al completamento della procedura.
Il richiedente ha l’obbligo, se convocato, di comparire personalmente davanti alla Commissione territoriale dalla quale sarà sentito entro trenta giorni. Ha altresì l’obbligo di consegnare i documenti in suo possesso pertinenti ai fini della domanda, incluso il passaporto.
Entro i tre giorni feriali successivi la Commissione decide sulla domanda in modo individuale, obiettivo ed imparziale.
L’esito della procedura non è necessariamente la concessione dello status di rifugiato, ma essa può concludersi anche con la concessione della protezione sussidiaria, riconosciuta a colui che non ha le condizioni sufficienti per ottenere tale status, ma che non può far ritorno nel proprio Paese di origine.
Di recente la I sez. civile della Cassazione con la Sentenza n.11264/2009 ha stabilito che può essere oggetto di provvedimento di espulsione anche lo straniero chiedente asilo politico sul presupposto che tale richiesta non blocca la procedura di espulsione.politico sul presupposto che tale richiesta non blocca la procedura di espulsione.
Tale pronuncia innesta molti dubbi circa le conseguenze pratiche legate all’espulsione di un soggetto che, se rimpatriato, corre rischi concreti legati alla violazione dei diritti umani.
Angela Allegria
Giugno 2009
Su “Il clandestino con permesso di soggiono”, anno 1, n. 4.
Luglio 6, 2009
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Il Clandestino - con permesso di soggiorno |
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Pianista per passione, chopiniana per vocazione, Federica Poidomani Dolcetti amava la vita attraverso la musica. Tramite essa, infatti, riusciva ad esprimere gioie e dolori suscitando nei cuori di chi la ascoltava sublimi emozioni. Trascendendo ogni cosa visse un’esistenza in cui tutto è musica e in cui la musica è tutto.
L’amore per Chopin andava oltre la musica, includeva l’intera Polonia, il suo territorio, la sua cultura, la sua lingua, le sue tradizioni.
Di tutti questi elementi Federica amava parlare spesso definendoli le due passioni della sua vita e prendendoli come fonti di ispirazione, forza ed energia.
Del Maestro polacco suonava ogni opera, ma prediligeva i Notturni, in particolare il Notturno op. 9 n. 2 sul quale pubblicò nel 1988 uno studio.
Suonava questo pezzo in ogni suo concerto, lo aveva nel cuore, lo sentiva più forte degli altri che già sentiva, interpretava, viveva e faceva vivere.
Si, Federica viveva la musica come una grande forza che la trasportava, la guidava, un Nume che dava senso, linfa vitale al suo spirito, a tutto il suo essere.
Mi piace ricordarla così: seduta al pianoforte, capace di trasmettere la sua professionalità, il suo talento autentico ai suoi alunni, dotata di un tocco di vero artista, un dono raro che tuttavia non teneva chiuso, sottoterra, appartato dagli altri, ma che amava trasmettere spontaneamente con grande generosità.
Trasmetteva tanto sia agli allievi che in lei vedevano un maestro ma anche un’amica con cui parlare, dialogare di ogni cosa, trasmetteva anche a coloro che la ascoltavano suonare, al pubblico durante i concerti, al suo pubblico.
Federica non eseguiva né suonava semplicemente un brano, ma lo porgeva all’ascoltatore in tutta la sua magia e suggestione interpretando ogni singolo passaggio attraverso ciò che aveva condotto l’autore a comporre in quel dato modo piuttosto che in un altro, pesando ogni diminuendo e marcando ogni crescendo con la sua forza di volontà, con la sua voglia di vivere.
Era capace di destare grandi emozioni ora gioiose ora serene a seconda dei pezzi.
Una volta mi parlò di un valzer del maestro polacco, un pezzo che nell’interpretazione comune veniva eseguito in un modo vivace, ma al tempo stesso composto e pacato. Federica mi espose come lo sentiva lei partendo dal presupposto che Chopin intendesse descrivere una danza di contadini nella veste di un valzer: riusciva ricreare la scena di una festa di villaggio in cui uomini e donne ballano e si divertono insieme dopo una giornata di duro lavoro, intenti ad evadere anche solo per un momento le preoccupazioni quotidiane.
Ricordo la volta in cui mi parlò del “valzer dell’addio”, il valzer op. 69 n. 2, definito così perché era stato scritto per una contessa polacca della quale Chopin si era innamorato, ma che non rivide mai più.
Ogni volta che mi capita di ascoltare un brano di Chopin è inevitabile pensare a Federica, credo che questo capiti un po’ a tutte le persone che l’hanno conosciuta!
Quando morì il 15 giugno 1999 lasciò un enorme vuoto sia come pianista che come donna proprio perché Federica non aveva mai separato le due cose.
Angela AllegriaGiugno 2009
Su “Il clandestino con permesso di soggiono”, anno 1, n. 4.
Luglio 6, 2009
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Chopin, Federica Poidomani Dolcetti, Modica, Musica, Notturno op. 9 n. 2, Pianoforte, Polonia, Venezia |
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Nel Bell’Antonio Vitaliano Brancati esprime la sua concezione politica attraverso l’impotenza fisica di Antonio Magnano, simbolo della vera impotenza sociale dell’individuo in un’epoca caratterizzata dalla privazione dei diritti.
La vicenda di Antonio si snoda all’interno del ventennio fascista nel quale il protagonista non riesce a destreggiarsi, impossibilitato ad esprimere al meglio la propria personalità nel momento in cui rinuncia ad indossare la toga di magistrato, la propria sessualità, il proprio futuro, accettando un matrimonio combinato.
Ma andiamo per ordine: in principio Antonio appare bellissimo, capace di far girare la testa a tutte le donne, di andare tutte le sere nei casini sui cui successi i suoi amici scommettono, è sì un grande amatore a tal punto da essere chiamato a far conoscere le doti del maschio catanese innanzi ad un esponente del regime di Roma per condurlo lui stesso nella più elegante casa di tolleranza etnea.
Purtroppo la realtà è ben diversa, ma in una società nella quale l’apparenza era tutto, e anche il capo del Governo elogiava le sue arti amatorie, questa non poteva essere dimostrata, perché avrebbe sconquassato il mondo fittizio che si era costruito.
Il ritorno a casa, il fidanzamento e poi il matrimonio fanno dimenticare ad Antonio il suo problema, illudendolo di poterlo superare. Ma non è così, tanto che il suocero, il notaio Puglisi, piccolo signorotto avido di denaro, riesce a fare annullare il matrimonio mettendo a nudo l’impotenza del genero.
Antonio è un inetto, un pentito, un uomo che cerca la libertà, ma non riesce ad esprimerla nel contesto socio-politico in cui vive.
Spiega Leonardo Sciascia in “Nero su Nero” il segreto di Antonio, “il segreto di una infelicità che possiamo riscontrare nelle pagine di Tacito: l’infelicità di vivere sotto un dispotismo più o meno blando, nella corruzione, nella cortigianeria”.
Brancati ripropone il tema del “gallismo”, ma stavolta in termini drammatici rispetto alle precedenti opere, in particolare rispetto agli Anni perduti e Don Giovanni in Sicilia, pubblicati entrambi nel 1941.
La donna assume un ruolo ambivalente: da un lato è un angelo (Barbara), una “madonna”, qualcosa che emoziona a tal punto da non poter neppure pensare di sfiorare, dall’altro rappresenta agli uomini l’unico mezzo per dimostrare la propria virilità.
Il pianto liberatorio alla fine del romanzo lascia intravedere la fine di un incubo: “era più stretto, più disperato, tutto intramezzato dei sibili di un petto che, da molti anni, non si apriva a larghi respiri di felicità”.
Al centro la parola “dittatura”, non solo nel richiamo al regime fascista di quegli anni, ma anche al comunismo, un termine inteso in senso lato, quale emerge nei colloqui fra Antonio e lo zio Ermenegildo.
Brancati descrive le fine della vecchia generazione attraverso le morti di tre figure importanti: Alfio Magnano, il quale per restituire l’onore al casato si reca sotto i bombardamenti a casa di una cortigiana e lì viene trovato morto; lo zio Ermenegildo, spirito libero, che, pur socialista è incapace di opporsi veramente al fascismo, vive la sua angoscia in maniera profonda e finisce col suicidarsi col il gas; Pietro Capano, il segretario federale, bruciato vivo mentre, durante un allarme aereo cercava di farsi luce con uno zolfanello, è salvato da un uomo che lui stesso aveva mandato al confino.
Particolare importanza è attribuita alla figura del cugino Edoardo, nella quale si può intravedere lo stesso Brancati, simpatizzate del regime all’inizio, contrario quando si rende conto della verità dei fatti. Non bisogna dimenticare, infatti, che tra il 1935 e il 1939 si produce all’interno dello scrittore siciliano una profonda crisi che lo induce a riflettere sulle scelte politiche effettuate, conducendolo all’abbandono del fascismo. Il bell’Antonio viene pubblicato dieci anni dopo.
Edoardo prima si era battuto tanto per diventare podestà, poi, presa coscienza della vera essenza della forza politica che era al potere, aveva avuto talmente nausea da dimettersi e negare a tutti di aver ricoperto tale carica.
Egli cerca la “libertà”, una libertà che lo aveva portato in cella, in campo di concentramento, di nuovo in cella. Idealmente Edoardo poteva accostarsi al comunismo, come si nota dal dialogo con il soldato americano, ma anche lì, sarebbe finito in carcere per la mancanza di libertà di opinione.
Un rifiuto della dittatura in tutte le sue forme, un rigetto che, attraverso la vicenda di Antonio, coinvolge l’uomo in termini universali, incapace di realizzare se stesso in mancanza di libertà.
Angela Allegria
14 giugno 2009, n. 47
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Giugno 14, 2009
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Domenica 7 maggio 2009 si è svolto presso il Teatro Garibaldi di Modica l’incontro sul tema “Desideri, sogni e speranze di un mondo diverso”, organizzato da: Università delle Tre età, Anffas, Ammi, Associazione Piccoli Fratelli, in collaborazione con il Comune di Modica.
La serata di beneficenza ha avuto inizio con un filmato del teatro delle diversità, realizzato dal Teatro Massimo Bellini di Catania, progetto che ha visto i ragazzi dell’associazione Neon di Catania cimentarsi nella recitazione, nel ballo, nel canto.
Dopo le relazioni di Monica Sammito, la quale ha presentato l’Associazione Nazionale Famiglie di Persone con disabilità intellettiva e/o relazionale di cui ricorre il decennale, e di Valentina Pediglieri, animatrice dell’Anffas, che ha spiegato la sua idea di linea educativa unica, basata tuttavia su piani individualizzati volti a far acquisire al soggetto capacità cognitive, pratiche e creative, è stata la volta dell’apporto fornito dalla musicologia. Di esso ha parlato Laura Giavatto, musicologa, la quale ha spiegato in cosa consiste il trattamento: “La musica, col suo potere taumaturgico nasce con l’uomo, è presente già nel ventre della madre. L’approccio che si istaura è di tipo umanistico, sul modello di Rogers. Non esistono brani precostituiti, sono le musiche emozionali, legati alla emozione del soggetto a smuoverlo. Il vero spartito musicale è il paziente, il quale con la sua gestualità è tradotto in termini di tonalità, di armonia, melodia, ritmo”. Una relazione fisica si istaura tra il soggetto e la musica in quanto il bambino è posto sulla cassa armonica del pianoforte. In aggiunta a ciò vi deve essere anche l’ausilio della psicologia relazionale e della famiglia.
Subito dopo la lettura di parti del libro di Daniela Cappi Schena a cura di Marcello Sarta e Fatima Palazzolo, alla presenza dell’autrice, la quale ha descritto nel suo libro la propria esperienza di vita, un amore vissuto con forza da una donna che, seppur affetta da sindrome post polio, ha saputo in maniera coraggiosa lottare per l’uomo che amava, e per la figlia che da lui ha avuto.
Del desiderio di maternità nei diversamente abili si è occupata Enrichetta Guerrieri, sociologa, educatrice sessuale. La Guerrieri ha ribadito il diritto di tutti ad avere una propria vita sessuale, a saperla gestire, a non farne a meno in quanto piena espressione della personalità dell’individuo. Con riferimento ai disabili ha sottolineato la necessità di una corretta informazione da offrire non solo a loro, ma anche alle famiglie e agli educatori. “ È importante – ha spiegato – incentivare le relazioni sociali che si esprimono nella tenerezza, nell’accoglienza dell’altro, nell’affettività. Spesso basta un abbraccio, un bacio, per realizzare il desidero di essere accettati, per conquistare la propria potenzialità nell’atto di poter compiere un simile gesto”.
In conclusione, prima dei saluti del presidente dell’Anffas, Francesco Provvidenza, e del dirigente scolastico Rinaldo Stracquadanio, presidente dell’Università delle Tre età, Teresa Contrino, a nome dell’Unitre, ha voluto lanciare un “SOS”, da leggere in modo diverso dal solito, in quanto si intende come “Solidarietà, Onestà, Speranza”.
Angela Allegria
11 giugno 2009
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Giugno 12, 2009
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Con la Sentenza del 20 maggio 2009 n. 11803 la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione è stata chiamata a decidere ancora una volta in materia di ricongiungimento familiare, in specie sul ricorso proposto dal Ministero dell’Interno avverso la decisione della Corte di Appello di Milano che, con decreto del 20 gennaio 2005, aveva confermato la pronuncia di primo grado con la quale il Tribunale milanese aveva annullato il rifiuto del Questore di Lecco di concessione del nulla osta richiesto da un cittadino senegalese in favore della figlia allora minorenne. Avverso tale pronuncia il Ministero dell’Interno, nella persona del Ministro in Carica, lamentava in primis la errata applicazione da parte della Corte territoriale della lettera b) dell’art. 29 d. lgs. 286/1998, in quanto la figlia aveva compiuto la maggiore età dopo la presentazione della domanda di ricongiungimento familiare e quindi avrebbe dovuto applicarsi la lettera b bis del citato articolo, in secundis, riteneva non dimostrata la titolarità di un rapporto di lavoro del richiedente avente durata almeno annuale. Il ragionamento dei giudici della Suprema Corte, la quale ha ritenuto il ricorso manifestamente infondato e condannato il Ministero alla spese del procedimento, parte dalla lettera dello art. 29 comma 3 del d.lgs. 286/1998 nel quale il legislatore prevede i requisiti oggettivi per l’accoglimento della domanda di ricongiungimento familiare. Essi sono: a) un alloggio che rientri nei parametri minimi previsti dalla legge regionale per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ovvero, nel caso di un figlio di età inferiore agli anni quattordici al seguito di uno dei genitori, del consenso del titolare dell’alloggio nel quale il minore effettivamente dimorerà; b) un reddito annuo derivante da fonti lecite non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare, al doppio dell’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di due o tre familiari, al triplo dell’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di quattro o più familiari. Ai fini della determinazione del reddito si tiene conto anche del reddito annuo complessivo dei familiare conviventi con il richiedente. L’importo dell’assegno sociale per il 2009 è fissato in 409 euro mensili, somma di cui lo straniero aveva fornito nel giudizio di primo grado mediante la produzione di buste paga percepite. Inoltre il secondo comma dell’art. 29, così come modificato dalla legge n. 189/2992 e poi dal d. lgs. n. 5/2007, dispone che ai fini del ricongiungimento familiare si considerano minori i figli di età inferiore a diciotto anni al momento della presentazione dell’istanza di ricongiungimento. “La norma – concludono i giudici della Cassazione – ha un’evidente natura interpretativa, e quindi efficacia retroattiva, essendo diretto a risolvere, in senso conforme al principio generale che la durata del procedimento non può andare a danno dell’interessato, la questione del momento rilevante per l’accertamento del requisito soggettivo della minore età. Non v’è dubbio, pertanto che, trattandosi di ricongiungimento con figlio minore i requisiti oggettivi siano quelli indicati nelle lettere a) e b) del terzo comma dell’art. 29 cit., in particolare il requisito reddituale di cui alla lettera b) come correttamente hanno ritenuto i giudici del merito”.
Angela Allegria
29 maggio 2009
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Maggio 30, 2009
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Una maga, una donna, una straniera, una sacerdotessa, una madre, una moglie tradita, una dea. Chi era Medea? E poi: era cosciente, lucida o folle, invasata dal demone che le armò la mano contro il suo stesso sangue? Dubbi che si posero gli ateniesi quando nel 431 a.C. videro in scena per la prima volta la Medea di Euripide, interrogativi che sono giungi fino ai nostri giorni e non trovano pareri unanimi. Su di essi si sono confrontati docenti ed esperti in un convegno organizzato dal Liceo Classico Umberto I di Ragusa.
“I volti di Medea” il titolo del Convengo di studi che si è tenuto nei giorni 7 e 8 maggio 2009 presso l’aula Magna dell’Umberto ha visto al suo interno due momenti diversi, ma affini fra loro: nella prima giornata si sono analizzate le riscritture letterarie del mito, le diverse interpretazioni tese a produrre nuovi volti di Medea, identica nella figura, ma non nella essenza, nella seconda, invece, si è cercato di vedere come il mito sia stato reinterpretato attraverso l’arte, la musica, il cinema, il teatro.
A partire dalla traduzione della tragedia di Euripide ad opera del Preside, Prof. Vincenzo Giannone, il quale spiega in maniera eloquente come ha realizzato non una semplice traduzione letteraria del testo, bensì una versione rispettosa dei metri, dei ritmi, della poetica di Euripide, tenendo conto della musicalità dell’insieme, ha cercato di cogliere l’idea che l’autore proponeva al pubblico, sottolineando la funzione catartica della tragedia e le problematiche sociali che stanno alla base del dramma.
Sono stati esaminati gli influssi della sofistica sull’opera e il passaggio della figura di Medea nel teatro romano con Seneca, in quello elisabettiano con John Ford, fino a giungere alla contemporaneità della interpretazione data da Christa Wolf, la quale offre una Medea lucida, razionale, pienamente cosciente. Un percorso curato da diversi studiosi fra cui il prof. Gaetano Cosentini, Dario Tomasello e Paola Di Mauro dell’Università di Messina, Nino Portoghese dell’Inda.
Il percorso conoscitivo dell’opera ha visto anche l’apporto della psicologia offerto dalla psicoterapeuta Anna Paola Giannelli, la quale ha fornito un approccio in punta di piedi con la nuda oggettività del testo.
L’ambito artistico è stato sviluppato per la parte antica dal prof. Saverio Scerra, della sovrintendenza beni culturali di Ragusa, il quale ha analizzato la pittura vascolare a partire dalla coppa di Duris di stile severo, datata intorno al 490-480 a.c. nella quale si può vedere Giasone risputato dalla bocca del drago, che Medea aveva con l’inganno fatto addormentare, la presenza degli elementi simbolici legati alla natura divina della figlia di Ecate, nipote del Sole, fino ai vasi italioti nei quali è presente il tema della morte: sia di Glauce, la Creusa di Seneca, sia dei figli di Medea.
Andrea Guastella ha, invece parlato della pittura contemporanea, presentando le opere di Salvo Barone nelle quali, come spiega il prof. dell’Umberto I, “si ripropone una assoluta fedeltà alla complessità della figura di Medea anche attraverso i colori, rosso e oro, che rappresentano il pathos”.
Tra le ben quarantatre diverse versioni musicali di Medea, quella di Cherubini è forse la più conosciuta. In essa, il compositore italiano ha inserito parti sinfoniche anche dove queste di solito non erano presenti, creando una autonomia della parte strumentale rispetto al libretto tratto dalla Medea di Corneille ed ispirato alla tragedia di Euripide. Afferma Mariolina Marino, che ha trattato l’argomento, “Medea, nell’opera di Cherubini, non è solo una giacobina assetata di sangue, è molto di più. È un personaggio ricco di contraddizioni e proprio questi dubbi, queste incertezze la rendono credibile”.
Dal grande cinema in cui privilegia la Medea di Pasolini, il quale “vede nell’eroina euripidea la storia di una profuga trattata in maniera ghettizzane da parte del c.d. primo mondo, da parte degli abitanti di Corinto, in primo luogo da Giasone”, come spiega il prof. Gaetano Accardi appropinquandosi ad analizzare le geometrie, le linee spaziali dei luoghi del film che distingue a seconda della naturalità, legata alla rappresentazione di Medea, e degli elementi architettonici, connessi alla civilizzazione greca, si passa alla rappresentazione teatrale, che si è svolta il pomeriggio di venerdì 8 presso il teatro Lumière, a cura della compagnia teatrale del Liceo Classico Umberto I.
Di essa, in conclusione al convegno, ha parlato il regista, Gianni Battaglia, il quale ha messo in luce le linee guida della sua direzione artistica, spiegando la sua concezione di Medea, una “donna razionale, viva, con una dignità assoluta, lucida, struggente, dolorosa, sofferente. Medea non grida mai, se non nel momento di più elevato dolore. Metterò in scena una Medea contemporanea, nostra, con schemi e linguaggio attuali, nella traduzione del Preside Giannone”.
Angela Allegria
23 maggio 2009
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Maggio 24, 2009
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Gli studenti del Liceo Classico Umberto I di Ragusa hanno portato in scena la Medea di Euripide nella traduzione del Preside, Prof. Vincenzo Giannone.
Si tratta di coloro che hanno partecipato al laboratorio teatrale Dionysos del Liceo Umberto I, diretti da Gianni Battaglia, il quale ha curato la regia della tragedia andata in scena a Palazzolo Acreide, all’interno del XV Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani che si tiene presso il parco archeologico Akrai dal 11 al 31 maggio 2009.
Nonostante siano trascorsi diversi decenni dal primo spettacolo la trama di Medea coinvolge ancora l’attenzione del pubblico poiché tratta di questioni sempre attuali: la condizione dello straniero, la sua solitudine, l’amore, il tradimento, la vendetta.
Afferma il Preside Giannone: “La Medea di Euripide è un’opera che lascia il dialogo aperto: non si giunge ad una condanna o ad una assoluzione al termine della tragedia. Solo con l’avvento della psicanalisi si possono comprendere gli atteggiamenti di Medea all’interno dei quali Euripide indaga attraverso il dialogo. Sono proprio i dialoghi, l’agon logon, la gara di parole, che determinano il ritmo della vicenda, che viene rispettato e sottolineato nella traduzione”.
“Come regista – dice Gianni Battaglia – non posso non essere toccato dalla tragedia come negazione dell’amore: di quello di Giasone per Medea, di quello di Glauce per Giasone”.
Alla preoccupazione della nutrice, Marianna Occhipinti, capace di far intuire sin dalla prime battute il timore di una vendetta di Medea, si contrappone l’inconsapevolezza dei personaggi maschili, i quali, presi dalla loro supremazia, dall’esercizio del proprio potere, sono facilmente raggirabili dall’astuzia della maga.
Simona Disca ha ridato vita ad una Medea austera, fiera, dagli occhi duri ed infuocati come dardi, una donna forte nell’amore come nella vendetta. Di Medea Simona Disca, che ha solo 17 anni, ha approfondito non solo il testo greco, ma anche la psiche, la condizione, la rabbia, la passione, giungendo ad una critica interna del personaggio.
“Ho preso l’impegno di interpretare Medea – ha spiegato – come una sfida personale, un confronto con me stessa e da lì ho cominciato ad indagare l’animo dell’eroina euripidea. A mio avviso Medea è assolutamente razionale, consapevole, cosciente, ma è anche l’espressione dei ripensamenti che l’uomo ha, come si evince dalle voci interne che si scontrano tra di loro, conducendola ad agire o ad astenersi”.
“Ho respirato aria greca” precisa Luca Fichera, il quale ha interpretato un Giasone molto espressivo nei gesti, nello sguardo, che si muoveva sulla scena con la elasticità e la abilità di un protagonista.
L’incomunicabilità fra Giasone e Medea è esasperata dalle parole che usano per definirsi a vicenda: Giasone la definisce “pazza”, Medea “infame”.
Se con la dialettica Giasone cerca di persuadere la donna a cui deve la conquista del vello d’oro che è giusto ciò che sta per fare ed è convinto di essere riuscito nel suo intento, l’animo di Medea, ferito, cerca la sua vendetta usando l’astuzia, l’inganno.
L’inganno, infatti, è un elemento che ritorna: Giasone inganna Medea con le belle parole, la sacerdotessa di Ecate raggira Creonte (interpretato da Faustino Rizzo) affinché gli conceda un altro giorno a Corinto, tempo necessario perché compia la sua vendetta, che porta a termine fino alla fine, non solo uccidendo Glauce ed i figli di Giasone, ma impedendo a questi di seppellirli in suolo greco.
Nell’ultima scena Giasone è annichilito, vinto, soggiogato da una Medea che, dall’alto, fugge sul carro del padre Sole. Torna nella conclusione la visione simbolica di Medea, che ha riacquisito la sua dignità, in alto e Giasone in basso, ripresa certamente dalla Medea di Pasolini.
Nella rappresentazione sono degni di essere segnalati la originalità dei cori cantati e delle musiche eseguite dal vivo da Lorenzo Guardiano.
Angela Allegria
18 maggio 2009
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Maggio 19, 2009
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Si è svolta lunedì 11 maggio 2009 presso il Teatro Garibaldi di Modica la conferenza dal titolo “L’affido familiare tra fiaba e realtà”.
L’incontro è stato organizzato dalla Università delle Tre età, associazione di promozione sociale e culturale senza scopo di lucro, aperta a tutti senza distinzione di età, sesso, etnia, religione, nazionalità, condizione sociale, convinzione politica, in collaborazione con: Comune di Modica, Provincia Regionale di Ragusa, Anffas, Arca, Associazione Mogli Medici Italiani, Associazione Piccoli Fratelli, Ausl 7 Ragusa, Centro Affidi Distrettuale di Modica, Distretto Socio-Sanitario 45 e FIDAPA Sicilia.
Tema centrale è l’affidamento familiare, misura volta al collocamento di minori presso una famiglia, un single o una comunità di tipo familiare per un periodo di tempo limitato, nel caso in cui, in un momento di difficoltà legato a vari motivi, la famiglia di origine non riesca a prendersi cura dei figli.
Il seminario ha avuto inizio con la lettura del secondo capitolo dell’Esodo, a cura di Marcello Sarta, il quale ha letto la storia di Mosè, antecedente biblico di affido, e con uno spettacolo a cura della Compagnia del Piccolo Teatro ed interpretato con grazia e professionalità da Fatima Palazzolo, dal titolo “Una vice-mamma per la principessa Martina”.
Il dibattito, moderato da Elena Barrano, ha avuto inizio con l’esplicazione del ruolo dei servizi sociali in tema di affido da parte di Maria Grazia Ruta, la quale ha spiegato che questi “trovano una famiglia che sia idonea per il minore che vive una situazione di disagio temporaneo all’interno della famiglia nativa per dare il tempo a questa di ristrutturarsi e recuperare la sua dimensione originaria. A tal fine è fondamentale il ruolo del Centro Affidi, polo volto alla sensibilizzazione, alla diffusione della cultura dell’affido”.
Soggetti potenziali affidatari sono dunque: le famiglie con figli, quelle senza prole, le famiglie di fatto, i single, le case famiglie, ma, come ha sottolineato Giorgia Maltese, assistente sociale, le richieste di affido sono parecchie sul nostro territorio e la disponibilità di famiglie affidatarie non è in grado di soddisfarle tutte.
Degli aspetti legali si è occupata l’avv. Elena Frasca la quale, dopo aver accennato alle due tipologie di affido previste dalla legge, ovvero l’affidamento consensuale nel quale è presente l’accordo dei genitori naturali ed è prevista l’audizione del minore di anni dodici, e l’affidamento giudiziale nel quale il provvedimento è disposto dal tribunale per i minorenni su segnalazione dei servizi sociali, ha fatto un rapido accenno alla legge 184/1983 dal titolo “Diritto del minore ad avere una famiglia” e alle modifiche apportate dalla legge 149/2001.
Particolarmente incisivo l’intervento della psicologa Franca Iacono, la quale ha parlato sia della natura di operatore del settore e di esperienze di vita vissuta sia da lei medesima in veste di affidataria e prima ancora di affidata, sia di altre persone di cui sono giunte le testimonianze.
“L’affido esiste prima della legge – ha spiegato la Iacono – Quando la comunità vede un’emergenza si attiva e dà vita alla famiglia allargata”.
In un contesto nel quale si sono succedute musiche eseguite da Ausilia Pluchino, parti di film e interpretazioni teatrali, si è voluta sollecitare la attenzione della popolazione sul delicato tema, anche facendo riferimento a situazioni concrete quali quelle della casa dell’Arca di cui ha parlato Cinzia Arena, e dell’Anffas, della cui esperienza ha fatto menzione Maria Grazia Assenza.
In conclusione poche ma incisive parole del Presidente della Unitre, Dirigente Scolastico Rinaldo Stracquadanio: “Si tratta di una situazione di grande emergenza legata alla crisi della famiglia. C’è bisogno di creare la cultura dell’affido e di dare la propria disponibilità per realizzarla al meglio. Se viene trasmesso al bambino il modello di una famiglia serena, questo porterà con sè tale modello e tenterà di riproporlo, ma se diamo l’esempio di una famigli distrutta, possiamo ottenere, salvo eccezioni, solo questo per il futuro dei minori”.
Angela Allegria
12 maggio 2009
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Maggio 14, 2009
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Opera contenente il più bel verso della letteratura italiana, “Udite tutti del mio cor gli affanni”, come scrive Umberto Saba nella Scorciatoia 113, l’Ernani di Verdi è andata in scena al Teatro Massimo Bellini di Catania a partire dal
L’opera, il cui libretto è di Francesco Maria Piave, è stata diretta dal maestro Antonio Pirolli, per la regia di Beppe De Tomasi, il quale ha messo in scena più di centoventi titoli ed ha realizzato, fra l’altro, tutte le scene liriche per il film su Giacomo Puccini di Sandro Bolchi.
La scena si apre con un drappo che, sulle note degli archi, diviene sempre più trasparente per mostrare i ribelli i quali, insieme ad Ernani, brindano nella foresta ricca di elementi gotici come il rudere e di colonne classiche sulle quali è adagiato un drappo rosso.
Anche i costumi sono molto curati in questa scena come nelle altre: mantelli neri, cappelli con lunghe piume, stivali, spade alla cintura.
Le trombe prorompenti sottolineano la duttilità, l’energia della scena e dei suoi personaggi.
Protagonista è Ernani, a cui ridà vita Marcello Giordani, tenore siciliano, originario di Augusta, dalla voce duttile e decisa, capace di esprimere il romanticismo del pretendente al trono e al cuore di una donna, Elvira, interpretata da Iano Tamar, che compare solo nella seconda scena.
Oltre ad Ernani i pretendenti alla mano di Elvira sono altri due: lo zio, Ruy Gomez de Silva, grande di Spagna e il futuro Carlo V.
Nei panni di re Carlo, Nicola Alaimo, evidenzia una forte presenza di scena, una voce calorosa, carica, come sono incisive le parole con le quali lusinga Elvira chiedendola in sposa.
Si instaura così un grazioso duetto che evidenzia la natura di stampo romanticistico dell’opera tratta dall’omonima di Victor Hugo, un botta e risposta che con parole precise indaga sui misteri dell’amore. Dice, infatti, Elvira rifiutando: “Ogni cor serba un mistero”. Ribatte Carlo parlando d’amore, “Da quel dì che t’ho veduta bella come un primo amore, la mia pace fu perduta, tuo fu il palpito del core. Cedi, Elvira, a’ voti miei: puro amor desio da te; ah gioia e vita essere tu dei del tuo amante, del tuo re”.
Ma, al ripetuto rifiuto della donna mostra la sua arroganza, l’altezzosità, la superbia del re.
Gomez de Silva, Giovanni Parodi, esprime appieno i valori cavallereschi non tradendo colui che gli aveva chiesto protezione a costo della propria vita, ma pretendendone nel finale la morte.
Nel finale le due figure di uomini di potere divergono fra di loro: se Carlo, una volta incoronato, ricongiunge le mani di Ernani ed Elvira sollevando lo stupore e la sorpresa dei protagonisti e del popolo che urla “sia lode eterna, Carlo, al tuo nome”, il nobile Silva richiede il pagamento del pegno, la vita di Ernani.
Connubio delizioso fra cori diretti da Tiziana Carlini, archi, percussioni, fiati ed i movimenti del Maestro Pirolli, vero dominus dell’opera.
Suggestivo l’intervento dell’arpa di Giuseppina Vergine che si esprime durante l’incoronazione di Carlo V, con un suono limpido, fluente a cui si aggiungono i pizzicati dei violini dell’orchestra del Teatro Bellini.
Angela Allegria
07 maggio 2009
In www.modica.info
Maggio 7, 2009
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